Quando questo articolo verrà pubblicato saranno già passati alcuni mesi dalle elezioni del 22 marzo riguardo l’assetto della magistratura italiana, un passaggio che, almeno nelle intenzioni di chi lo ha promosso, avrebbe dovuto aprire un confronto serio sul ruolo del potere giudiziario nella democrazia contemporanea. La sensazione, osservando il dibattito che ha preceduto quel voto, è che si sia assistito ancora una volta a una rappresentazione caricaturale di uno dei temi più delicati dello Stato di diritto, quindi il rapporto tra magistratura, politica e opinione pubblica dei cittadini e media.

La magistratura, nel sistema costituzionale italiano, non è un protagonista politico né un'associazione autoreferenziale che difende interessi propri, come spesso viene raccontato nel discorso pubblico più polemico. È, prima di tutto, uno dei tre poteri dello Stato, accanto a quello legislativo e a quello esecutivo, e la sua funzione è tanto semplice quanto essenziale: applicare la legge e garantire che nessun potere, nemmeno quello politico, possa sottrarsi al rispetto delle regole comuni. L’indipendenza dei magistrati è spesso descritta come un privilegio, ma in realtà è una garanzia pensata per i cittadini perché senza un potere giudiziario autonomo ogni sistema democratico rischierebbe di trasformarsi rapidamente in un sistema dove la legge segue la convenienza di chi governa.

Eppure, negli ultimi anni la magistratura è diventata uno dei bersagli più frequenti della retorica politica. Una parte significativa delle destre ha costruito l’immagine delle cosiddette toghe rosse, per suggerire l’esistenza di una magistratura ideologicamente schierata, orientata politicamente. È una rappresentazione potente dal punto di vista comunicativo, perché funziona bene nel linguaggio della polarizzazione contemporanea, ma è anche una rappresentazione che, se osservata con un minimo di attenzione istituzionale, rivela tutta la sua fragilità.

La magistratura italiana non è un blocco uniforme e non è nemmeno un soggetto politico organizzato. È composta da migliaia di magistrati che svolgono funzioni diverse (giudici, pubblici ministeri, magistrati di tribunale, magistrati di corte) all’interno di un sistema che prevede responsabilità disciplinari e una struttura ordinamentale molto più complessa di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. Ridurre tutto a una contrapposizione ideologica tra magistratura e politica significa ignorare la natura stessa del sistema giudiziario e trasformare una questione istituzionale in una narrazione identitaria.

La narrazione semplificata diventa ancora più evidente se si guarda a ciò che accade nei tribunali reali, lontano dalle polemiche televisive e dalle dichiarazioni politiche. Ci sono casi, negli ultimi anni, che dimostrano quanto la funzione giudiziaria sia ben distante dall’idea di un potere ideologico compatto. Il caso di Stefano Cucchi, ad esempio, resta uno dei passaggi più dolorosi e complessi della giustizia italiana recente: un processo lunghissimo, attraversato da anni di polemiche e strumentalizzazioni politiche, che ha messo sotto accusa comportamenti gravissimi all’interno delle istituzioni. Proprio per questo la decisione definitiva della Cassazione sul processo per i depistaggi, con due condanne ma anche assoluzioni, tra cui quella del colonnello Sabatino perché il fatto non sussiste.

Se davvero esistesse una magistratura ideologicamente schierata, come spesso si sostiene nel linguaggio politico più aggressivo delle destre al governo, sarebbe difficile spiegare esiti che non seguono né la pressione mediatica né le aspettative di parte, ma si muovono dentro il perimetro molto più rigoroso delle prove e del diritto. Certo, questo non significa che il sistema giudiziario sia perfetto o immune da errori perché, al contrario, la giustizia italiana è spesso lenta, faticosa, attraversata da problemi strutturali che da decenni vengono discussi senza trovare soluzioni definitive. Criticare la magistratura e discutere del suo funzionamento è non solo legittimo ma necessario. Il problema nasce quando la critica si trasforma in delegittimazione sistematica, quando l’istituzione nel suo complesso diventa un bersaglio politico permanente e il dibattito pubblico perde completamente il senso delle proporzioni.

Per comprendere davvero cosa significhi essere magistrati in Italia, però, non basta osservare le polemiche da social. Bisogna guardare anche alla storia della Repubblica, una storia che soprattutto tra gli anni Settanta e Novanta, è stata segnata da una violenza politica e criminale che ha colpito direttamente lo Stato e le sue istituzioni. In quella stagione molti magistrati hanno pagato con la vita il proprio lavoro diventando bersagli diretti delle organizzazioni terroristiche e mafiose che cercavano di piegare o intimidire lo Stato democratico.

Tra loro ci sono nomi che hanno segnato profondamente la memoria collettiva del paese. Emilio Alessandrini, magistrato milanese impegnato nelle indagini sul terrorismo, assassinato nel 1979 dalle Brigate Rosse; Mario Amato, che indagava sull’estremismo neofascista, ucciso nel 1980; Bruno Caccia, procuratore della Repubblica di Torino, assassinato dalla ’ndrangheta nel 1983. E poi Rocco Chinnici, che aveva avuto l’intuizione di creare il primo nucleo investigativo coordinato contro la mafia, aprendo la strada al lavoro del pool antimafia di Palermo.

Accanto a questi nomi ci sono quelli di magistrati meno citati ma altrettanto centrali nella storia giudiziaria italiana: Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Francesco Coco, Gaetano Costa, Guido Galli, Riccardo Palma, Girolamo Minervini, Agostino Palma, Pietro Scaglione, Cesare Terranova. E naturalmente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il cui lavoro e il cui sacrificio sono diventati simbolo della lotta dello Stato contro Cosa Nostra.

Ricordare i nomi di questi magistrati anche oggi è importante per ricordare che il potere giudiziario, nel nostro paese, non è soltanto un tema di discussione politica o una categoria astratta del diritto costituzionale. È un’istituzione concreta, fatta di persone che esercitano ogni giorno una funzione delicatissima e che, in alcuni momenti della storia italiana, hanno dovuto farlo sapendo di essere nel mirino di organizzazioni criminali e terroristiche.

Osservare oggi il modo in cui il dibattito politico affronta il tema della magistratura, spesso riducendolo a uno scontro tra tifoserie ideologiche, lascia una sensazione di profonda sproporzione. Perché dietro le polemiche sulle toghe rosse e le difese corporative dell’autonomia della magistratura, c’è una realtà istituzionale molto più complessa, che meriterebbe un confronto più serio e meno spettacolare.

Il problema non è tanto il conflitto tra magistratura e politica, che in una democrazia è in parte inevitabile, quanto il modo in cui questo conflitto viene raccontato. Quando la discussione sulle istituzioni si riduce a slogan, quando il linguaggio della politica sostituisce quello del diritto, il rischio non è solo quello di deformare la percezione della magistratura, ma di indebolire la fiducia dei cittadini nel funzionamento dello Stato.

Ed è proprio questa fiducia, alla fine, il vero punto della questione. Perché la giustizia non appartiene ai magistrati e non appartiene nemmeno alla politica. Appartiene ai cittadini, che attraverso le istituzioni dello Stato cercano una cosa molto semplice e allo stesso tempo difficilissima da garantire: che la legge sia davvero uguale per tutti.