Si possono esportare beni, ma non la democrazia.

È una verità semplice, ripetuta dalla storia con una regolarità dolorosa. La democrazia non è un pacco da recapitare, né un software da installare, né un bene trasferibile, né una tecnologia politica esportabile: è un processo lento, generativo, che nasce dove comunità reali coltivano libertà, responsabilità e legalità. Eppure, nonostante una lunga sequenza di fallimenti documentati, una parte rilevante del discorso pubblico occidentale continua a presentarla come tale.

Ogni volta che si è voluto imporla dall’esterno — con la forza delle armi, con sanzioni ridisegnate come moralità o con ingegnerie elettorali — si sono generate frammentazione, sfiducia, regressione dei diritti. Come leggeremo di seguito, Iraq, Libia, Yemen e Iran sono ferite ancora aperte; la vicenda venezuelana ci ricorda, oggi, quanto sia facile proclamare “ordine” mentre si corrompe la sostanza del patto democratico1.

Verrà anche richiamata la vicenda “della Palestina” e quella della “Groenlandia”, quest’ultima nuova fonte di seria preoccupazione internazionale.

Dietro la formula “esportare la democrazia” c’è sempre un copione: falsità annunciate per legittimare interventi, silenzio quando i conti non tornano, accelerazione quando c’è un minerale, una rotta o una base da blindare.

Da promessa di emancipazione collettiva, la democrazia è stata progressivamente trasformata in una formula di legittimazione, utile a giustificare pressioni politiche, sanzioni economiche, interferenze e interventi esterni, in genere per sete di potere economico e politico, i cui risultati sono stati: Paesi disgregati, società frammentate, instabilità cronica. Quando la democrazia viene separata dal suo contesto storico, culturale e umano, smette di essere un orizzonte politico e diventa una costruzione astratta, funzionale a interessi che raramente vengono dichiarati.

Ogni volta che un intervento politico, economico o militare viene giustificato in nome della democrazia, dovremmo chiederci non cosa viene promesso, ma cosa è già accaduto altrove in suo nome. La storia recente offre un elenco fin troppo chiaro: strutture statuali indebolite, tessuti sociali compromessi, milioni di vite sospese tra guerra, povertà e instabilità cronica.

Eppure, nonostante Iraq, Libia, Yemen e Iran siano sotto gli occhi di tutti, la stessa narrazione viene riproposta oggi sul Venezuela, come se il fallimento sistemico dell’“esportazione democratica” fosse un dettaglio trascurabile. Sembra potersi enunciare il famoso detto: il lupo perde il pelo, ma non il vizio. La democrazia viene evocata come parola salvifica, mentre sul terreno si moltiplicano sanzioni, pressioni e atti unilaterali che colpiscono soprattutto i più vulnerabili.

Questa non è ingenuità. È una consolidata pericolosa scelta politica.

Alcune delle promesse tradite: Iraq, Libia, Yemen, Iran

Iraq: la promessa infranta della “liberazione”

Nel 2003, l’intervento militare che avrebbe dovuto inaugurare una stagione di libertà ha lasciato invece un’eredità di instabilità, settarismo, e un’economia sfigurata. La “liberazione” promessa ha aperto la strada a un lungo ciclo di violenze, instabilità e impoverimento del tessuto civile.

Sintesi autorevoli richiamano il conto umano e politico del conflitto: migliaia di morti, un ordine politico e sociale orientato alla sicurezza come priorità assoluta, che giustifica misure eccezionali, restrittive o altamente intrusive (ordine securitario) che ha sostituito l’ordine del diritto un’economia ferita. A vent’anni dall’invasione, ricerche comparate mostrano come l’idea di una rivoluzione democratica “esportata” si sia schiantata contro istituzioni fragili e una società divisa. 2

Libia: l’intervento “umanitario” e il vuoto di Stato

Nel 2011 l’intervento NATO, formalmente fondato “a protezione dei civili”, ha accelerato il collasso dello Stato senza offrire un percorso condiviso di ricostruzione istituzionale. Si è trasformato in un cambio di regime senza architettura del dopo. A distanza di oltre un decennio, la Libia resta un mosaico di poteri concorrenti, con elezioni rinviate, violazioni dei diritti, e un’onda lunga di armi proliferate nel Sahel che ha destabilizzato l’intera regione. È la radiografia di una pace mancata.3

Yemen: la guerra degli altri sulla pelle dei civili

La guerra yemenita, esplosa da fratture interne, è stata ingigantita da interventi esterni contrapposti che hanno prolungato e aggravato la catastrofe umanitaria.

Il risultato? Una catastrofe umanitaria diventata tra le più gravi al mondo, un conflitto “congelato” che congela anche sviluppo e diritti rendendo la società stremata. L’intervento esterno ha moltiplicato la sofferenza e reso più remota la composizione politica, soffocando i percorsi politici locali, erodendo sviluppo, sicurezza e coesione sociale. Anche laddove i fronti sembrano “congelati”, le condizioni di vita restano insopportabili e i diritti, una promessa lontana.4

Iran: ulteriore fallimento di importazione della democrazia

Un esempio storico paradigmatico di come l’ingerenza esterna possa tradire le promesse democratiche è l’Iran. Nel 1953 un colpo di Stato orchestrato da potenze straniere rovesciò il primo ministro Mohammed Mossadegh, eletto democraticamente dopo la decisione di nazionalizzare l’industria petrolifera. Tale intervento consolidò il potere assoluto dello Scià e impose un regime autoritario sostenuto da attori internazionali, inaugurando una lunga stagione di repressione interna che avrebbe poi alimentato la Rivoluzione del 1979 e una radicata sfiducia verso ogni proposta di “aiuto” esterno.

Oggi l’Iran è attraversato da vaste proteste contro la mancanza di diritti civili e politici. Molti attivisti chiedono una transizione democratica che nasca dall’interno della società, non come effetto di interferenze straniere: la memoria collettiva della manipolazione esterna resta infatti vivissima.

Il passaggio di potere a Mohammad Reza Pahlavi consolidò una monarchia sempre più repressiva: nessuna democrazia fu “importata”. E la Rivoluzione del 1979, pur abbattendo la monarchia, non sfociò in una democrazia liberale, bensì in una nuova forma di dittatura, fondata su basi religiose e istituzionali differenti. La lezione che emerge è chiara e lineare: l’ingerenza esterna può cambiare la forma del potere, ma non genera libertà.

Palestina: la democrazia come alibi

Anche per il popolo palestinese è stata a lungo richiamata una presunta assenza di democrazia come giustificazione politica e morale. Si è sostenuto che l’assenza di un interlocutore “democraticamente legittimo”, a causa del ruolo di Hamas, rendesse accettabile la sospensione di diritti, garanzie e tutele normalmente inviolabili. Questa narrazione ha progressivamente mostrato la sua natura strumentale.

L’identificazione di un intero popolo con un’organizzazione armata ha finito per legittimare pratiche che nulla hanno a che vedere con la difesa dei valori democratici: bombardamenti indiscriminati, distruzione sistematica delle infrastrutture civili, punizione collettiva. Anche qui non è stata esportata alcuna democrazia. È stato invece prodotto un dramma umano di proporzioni enormi, mentre il linguaggio dei valori veniva utilizzato come copertura narrativa.

Quando la democrazia diventa una condizione preliminare per il riconoscimento della dignità umana, essa cessa di essere universale e si trasforma in uno strumento politico selettivo.

Nel caso palestinese, si è finito per trattare la democrazia come una soglia morale: poiché non c’è una democrazia riconosciuta, allora anche la dignità delle persone può essere sospesa.

Il caso Venezuela: democrazia, petrolio e diritto internazionale

Il Venezuela è da anni raccontato attraverso una narrazione binaria: da un lato la promessa di una “transizione democratica”, dall’altro la necessità di esercitare pressioni sempre più incisive per renderla possibile.

In mezzo, però, c’è un elemento che raramente occupa il centro del discorso: la condizione concreta della popolazione.

Per lottare contro la dittatura sono state attuate sanzioni economiche — presentate come strumenti mirati e reversibili — che hanno avuto effetti sistemici sulla società venezuelana. Organismi internazionali, relatori ONU e osservatori indipendenti hanno più volte segnalato l’impatto diretto di queste misure sull’accesso ai beni essenziali, sui servizi sanitari e sulla sicurezza alimentare5.

Criticare l’autoritarismo, le opacità istituzionali e le violazioni dei diritti è legittimo e necessario. Ma quando la risposta internazionale finisce per colpire indiscriminatamente un intero popolo, lo scarto tra il linguaggio dei diritti e la pratica del potere diventa evidente e non più occultabile.

All’apparenza, la cattura di Nicolás Maduro e la successiva narrazione internazionale sembra legata a un discorso sul ripristino dell’ordine democratico e sul contrasto alla criminalità transnazionale. Ma i fatti più recenti mostrano un quadro ben più complesso — e profondamente inquietante.

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, forze statunitensi hanno lanciato un’operazione militare su grande scala a Caracas, culminata con la cattura di Maduro e di sua moglie Cilia Flores e il loro trasferimento negli Stati Uniti, dove sono stati incriminati per traffico di droga e narco-terrorismo in un tribunale di New York.

Le autorità americane hanno presentato l’azione come parte di una strategia per combattere il narcotraffico e la “minaccia alla sicurezza” — oltre a sottolineare la necessità di una transizione politica in Venezuela (cioè la necessità di “importare la democrazia”). Tuttavia:

  • la modalità operativa (un attacco militare diretto in territorio sovrano e il prelievo del presidente deposto con l’uso di forze speciali) solleva dubbi sostanziali sulla legittimità giuridica dell’azione; esperti di diritto internazionale hanno osservato che l’azione contravviene al principio di non-uso della forza sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dai fondamenti della sovranità statale.

  • Il governo venezuelano e vaste mobilitazioni popolari hanno definito la cattura “ingiusta e illegittima”, denunciando la violazione della sovranità nazionale e chiedendo la liberazione del loro presidente, mentre istituzioni interne hanno nominato un governo ad interim.

  • Maduro stesso, comparendo davanti a un giudice federale americano, ha sostenuto di essere stato “catturato illegalmente” e ha ribadito la propria posizione di leader legittimo del Venezuela.

Dietro la retorica della giustizia e della lotta al narcotraffico, non è difficile leggere la presenza di forti motivazioni geopolitiche ed economiche. In un contesto in cui il Venezuela detiene una delle maggiori riserve petrolifere al mondo, l’azione statunitense è stata accompagnata da dichiarazioni ufficiali e piani politici per un ruolo diretto delle compagnie energetiche americane nel paese. In altri termini, la narrazione della “transizione verso la democrazia” e della lotta al crimine non può essere disgiunta da una strategia di accesso alle risorse, di influenza regionale e di ridefinizione degli equilibri geopolitici. Quando il petrolio entra prepotentemente nel discorso, il linguaggio dei valori tende a sbiadire, lasciando spazio a obiettivi molto più materiali.

Questo episodio pone una domanda cruciale, che non può essere elusa:

se per ristabilire la democrazia si calpestano le regole del diritto internazionale, se si interviene militarmente in un’altra sovranità senza mandato multilaterale e se le popolazioni pagano il prezzo più alto, possiamo ancora chiamare “esportazione della democrazia” ciò che sta accadendo?

Ignorare questo dato non è una distrazione. È una scelta.

Una scelta che accetta che la sofferenza collettiva venga trattata come un costo collaterale, giustificabile in nome di un obiettivo politico formulato in termini astratti e mai misurato nei suoi effetti reali.

Ignorare questo dato significa compiere una scelta precisa: sacrificare la dimensione umana sull’altare della coerenza geopolitica.

Il mito dell’esportazione democratica

Alla base di questi fallimenti ritorna un presupposto raramente messo in discussione: l’idea che la democrazia sia un modello universale replicabile, indipendente dalle storie politiche, dalle culture civiche e dalle strutture sociali dei popoli a cui viene “offerta”.

La storia recente smentisce questa visione con regolarità.

In Iraq, la rimozione violenta di un regime autoritario ha prodotto una lunga stagione di guerra civile, radicalizzazione e dissoluzione dello Stato.

In Libia, l’intervento giustificato in nome della protezione dei civili ha lasciato un territorio frammentato, privo di un’autorità condivisa, attraversato da milizie e traffici illegali. In Yemen, la retorica della stabilizzazione ha accompagnato una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo6.

In nessuno di questi contesti la democrazia ha messo radici. In tutti, la promessa morale ha lasciato spazio a un disordine duraturo.

Democrazia come dispositivo narrativo

A questo punto diventa inevitabile una domanda scomoda:

e se la democrazia non fosse l’obiettivo, ma il racconto che rende accettabili certe scelte?

Energia, risorse naturali, controllo delle rotte strategiche, influenza regionale continuano a orientare in modo decisivo le decisioni delle grandi potenze. Il Venezuela, con le sue immense riserve petrolifere è un elemento centrale di questa competizione.7

Presentare pressioni economiche e politiche come una missione etica consente di rimuovere dal discorso pubblico la dimensione dell’interesse. La democrazia diventa così un linguaggio rassicurante, capace di mascherare strategie che, se fossero dichiarate apertamente, apparirebbero molto meno difendibili.

Groenlandia: il giorno in cui il Re è apparso nudo

Il tentativo di acquisizione della Groenlandia ha avuto un valore rivelatore. In questo caso, la retorica democratica è quasi del tutto assente. Infatti, per la Groenlandia non è possibile fare promesse di libertà, perché la libertà esiste, nessun riferimento a riforme istituzionali, perché sono solide più che in tanti altri Paesi che si ritengono democratici, nessun linguaggio salvifico, poiché nessuna richiesta in tal senso è stata avanzata dai cittadini, che si sentono pienamente appagati. In questo caso emerge, in maniera palese, la vera motivazione. L’interesse è solo per acquisire territorio, risorse, sicurezza, controllo strategico. Per una volta, fortunatamente, gli Stati Uniti hanno dovuto abbandonare la retorica dei valori sullo sfondo, lasciando invece emergere la nuda logica del potere: risorse, sicurezza, proiezione geopolitica.

La Groenlandia concentra un insieme di risorse di valore strategico globale: giacimenti di terre rare essenziali per l’industria tecnologica e militare, uranio, potenziali riserve di petrolio e gas offshore, immense disponibilità di acqua dolce e una posizione chiave nel controllo delle rotte artiche, rese sempre più accessibili dal cambiamento climatico. A ciò si aggiunge il suo ruolo centrale nei sistemi di difesa e di sorveglianza del Nord Atlantico, cruciale per l’equilibrio geopolitico tra Stati Uniti, Russia e Cina.

Sul versante sicurezza, la Groenlandia è nodo dell’architettura NATO con capacità di allerta preventiva (early warning): la scelta di potenziare Pituffik8. Questo è un altro probabile motivo da cui potrebbero essere scaturite le dichiarazioni aggressive su un possibile acquisto o addirittura sequestro dell’isola — posizione respinta con fermezza da Groenlandia e Danimarca, mentre alleati europei hanno aumentato la presenza militare nell’area a sostegno della sovranità danese/groenlandese. Non è un dibattito di “valori”: è una gara di proiezione di potenza nell’Artico, tra USA, Russia e Cina, con l’UE che tenta di costruire partnership “sostenibili” e catene di fornitura “etiche”.9

La Groenlandia non viene trattata come una democrazia da promuovere, ma come uno spazio geopolitico da presidiare.

Ed è proprio questa franchezza involontaria a svelare il meccanismo: quando l’interesse è dichiarato, la democrazia scompare dal discorso.

Questo episodio costringe a rileggere anche gli altri scenari con maggiore lucidità. La democrazia viene evocata non perché indispensabile, ma perché utile.

Dal Medio Oriente al Venezuela, fino alla Groenlandia, il cerchio si chiude sempre nello stesso punto. Cambiano i contesti, le latitudini, le giustificazioni. Non cambia il meccanismo.

In Iraq e in Libia la democrazia è stata promessa come redenzione, mentre si smantellavano Stati e si aprivano cicli di instabilità destinati a durare decenni. In Venezuela continua a essere evocata come argomento risolutivo, mentre sanzioni, pressioni e azioni unilaterali colpiscono una popolazione già provata e il diritto internazionale diventa un principio negoziabile. In Groenlandia, infine, la democrazia non viene nemmeno chiamata in causa. Non ce n’è bisogno. L’interesse strategico può presentarsi apertamente, senza più mediazioni morali. È qui che il discorso si spezza.

Nel caso della Groenlandia — priva di crisi istituzionali, di repressioni interne, di emergenze democratiche — il Re è nudo. E lo è proprio perché non c’è più alcuna necessità di fingere. Viene alla luce ciò che i precedenti tentativi di “esportazione della democrazia” avevano già mostrato, ma che si è preferito non vedere: i valori diventano linguaggio di legittimazione, non criterio di coerenza.

Quando la democrazia è utile, viene brandita.

Quando è d’intralcio, viene piegata.

Quando non serve, viene semplicemente rimossa dal discorso.

Non siamo davanti a una sequenza di errori, ma a una narrazione selettiva che sopravvive ai propri fallimenti. Una narrazione che, dopo Iraq, Libia e Afghanistan, avrebbe dovuto interrogarsi su sé stessa e che invece continua a riproporsi, mutando scenario ma non logica.

La lezione, in realtà, è ormai evidente.

La democrazia non si impone. Non si esporta. Non si usa come copertura.

Quando nasce dalla forza, perde il suo nome.

E quando continuiamo a chiamarla così, pur conoscendo gli esiti di ieri, il problema non è soltanto ciò che facciamo nel mondo, ma ciò che scegliamo di giustificare, ancora una volta, in suo nome.

Oltre l’imposizione della democrazia: la dignità umana come criterio dimenticato

Nel dibattito sull’esportazione della democrazia, ciò che resta sistematicamente ai margini è la dignità della persona.

Si discute di assetti istituzionali, di leadership, di equilibri regionali. Molto meno delle conseguenze sulle vite quotidiane.

Una politica internazionale che produce instabilità permanente, impoverimento e perdita di vite non può essere definita democratica, qualunque sia il lessico che la accompagna. Se la democrazia ha un significato, esso risiede nella tutela concreta dell’essere umano, non nella sua strumentalizzazione.

Rifiutare l’illusione dell’esportazione non significa abbandonare la responsabilità internazionale. Significa, piuttosto, recuperare una concezione più esigente e più onesta dell’impegno globale.

Sostenere la democrazia vuol dire:

  • favorire processi di dialogo interno,

  • rafforzare la società civile,

  • accompagnare i percorsi politici senza imporne i tempi,

  • accettare che la maturazione democratica sia imperfetta, lenta e non allineata agli interessi esterni.

La pace duratura non nasce dall’imposizione. Nasce dalla legittimità riconosciuta.

Iran: la democrazia non si impone con la forza

Di fronte all’eccidio che oggi si sta consumando in Iran, la domanda non è se la democrazia debba essere difesa, ma in quale modo. La storia recente — dall’Iraq alla Libia, dallo Yemen alla Palestina, fino al Venezuela — ha mostrato con chiarezza che la democrazia non può essere imposta con la forza senza essere snaturata. Interventi militari, sanzioni indiscriminate e atti unilaterali compiuti in nome dei diritti hanno spesso prodotto l’effetto opposto: hanno aggravato le sofferenze delle popolazioni civili, rafforzato apparati repressivi e svuotato di credibilità il linguaggio stesso dei valori.

Impedire un eccidio, anche in Iran, non significa esportare modelli politici o forzare transizioni dall’esterno, ma esercitare una pressione internazionale coerente, multilaterale e fondata sul diritto: documentare i crimini, perseguire le responsabilità, proteggere i civili, sostenere la società civile. Perché quando la democrazia viene imposta, smette di essere tale; e quando viene invocata per giustificare la violenza, perde ogni legittimità morale.

Conclusione: smettere di usare la democrazia come alibi

Continuare a parlare di esportazione della democrazia dopo decenni di fallimenti documentati non è più un errore analitico. È una mistificazione consapevole. Serve a coprire interessi economici e politici, a rendere presentabili decisioni che sacrificano la dignità umana.

La democrazia non viaggia nei container, non arriva con i decreti, non si compra, non si vende, non si impone, non nasce da un contratto, né da un ultimatum. Nasce dal riconoscimento reciproco, dalla responsabilità collettiva, dal tempo lungo delle società.

Se la democrazia è davvero la nostra bandiera, allora la si difenda con la verità verificabile e con diritti indivisibili. Tutto il resto è marketing.

Ogni volta che viene utilizzata come alibi, la democrazia non avanza: viene tradita. E il prezzo di questo tradimento non è mai pagato da chi lo decide, ma da chi lo subisce.

Il Venezuela, come prima l’Iraq o la Libia, e come oggi la Groenlandia nelle sue dimensioni strategiche, mostrano con chiarezza che quando la posta in gioco è alta, la retorica dei valori viene piegata senza esitazione. Le vite umane diventano un costo collaterale, la dignità un dettaglio negoziabile.

Finché continueremo a confondere l’imposizione con il sostegno e l’interesse con il valore, non solo tradiremo la democrazia: ma ne useremo il nome per svuotarla di senso. E questa, più di ogni altra, è una sconfitta che nessuna potenza può permettersi di ignorare.

Se la democrazia deve avere ancora un senso, non può essere imposta, né brandita come un’arma retorica. Deve tornare a essere ciò che è sempre stata: una conquista interna, fragile, imperfetta, ma profondamente umana. Tutto il resto è propaganda. E la propaganda, prima o poi, presenta sempre il conto.

Note

1-2 La guerra in Iraq.
3 L'intervento in Libria.
4 La guerra in Yemen.
5 Il sito delle Nazioni Unite.
6 La crisi umanitaria dello Yemen.
7 U.S. Energy Information Administration.
8 Il potenziamento della base spaziale di Pituffik (ex Thule) in Groenlandia da parte degli USA risponde alla necessità di rafforzare la sicurezza nell'Artico, trasformandola in un hub cruciale per la difesa missilistica e spaziale. Gli interventi includono l'arrivo di aerei militari per operazioni coordinate dal Comando di Difesa Aerospaziale Nordamericano (NORAD), gestendo il contesto geopolitico legato alle risorse e alle nuove rotte.
9 L'articolo pubblicato su USA Today: Greenland's only US military base is (quietly) getting a massive upgrade.