Recentemente ho dovuto passare diverso tempo in città e per una persona che vive da più di trent’anni in un bosco un mese in città è un lasso di tempo veramente lungo!
Quando si è abituati al silenzio assoluto rotto solamente dal canto degli uccelli, a poter fare quello che si vuole perché circondati dal nulla (o meglio, dalla natura e basta), doversi confrontare con i limiti posti dalla convivenza cittadina arreca non pochi fastidi.
Ma questo lo davo per scontato. Negli ultimi decenni non ho vissuto confinato a casa mia; mi è capitato di andare in città anche molto popolose e caotiche, ma sempre per alcuni giorni e perché lo decidevamo io e mia moglie, soprattutto per scopi turistici. Diverso è viverci per un mese e più.
Ciò che mi ha permesso di non impazzire dopo il terzo giorno è stato accettare preventivamente tutti i fastidi che ne sarebbero derivati. Quando devo fare una cosa, la faccio e basta; ritengo assolutamente inutile, anzi deleterio, lamentarsi della propria condizione. Un detto recita: “Se hai il rimedio, perché ti lamenti? Se non hai il rimedio, perché ti lamenti?”
Quindi il rumore del traffico cittadino, il vociare dei vicini, i passi dell’inquilina del piano di sopra, l’urlo delle sirene e tutti i rumori che chi vive in città conosce benissimo, non hanno turbato la mia salute mentale più di tanto.
Al contrario, inaspettatamente, ho scoperto alcuni lati del vivere in città che mi hanno colpito positivamente. Certo, non dover percorrere venti chilometri per fare la spesa è uno di quelli, ma è troppo ovvio e scontato. Parlo di qualcosa che, come ho potuto constatare, il cittadino tipo non coglie perché troppo coinvolto dalla vita di tutti i giorni per vederlo: il senso di comunità.
Sono nato e ho vissuto per trentatré anni in città e anch’io non coglievo il bello della vita in comune, anzi, non vedevo l’ora di andarmene, come poi ho fatto. Ma ora, con lo spazio e il distacco che il tempo mi ha aiutato a frapporre fra me e l’abitudine del vivere in città, forse colgo aspetti che di solito passano inosservati o si danno per scontati.
Per esempio, vivere in un gruppo più o meno numeroso di persone in abitazioni collocate nel mezzo di un territorio che le separa da un altro gruppo di abitazioni non solo significa vivere in un Comune, ma soprattutto vivere in comune. Considerazione banale, no?! Certo, logica, ovvia, tanto ovvia che la diamo per scontata. Ma viviamo questo senso di comunità, ne siamo realmente partecipi?
Ogni singolo cittadino forma la città, noi siamo parte della comunità, anzi, siamo la comunità. Così come ogni singolo membro forma la famiglia, ogni città forma la nazione e così via. La famiglia, di per sé, non esiste. Sono i vari componenti a darle vita.
Il sistema sociale che ci siamo dati ci ha abituati a delegare; noi singoli non decidiamo quasi niente, eleggiamo qualcuno che lo faccia al posto nostro e chiamiamo questo modus operandi democrazia. Non voglio qui stabilire se sia un sistema sociale giusto o meno, mi limito a considerare le conseguenze che esso ha sulla percezione del nostro ruolo all’interno delle città e, quindi, della società.
Non decidendo più nulla direttamente abbiamo la sensazione, a volte inconscia, di non contare più niente. A noi spetta solo andare a lavorare e, ogni tanto, votare qualcuno che si prenda cura di noi, delle infrastrutture, della sanità, dei rapporti con gli altri Stati e così via.
Perdonatemi, ma mentre scrivevo la frase precedente mi è scappato un sorriso sardonico. Ad ogni modo, che chi deleghiamo faccia i nostri interessi o meno, noi ci sentiamo e siamo, di fatto, tagliati fuori dai processi decisionali ed è quello che voglio sottolineare in questo scritto. Quando si sente dire che “la politica è distante dalla vita reale”, in realtà si sta invertendo la verità: è la vita reale, siamo noi, che siamo distanti dalla politica. Certo, i politici fanno di tutto per ampliare questo divario, perché è loro interesse farlo, ma siamo noi ad aver abdicato in loro favore. Si sono ribaltati i ruoli: loro ci controllano e dirigono, quando dovremmo essere noi a controllare il loro operato e dirigere le loro decisioni.
Ora, non voglio incitare alla rivolta o fare uno scritto politicizzato, anche se una volta si diceva che anche il pane che mangiamo è politica, ma di sicuro il nostro ruolo all’interno dell’organismo sociale e cittadino ha a che fare con la politica, anzi è politico, nel senso etimologico del termine che mi permetto qui di ricordare: dal greco antico politikḗ che attiene, cioè, alla pόlis, la città-Stato, tipica istituzione dell’antica Grecia.
Tornare alla città dopo tanti decenni, anche se per un periodo limitato, mi ha fatto vedere, sentire questo senso del vivere in comune in modo tangibile; lo vedo ogni volta che esco per strada, quando noto i vari disservizi da parte dell’amministrazione cittadina, quando vedo i negozi che chiudono i battenti, quando vedo gettare carte, mozziconi, bicchieri di carta e molto altro per terra, quando percepisco il menefreghismo, l’ignoranza e l’arroganza di alcuni, ma anche quando leggo manifesti che m’informano sulle varie iniziative culturali, quando vedo gli sforzi che sia i cittadini che le varie amministrazioni che si sono succedute hanno profuso nel mantenere in buone condizioni il patrimonio artistico delle nostre città, quando vedo aumentare il numero dei parchi e delle aree a verde, quando l’amministrazione utilizza la tecnologia per migliorare la qualità dei servizi, quando parlo con gli addetti degli uffici comunali e li trovo molto gentili e disponibili…
Magari alcuni di voi strabuzzeranno gli occhi chiedendosi di che città sto parlando, perché da loro le cose non funzionano così. Se è così, se la città è solo un luogo dove nulla funziona, dove negli uffici pubblici sono scortesi e altro non è forse anche colpa nostra? Certo, demandando tutte le scelte e le decisioni ad altri, a noi cosa resta fare se non criticarle? Bè, forse proporre delle alternative, quelle che vengono chiamate buone pratiche. Costituire comitati di cittadini che si prendono carico di esporre all’amministrazione comunale le varie critiche di altri cittadini, proponendo alternative valide e sostenibili.
Partecipare ai Consigli Comunali facendo sentire le nostre voci. Stimolare gli organi d’informazione per far emergere i problemi e portarli all’attenzione di chi ha il potere decisionale. E chissà quante altre cose potremmo fare: la fantasia al potere!
La città è una comunità allargata, che comincia dalla famiglia, per passare alla cerchia delle amicizie, allargandosi all’ambiente di lavoro, alla comunità del condominio in cui si vive. Per inciso, “condominio” deriva dal latino medioevale condominium, ossia proprietà condivisa, e la condivisione, il mettere in comune non solo una proprietà fisica, ma anche e soprattutto le nostre esperienze, capacità, desideri, vocazioni, costituisce la base per una convivenza proficua per tutti.
Ho affrontato, da un altro punto di vista, l’argomento del vivere in una comunità più o meno vasta in un articolo dell’anno scorso dove, tra l’altro, scrivevo: “Far parte di una comunità significa apportare conoscenza al gruppo stesso, condividere il proprio conosciuto, confrontarlo con gli altri e contribuire allo sviluppo della comunità stessa arricchendo, così, il suo sapere.”1
Questa partecipazione alla vita sociale del gruppo, questo volersi mettere in gioco, condividere i propri pensieri su cosa si potrebbe fare perché i vari appartenenti alla comunità si sentano considerati come elementi attivi della società e non solo dei numeri il giorno delle votazioni, desiderare di apportare il proprio contributo perché il posto in cui si vive sia sempre più bello, pulito, funzionale e permetta un’alta qualità della vita, tutto questo potrebbe trovare la sua applicazione naturale se si risvegliasse in noi l’orgoglio di sentirci parte di qualcosa di più vasto da noi stessi. Quel senso di appartenenza che, molto più semplicemente, provano i tifosi di una squadra; diventiamo tifosi scatenati della nostra città, del nostro condominio.
Dobbiamo renderci conto che siamo l’attuale parte finale di una lunga fila di persone che sono venute prima di noi, che hanno abitato queste terre, le hanno dissodate, coltivate, rese fertili dando la possibilità ad altri di abitarle, hanno deviato l’acqua dei fiumi per creare canali per irrigarle e portare l’acqua nelle case. Case che sono cresciute di numero, in qualità e bellezza, che hanno ospitato artisti, filosofi, artigiani e ognuno di loro ha contribuito all’accrescimento culturale, artistico della città, ma anche a renderla più vivibile, costruendo ospedali, dando vita a infrastrutture che hanno migliorato il vivere in città. Tutto questo è stato il frutto di un impegno profuso da chi ci ha preceduto per far sì che noi ne godessimo e ne siamo, quindi, responsabili.
Tutto questo oggi noi lo diamo per scontato e, anzi, ci lamentiamo di come le cose non funzionino. Tutto può migliorare, il nostro è un percorso senza fine, senza punto d’arrivo, sia che si intenda in senso pratico e materiale che spirituale. E tutto comincia in ognuno di noi.
Come ho già detto tante altre volte, smettiamola di lamentarci e iniziamo il cambiamento da noi stessi e inevitabilmente vedremo cambiare il mondo.















