C’è un filo nero che unisce tutte le derive più buie della storia umana: la disumanizzazione dell’altro. Quando un popolo smette di vedere un altro popolo come umano, ogni violenza diventa possibile, ogni abuso diventa legittimo, ogni crimine può essere riscritto come “necessario”.
La pena di morte rappresenta il punto più estremo di questo processo. Non è solo una punizione: è la negazione assoluta dell’umanità. È lo Stato che decide, in modo definitivo e irreversibile, che una vita non merita di essere vissuta.
Israele, con l’approvazione della pena di morte per i palestinesi, ha compiuto un salto ulteriore: ha trasformato la disumanizzazione in legge. Un sistema che non cerca giustizia: cerca esecuzioni.
Il testo della legge
Il testo ufficiale della legge è visionabile pubblicamente, ma, essendo un atto legislativo dello Stato di Israele, è redatto in lingua ebraica ed è registrato nei canali ufficiali della Knesset e nella gazzetta ufficiale (Reshumot).
Per i non arabofoni o non ebraofoni, l'organizzazione internazionale per i diritti umani Adalah (Il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele)1 ha curato e pubblicato una traduzione integrale non ufficiale in lingua inglese del disegno di legge definitivo approvato in seconda e terza lettura il 30 marzo 2026.2
La legge si applica alla popolazione dell’“Area” – così definiti i territori occupati – indipendentemente dalla registrazione anagrafica degli occupanti, ma esclude cittadini e residenti israeliani.
Questo significa una cosa sola. La pena di morte, nella sua applicazione concreta, è destinata ai palestinesi. Non è giustizia universale. È una pena selettiva.
Il quadro normativo e la svolta del 2026
Storicamente, la pena di morte in Israele è stata un residuo giuridico quasi inutilizzato. Applicata in pochissimi casi, il più noto dei quali fu l’esecuzione di Adolf Eichmann nel 1962.
Oggi, però, la svolta è radicale. Sotto la spinta dell’estrema destra – con figure come Itamar Ben-Gvir – la pena capitale diventa strumento politico attivo.
Ma ciò che rende questa legge profondamente inquietante non è solo il suo contenuto, ma anche il contesto: occupazione militare, disuguaglianza giuridica, conflitto permanente.
Il meccanismo del "doppio binario"
La normativa ha sollevato forti polemiche per via della sua struttura definita "a doppio binario", che crea una forte asimmetria tra cittadini israeliani e palestinesi dei territori occupati.
L'aspetto più controverso evidenziato da giuristi e osservatori internazionali riguarda il modo in cui la norma si interfaccia con i due diversi sistemi legali coesistenti:
per gli israeliani: si applica il diritto civile, con l'applicazione della pena di morte per atti terroristici, richiede criteri estremamente restrittivi e, spesso, l'unanimità del collegio giudicante, rendendone l'effettiva comminazione molto difficile.
Per i palestinesi: si applica il diritto militare, con requisiti ridotti e con la pena di morte decisa a maggioranza e non all’unanimità, con esito quasi automatico.
Qui la pena capitale rivela la sua vera natura. Non è la punizione di un reato, è lo strumento per distinguere tra vite che contano e vite che non contano.
Le critiche e i profili di illegittimità
Le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani (sia interne come B'Tselem, sia internazionali) e di diversi osservatori giuridici si concentrano su tre punti fondamentali.
La pena di morte è sempre problematica, in qualsiasi ordinamento, ma in questo caso assume una dimensione ancora più grave:
è irreversibile, in un sistema dove le garanzie sono disuguali, cioè, una volta emessa la condanna, non può essere annullata, sospesa, commutata o trasformata in altra pena;
è discriminatoria, perché colpisce un solo gruppo; è strutturata in modo tale da colpire in via quasi esclusiva la popolazione araba e palestinese, configurando quella che molti giuristi definiscono una "pena capitale selettiva";
è politica, perché nasce da un progetto ideologico;
è in violazione del diritto internazionale, perché l'estensione della pena di morte in territori sotto occupazione militare contrasta radicalmente con le disposizioni della Quarta Convenzione di Ginevra e con il principio di non-regressione dei diritti umani;
è disumanizzante, perché trasforma la persona in un nemico da eliminare.
La legge rappresenta, dunque, una forte arma di propaganda politica interna per l'ala ultranazionalista del governo, ma dal punto di vista del diritto internazionale aggrava drammaticamente lo scontro istituzionale e umanitario sul trattamento dei detenuti e della popolazione palestinese, già ben noto al mondo intero. Qui non si tratta più di diritto penale, si tratta di stabilire chi ha diritto a esistere.
La legge: la morte resa procedura
I passaggi normativi sono gelidi:
metodo: la pena di morte è prevista come risposta standard; l'ordine firmato dal giudice deve specificare che la condanna sarà eseguita tramite impiccagione.
Tempistiche: l'esecuzione deve avvenire entro 90 giorni dalla data in cui la sentenza diventa definitiva.
Nessun obbligo di unanimità: la pena capitale può essere comminata a maggioranza semplice dei giudici, non richiedendo più l'accordo unanime del collegio (come invece previsto in precedenza per i rarissimi reati capitali preesistenti).
Indipendenza dall'accusa: il tribunale ha l'autorità di imporre la pena di morte anche se la stessa Procura militare o civile non ne ha fatto esplicita richiesta; dunque, possibilità di condanna anche senza richiesta dell’accusa.
Isolamento: il detenuto condannato a morte deve essere ristretto in un blocco di celle separato dagli altri detenuti fino al momento dell'esecuzione.
Segretezza: il testo contiene disposizioni volte a secretare l'identità del personale carcerario e dei funzionari coinvolti nell'esecuzione, esentandoli da responsabilità personali e stabilendo la riservatezza assoluta sulle procedure interne.
Si assiste così alla burocratizzazione della morte. È la trasformazione dell’uccidere in atto amministrativo.
Non è un incidente: è un progetto
Quello che sta accadendo oggi in Israele non è un incidente della storia: è un progetto politico, lucidissimo e inflessibile. Con l’approvazione della nuova legge che introduce la pena di morte esclusivamente per i palestinesi, lo Stato di Israele non ha soltanto superato una soglia etica: ha scelto deliberatamente di sancire per legge ciò che già praticava da tempo.
Sull’intervento di Yuli Novak dell’aprile 2026
L'ultimo intervento di Yuli Novak3-4 , direttrice di B’Tselem, pubblicato su The Guardian nell’aprile 2026, dal titolo “La legge israeliana sulla pena di morte segna una nuova fase nella disumanizzazione dei palestinesi” non è solo una cronaca politica, è un grido d'allarme lanciato dal cuore di un collasso etico. Ritengo opportuno evidenziare che B’Tselem è riconosciuta da anni come una delle più autorevoli ONG israeliane nel monitoraggio delle violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi ed è ritenuta “fonte più che attendibile” per la qualità dei suoi report, basati su documentazione, testimonianze verificate e analisi giuridiche.
Quando Novak descrive il meccanismo con cui la società israeliana e le sue istituzioni guardano oggi alla popolazione palestinese, mette a nudo una verità che molti preferiscono ignorare: la disumanizzazione non è l'effetto collaterale della guerra, ma il suo motore immobile.
L’eclissi dell’altro
Il processo di cui parla Novak segue una logica spietata. Per rendere sostenibile un'occupazione decennale e, oggi, un conflitto di una ferocia senza precedenti, è necessario prima di tutto svuotare l'altro della sua qualità di essere umano.
Se il palestinese cessa di essere un padre, una figlia, uno studente o un anziano e diventa esclusivamente una "minaccia statistica" o un "bersaglio legittimo", la barriera morale crolla.
L’articolo di Novak evidenzia come questo velo di indifferenza si sia trasformato in una vera e propria politica di Stato. La disumanizzazione avanza imperterrita perché si nutre di un linguaggio che anestetizza: le morti diventano "danni collaterali", la fame diventa "pressione strategica" e il dolore dell'altro viene derubricato a propaganda nemica.
Lo specchio rotto della democrazia
Il punto più dolente dell’analisi di Novak, che condivido profondamente, riguarda l’effetto speculare di questo processo. Una società che accetta di non vedere l'umanità del prossimo finisce inevitabilmente per smarrire la propria. Non si può recintare l’orrore senza che il veleno filtri attraverso le crepe della propria democrazia.
Il lavoro di B’Tselem è prezioso proprio perché ci restituisce un’immagine frammentata e sgradevole di ciò che stiamo diventando quando permettiamo che il diritto internazionale e l'etica universale vengano sacrificati sull’altare di una sicurezza che, senza giustizia, resta un’illusione.
Una responsabilità collettiva
Scrivere oggi di disumanizzazione significa denunciare la cecità volontaria. Accogliere le parole di Novak significa rifiutare la narrazione che vorrebbe l’odio come unica via possibile. La "disumanizzazione che avanza" non è un destino ineluttabile, ma una scelta quotidiana fatta di silenzio e complicità.
È tempo di tornare a chiamare le cose con il loro nome. Se non saremo capaci di riconoscere un bambino di Gaza o di Jenin come identico ai nostri figli, avremo già perso la battaglia più importante: quella per la nostra stessa dignità.
La pace non inizia con i trattati, ma con il momento esatto in cui restituiamo all'altro il diritto di essere considerato, semplicemente, umano.
Scrive con straordinaria chiarezza Yuli Novak su The Guardian che questa legge non inaugura una nuova realtà, ma “istituzionalizza una politica di uso della forza letale” che da anni è già normalizzata e di cui gran parte del mondo sembra non rendersi conto.
Uccidere diventa routine: Gaza, la Cisgiordania e i campi di tortura, Libano…
La verità è sotto gli occhi del mondo e della storia. Già prima di questa legge, i palestinesi venivano uccisi “legalmente” o “extra-legalmente”, la distinzione ormai conta poco:
a Gaza, le uccisioni di massa sono continuate persino dopo la dichiarazione di “cessate il fuoco”, in un contesto di devastazione totale che non ha equivalenti nel mondo contemporaneo.
In Cisgiordania, le morti sono quotidiane, ammantate dalla retorica dell’“operazione di sicurezza”, mentre sempre più coloni armati agiscono come milizie con quasi totale impunità.
Nelle carceri israeliane, come documenta B’Tselem, si è installato un sistema che molti giuristi definiscono ormai un apparato di tortura istituzionalizzata, con decine di palestinesi morti in custodia tra fame, abusi, violenze e negazione di cure.
Questa legge non corregge l’abuso: lo eleva a norma dello Stato.
Come la disumanizzazione diventa consenso
Il punto più inquietante non è la legge in sé, è la normalizzazione sociale. Perché in Israele questa legge non è stata contestata? Perché non ha suscitato un dibattito? Perché non ha diviso il Paese?
La risposta sta nella parola chiave che Yuli Novak mette al centro della sua analisi: disumanizzazione.
Un processo lungo, deliberato, costruito da:
leader politici che predicano esplicitamente l’annientamento dei palestinesi;
media che parlano della loro morte con toni celebrativi o di esultanza;
ministri come Smotrich e Ben-Gvir che hanno costruito la loro carriera sulla propaganda della violenza;
un’opinione pubblica che, bombardata da narrazioni tossiche, vede ormai i palestinesi come “nemici per natura”, “esuberi demografici”, “sacrificabili”.
Quando ammazzare un palestinese non genera più disagio, quando non suscita più domande, quando diventa un gesto amministrativo… quella società ha perso sé stessa.
Il racconto dell’“errore” a Kfar Aza: una versione che non regge alla logica
Per ignoranza o malafede c’è chi ancora giustifica il genocidio e i successivi crimini come reazione alla strage del 7 ottobre.5
Tra i punti più oscuri e inquietanti del 7 ottobre c’è il comportamento dell’IDF (Le Forze di Difesa di Israele) all’interno dei kibbutz attaccati. A Kfar Aza, per esempio, il rapporto ufficiale dell’esercito israeliano ha ammesso che tre civili israeliani sono stati uccisi dai soldati israeliani, liquidando il fatto come un tragico “errore” dovuto alla confusione del momento.
Una formula che ricorre anche in altre indagini interne, nelle quali l’IDF riconosce genericamente episodi di fuoco amico senza mai chiarire le circostanze né fornire piena trasparenza alle famiglie o all’opinione pubblica israeliana.6-7
Ma davvero si può sostenere questa tesi con serietà?
Davvero si può credere che in un kibbutz israeliano, in un luogo conosciuto fino all’ultimo metro dai soldati di leva, l’esercito abbia potuto “scambiare” dei residenti israeliani per miliziani palestinesi? È una narrazione che appare semplicemente implausibile, e che tanti israeliani — non certo simpatizzanti di Hamas — hanno definito offensiva dell’intelligenza e della dignità delle vittime. Un kibbutz non è un campo di battaglia anonimo: è un ambiente strutturato, familiare, abitato da civili in abiti civili.
Il Kibbutz Kfar Aza era ben distante dall’area palestinese sotto attacco, come si evince dalla seguente planimetria pubblicata da Human Rights Council sui “Risultati dettagliati sugli attacchi perpetrati a partire dal 7 ottobre 2023 in Israele”.8 Nella planimetria sono evidenziati i confini di Gaza (linea nera), i Kibbutz e la strada 232 che li collega.
Human Right Council, sessione numero 56, 10 giugno 2024.
E anche nelle ore successive ai primi attacchi, quando parte della situazione era già sotto controllo, l’IDF era perfettamente consapevole di dove si trovasse e di chi stesse cercando.
L’idea che potesse confondere all’interno delle case, dei cortili, dei salotti, gli abitanti del kibbutz con combattenti palestinesi è logicamente insostenibile. Eppure, nonostante l’evidente assurdità della versione ufficiale, la trasparenza continua a mancare.
Le indagini sono state rese pubbliche solo in parte, dopo mesi di pressioni enormi delle famiglie; e parallelamente, come denuncia l’ONU, Israele ostacola l’accesso degli investigatori internazionali e blocca la possibilità di verificare indipendentemente i fatti del 7 ottobre, sia in Israele sia nei Territori Occupati. Questa opacità non è neutrale: alimenta, giorno dopo giorno, la percezione che il dolore degli israeliani sia stato manipolato e piegato a una strategia politica di escalation.
Se anche volessimo accettare la versione dell’“errore”, ciò che resta è altrettanto devastante: uno Stato che uccide i propri cittadini e poi tace, ritarda, minimizza o distorce la verità è uno Stato che ha perso ogni bussola morale.
E in questo silenzio, in questa mancanza di trasparenza, si innesta la grande narrazione della disumanizzazione: la costruzione di un clima in cui ogni morte — israeliana o palestinese — diventa strumento e non tragedia, combustibile e non vita.
L’ombra americana: l’egemonia di Trump e il permesso di uccidere
L’Occidente dovrebbe indignarsi. E invece, ancora una volta, tace o sussurra appena; mentre, sul piano concreto, salvo poche eccezioni europee, non intraprende alcuna azione capace di contrastare le violazioni che si susseguono.
Gli Stati Uniti – soprattutto nella stagione trumpiana, che ha sdoganato ogni forma di estremismo filoisraeliano – hanno consegnato a Netanyahu un assegno in bianco: militare, politico e morale.
Di fatto, hanno detto a Israele: Fate ciò che volete, non ci saranno conseguenze. Non c’è solo complicità: c’è corresponsabilità storica.
Oggi, mentre Trump auspica un Medio Oriente “ridisegnato con la forza”, Netanyahu incarna il volto più aggressivo e irresponsabile di Israele: un uomo disposto a qualsiasi escalation pur di mantenere il potere e coprire i propri fallimenti giudiziari e politici.
Ebrei di tutto il mondo: una reputazione tradita
Qui emerge un punto che molti evitano per paura o prudenza: chi sta pagando le conseguenze morali delle azioni del governo israeliano non sono solo i palestinesi.
Gli ebrei del mondo – cittadini, artisti, intellettuali, comunità laiche o religiose – osservano con crescente angoscia come il nome dell’ebraismo venga usato per giustificare atrocità.
Perché Netanyahu e i suoi ministri parlano “in nome del popolo ebraico”, ma le loro azioni stanno alimentando un’ondata di indignazione globale che rischia di travolgere tutti.
La storia insegna che quando uno Stato compie ingiustizie sistematiche, l’odio non distingue più tra governo e popolo.
Ed è una prospettiva che dovrebbe spaventare chiunque abbia memoria delle tragedie del Novecento.
Palestina, Libano, Iran: il progetto occulto
La vita dei palestinesi non vale nulla per il governo israeliano, ma non vale nemmeno quella dei libanesi. In realtà, non vale nemmeno quella degli israeliani stessi, sacrificati in nome di un progetto geopolitico più vasto: ridisegnare il Medio Oriente con la forza, eliminare chiunque si opponga all’egemonia israelo-americana e aprire la strada alla partita più grande: l’Iran.
Dietro le retoriche della “democrazia” e della “sicurezza” si nasconde un vecchio, colossale interesse: il più grande giacimento petrolifero del pianeta.
Questo è il vero “sogno proibito” di Washington e Gerusalemme. In questo sogno la Palestina – da Gaza alla Cisgiordania – è diventata la pedina sacrificale in questa partita brutale e senza scrupoli.
Intervista Joffrey Sachs su La 7
Oltre Yuli Novak ci sono tante altre voci che si levano in continuità contro questi continui crimini. Tra queste desidero evidenziare il grande lavoro di informazione onesta e senza paura che svolge Joffrey Sachs, economista statunitense, professore universitario e analista politico, di cui ho scritto nel mio precedente articolo “L’umanità sull’orlo del baratro - Dal monito di Jeffrey Sachs agli allarmi dell’ex direttore del Mossad.”9
Jeffrey Sachs, il 13 marzo 2026 durante un suo intervento nel programma televisivo Piazzapulita su LA7, alla domanda su quale fosse il legame tra Trump e Netanyahu e sulla eventuale condizione di sudditanza di Trump ai Servizi israeliani, ha così risposto: «Credo che il loro rapporto risalga agli anni 60, è un rapporto del Mossad e della CIA non è un rapporto tra Presidente e Presidente e Presidente e Primo Ministro, Stati Uniti e Israele lavorano insieme, la Cia e il Mossad lavorano insieme da decenni, e questo è il rapporto di fondo, diciamo quello più semplice, e poi i leader dei due Paesi sono due pazzi, sono violenti, sono due psicopatici, il che peggiora le cose.»
In definitiva, ha descritto il loro rapporto politico come un'alleanza guidata più dagli apparati di intelligence (CIA e Mossad) che da normali dinamiche istituzionali tra capi di Stato.
Considerazioni finali
Il mondo sta già cambiando — e non nel silenzio. Sta cambiando nella tensione, nella frattura, nella crescente consapevolezza che qualcosa di irreversibile è stato oltrepassato.
La legge sulla pena di morte non è un episodio: è una soglia. Segna l’ingresso formale in un tempo in cui la vita palestinese viene espulsa dal perimetro del diritto, privata di valore legale, sociale e morale. Non è più soltanto una crisi politica o militare: è una mutazione etica.
E, come ha colto lucidamente Yuli Novak, questa scelta non resta confinata alla Palestina: si riverbera ovunque. Negli Stati Uniti, attraversati da un dissenso senza precedenti. In Europa, dove la frattura politica si fa ogni giorno più evidente. Nelle Nazioni Unite, dove l’architettura del diritto internazionale è sotto attacco — e proprio per questo incontra la resistenza di un Sud globale sempre meno disposto ad accettare il doppio standard.
Israele sta ridefinendo il mondo. Ma non nel modo che immaginava. Sta generando, forse suo malgrado, un fronte morale sempre più ampio, fatto di coscienze che rifiutano di accettare che l’esistenza di un popolo possa essere negata per legge. E ciò che vediamo oggi non è un punto di arrivo: è l’inizio.
Il mondo sembra sospeso, quasi consegnato alle decisioni di pochi uomini e di poteri che agiscono nell’ombra, capaci di orientare il destino collettivo. Le parole di Jeffrey Sachs — dure, estreme — non sono soltanto un giudizio sugli uomini, ma il segno di una frattura ormai insanabile nel linguaggio della politica e della ragione. Ma oltre gli uomini, resta un fatto nudo, inaggirabile: quando uno Stato trasforma la morte in diritto, e la esercita contro un solo popolo, non sta difendendo la sicurezza. Sta istituzionalizzando la disumanizzazione.
E in quel momento non è solo una nazione a perdere sé stessa.
È l’umanità intera che si avvicina pericolosamente al proprio limite.
Che Dio aiuti l’umanità.
Note
1 Adalah (“giustizia” in arabo) è un’organizzazione non governativa indipendente e senza scopo di lucro, fondata nel 1996 in Israele, il cui nome completo è Adalah – Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele. Adalah (legal center), Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel. Considerata il primo centro legale gestito da palestinesi cittadini di Israele, opera a tutela della minoranza araba-palestinese, pari a circa il 20% della popolazione.
L’organizzazione promuove i diritti umani e difende i diritti civili, politici, sociali ed economici degli arabi israeliani, lavorando per l’uguaglianza individuale e collettiva tra cittadini ebrei e arabi Adalah - Jerusalem Story.
La sua attività è prevalentemente giuridica: presenta ricorsi e cause nei tribunali israeliani, inclusa la Corte Suprema; fornisce assistenza legale; produce rapporti e analisi; e interviene presso organismi internazionali come ONU e UE per denunciare violazioni dei diritti. Adalah - ESCR-Net. Apartitica e riconosciuta a livello internazionale, Adalah si impegna in diversi ambiti, tra cui diritti fondiari, civili e politici, sociali, culturali, religiosi, nonché diritti delle donne e dei detenuti.
2 che è possibile consultare tramite il seguente link ufficiale dell'organizzazione: Adalah - Unofficial Translation: Death Penalty for Terrorists Law, 5786–2026.
3 Yuli Novak è un’attivista israeliana per i diritti umani, già direttrice di Breaking the Silence (2012–2017) e dal 2023 alla guida di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati), organizzazione fondata nel 1989 che monitora e denuncia le violazioni nei territori occupati. Yuli Novak è una delle figure più rilevanti del movimento israeliano nota per le sue posizioni critiche verso le politiche israeliane nei territori occupati e per il suo impegno nel renderle oggetto di dibattito pubblico.
4 Israel’s death penalty law marks a new phase in its dehumanisation of Palestinians.
5 Israele sapeva?.
6 How IDF failed Kfar Aza on Oct. 7: 3 Kibbutz members killed by mistake, civilians evacuated to area with terrorists.
7 First Israeli report into Oct 7 published, detailing ‘one of the greatest failures in IDF history’.
8 *Detailed findings on attacks carried out on and after 7 October 2023 in Israel – Report of the Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and Israel *.
9 L’umanità sull’orlo del baratro - Dal monito di Jeffrey Sachs agli allarmi dell’ex direttore del Mossad.
















