Il cohousing è il risultato di una storia avventurosa. È una forma di abitare comunitaria, risultato di molteplici tentativi. Limitandosi alla Storia contemporanea, è iniziato in Danimarca nel 1964 ad opera dell’architetto Jan Gudmand Hoyer ed è stato da allora, per lunghi anni, praticato in Nord Europa. In paesi di solida tradizione socialista, socialmente emancipati e in grado di formare comunità senza vincoli di parentela o di professione religiosa.
Il gruppo di amici formato da Gudmand Hoyer, guidato dall’insoddisfazione per l’ambiente abitativo e lavorativo, perseguiva l’idea di vivere insieme, ma conservando la possibilità di mantenere la propria privacy.
Interessante analizzare le diverse motivazioni che hanno dato origine al fenomeno in alcuni Stati europei e negli Stati Uniti.
Diversità di genesi ed attuazione
Svezia
In Svezia il cohousing si è affermato fin dagli anni Settanta. Sua caratteristica quasi esclusiva: essere in gran parte proprietà della pubblica amministrazione, capace di ascoltare le esigenze dei cittadini. Da subito essi non lo hanno presentato come un progetto politico ma piuttosto una richiesta delle classi agiate, consapevoli che fornisce una migliore qualità di vita. Un’associazione, Kollektivhus Nu, nata per aggregare i gruppi di Cohousing svedesi, ha messo in rete le loro esperienze per raggiungere un pubblico più vasto e sfatare pregiudizi e luoghi comuni, come la mancanza di privacy.
Germania
In Germania il cohousing prende vita da piccole comunità di attivisti, artisti, musicisti costituitesi alla fine degli anni Sessanta. Attratti dalla possibilità di evitare il servizio militare se residenti a Berlino, molti obiettori scelsero di vivere in comunità. Molti orfani di guerra, divenuti adulti in quegli anni, trovarono conveniente la vita comunitaria. Già negli anni Ottanta, per iniziativa di cento persone. si è sviluppato, in una località nel centro della Germania, un cohousing in pratica autosufficiente, con uno stile di vita alto a costi molto bassi.
Gran Bretagna
Per la Gran Bretagna, forse in ragione di una cultura di forte indipendenza e privacy, non c’è stata grande adesione. Si registrano percentuali di possesso casa e di vita da single fra i più alti d’Europa. Forme collettive di abitare hanno cominciato ad affermarsi solo dagli anni 2000.
Paesi Bassi
Nei Paesi Bassi si assiste a una grande diffusione di cohousing e, dagli anni Settanta, alla nascita del sindacato nazionale dei cohouser. I motivi per il grande successo di questo modo di abitare possono avere una spiegazione nel forte movimento femminista che ha avuto luogo nel paese ed anche nella precocità della separazione dei giovani dalla famiglia di origine (cosa in verità comune alla Gran Bretagna) con la conseguente ricerca di un’abitazione di prezzo sostenibile nelle città universitarie. Ma anche in altre locations, cosa che ha portato a costituire comunità di persone con diversa estrazione socioeconomica, diversa età, diversi nuclei familiari. Questo ha generato forte coesione sociale.
Stati Uniti
Gli Stati Uniti hanno realizzato i primi cohousing solo negli anni Ottanta, traendo spunti dal movimento nato in Danimarca. Fino ad arrivare alla grave crisi del 2008, quando, nel disastro creato in economia dal crollo del mercato abitativo, i progetti di cohousing furono considerati di grande serietà e di carattere non speculativo e trovarono quindi imprenditori favorevoli a costruirli.
Italia
In Italia, società di cultura cattolica diffusa, comunità è sinonimo di Istituto Familiare. Inoltre, la mancanza da parte delle istituzioni governative di una politica della casa a partire dagli anni Settanta ha spinto le famiglie ad acquistare, spesso con mutui pluriennali, la casa in cui vivere. Questi sono i due principali motivi per cui l’abitare in cohousing ha cominciato ad interessare molto più tardi che nel resto d’Europa ristretti gruppi di cittadini.
A partire dal 2006 c’è stato un aumento di interesse anche da parte di ditte private, disponibili a realizzare cohousing, senza però le due fondamentali caratteristiche dei progetti nordici, cioè l’autogestione e la progettazione partecipata. Questo non produceva abbattimento dei costi, ma prezzi quasi uguali a quelli di mercato. Richiesta di abitare in cohousing proveniva però anche da associazioni di promozione sociale (APS), nate negli stessi anni come gruppi spontanei animati dal desiderio di cambiare il modo di vivere ed insieme di pubblicizzarne le vantaggiose caratteristiche, per aumentarne la diffusione.
Le notizie fin qui date sono tratte dalla tesi Cohousing in Italia tra contraddizioni ideologiche, difficoltà normative, burocratiche e possibili scenari futuri (Marta Staulo, Università di Firenze, febbraio 2012). Preparando la tesi, la Staulo aveva contattato la "APS Cohousing in Toscana", nata il 20 novembre 2008 a Firenze, di cui ero co-fondatrice.
Come indica il titolo della tesi, parlare delle esperienze all’estero era infatti la premessa per descrivere le varie programmazioni portate avanti in Italia. Benché la laureanda avesse accennato ai cohousing fatti da privati, le interessava seguire statuti e progetti nati dalle associazioni, più interessanti perché portavano avanti nuovi modi di abitare.
Due diverse definizioni di Cohousing
Non è anglofilia quella che spinge ad usare la parola cohousing, bensì il desiderio di differenziare un modo di vivere nuovo da situazioni come ad esempio coabitare o vivere in comunità, che già esistono in Italia.
Differisce dalla coabitazione perché fornisce ai cohousers uno spazio privato piccolo ma autosufficiente, del tipo camera, bagno, soggiorno, angolo cottura, ripostiglio, che ha accesso ad ampi spazi comuni al gruppo, progettati in accordo per condividervi pranzi, attività motoria, bricolage, ospitalità, giardino e tutto ciò che il gruppo ritiene necessario ad una piacevole convivenza, e che è pronto ad aprire agli abitanti del quartiere o, se siamo in campagna, al territorio. Si capisce che questo tipo di progettazione permette di risparmiare sul costo della casa, di cui una parte è suddivisa fra i cohousers anche nell’acquisto (APS Cohousing in Toscana-Firenze).
La co-residenza o Cohousing si pone come una delle risposte al bisogno di vivere in modo meno individualistico e più sociale, meno consumistico e più creativo, meno costoso e più sereno, facilitando l’accesso alla casa. Esso si distingue per un alto tasso di socialità e risponde al desiderio di ridurre lo stress del quotidiano: non più condomini dove la gente non si conosce e appena si saluta, ma realtà abitative in cui le persone hanno obiettivi comuni, si aiutano reciprocamente, si frequentano, organizzano occasioni di incontro-rivolte anche all’esterno- pur mantenendo l’assoluta indipendenza del proprio spazio abitativo.
Il coinvolgimento riguarda tutti, giovani e meno giovani, bambini ed anziani, poiché ciascuno, compatibilmente con le proprie capacità e competenze, può, quando lo desidera, mettersi in gioco. (Associazione CoAbitare- Torino)
Il percorso fatto
Passo quindi a descrivere il percorso fatto dalla nostra Associazione fra il 2008 e dicembre 2023, data nella quale è stata chiusa, per motivi che spieghiamo in seguito.
La nostra associazione si è costituita fra persone incontratesi alla presentazione del libro Cohousing e Condomini solidali, a cura di Mathieu Lietaert, edito da Terra Nuiva, primo testo in Italia ad affrontare la tematica del Cohousing. Eravamo tutte persone interessate a dar vita ad una comunità intenzionale, a sperimentare un abitare fatto di vicinanza e di condivisione, senza per questo rinunciare alla privacy. All’interno del gruppo soci si erano formate quattro diverse ricerche di soluzioni abitative: città (Firenze); Firenze 20 km; Mare; Campagna. In mancanza di norme giuridiche atte a definire il cohousing, da una parte ha trovato diffidenza da parte di chi avrebbe dovuto facilitarlo o, d’altra parte, è stato utilizzato per azioni speculative.
La ricerca dell’immobile adatto è stata quindi lunga e difficile. Molti si sono persi d’animo. Tuttavia, il gruppo fondatore ha continuato a fare promozione sociale, collaborando a conferenze e congressi con le istituzioni. Ha sensibilizzato al tema la pubblica amministrazione che, durante l’assessorato di Allocca, ha redatto al riguardo un bando regionale. Ricordiamo anche la ricerca “Un monte d’espertoli” (2015-2016), per cui l’Associazione ha ricevuto un finanziamento regionale, studio che mirava a coinvolgere i proprietari di casolari agricoli nelle campagne intorno a Montespertoli per far nascere dei Cohousing nel territorio.
Per rendere più comprensibile questo nuovo modo di abitare (e di vivere), l’Associazione ha fatto una simulazione di progetto pilota su un terreno a Compiobbi, nel comune di Fiesole. Superficie 3000 mq, di cui 2000 area verde e 1000 edificabili. Di questi il 20% da destinare all’edilizia popolare. Il legno è proposto come materiale per edificare, per vari vantaggi, fra cui l’isolamento e la rapidità con cui si costruisce.
Le scelte dell’Associazione erano orientate a sostenibilità, energie rinnovabili, riciclo. Per le scelte energetiche il gruppo ha optato per pompa di calore solare ed un impianto di fitodepurazione, con una attenzione allo sfruttamento di energie ad uso passivo. Per le auto si è pensato ai servizi di car-sharing, evitando di creare il parcheggio all’interno dell’area.
Degli 800 mq destinati a dieci alloggi di varia pezzatura (fra 45 e 100 mq), agli spazi comuni sono stati destinati 150 mq, strutturati in sala da pranzo, cucina, biblioteca, lavanderia, laboratorio e foresteria (per ospiti o per chi volesse vivere l’esperienza di Cohousing per decidere se aderirvi).Il progetto, come prevede la modalità cohousing, era partecipato. Redatto sotto la guida dello studio di Architettura Projecto di Firenze.
Il progetto non è stato realizzato perché il Comune pretendeva che l’Associazione finanziasse il 20% degli alloggi da destinare a housing sociale. Un onere giudicato eccessivo.
Il progetto è stato presentato per conoscenza a varie Amministrazioni, mettendo in luce il risparmio di welfare che viene garantito dal mutuo aiuto di inquilini che vivono vicini. Altri motivi per cui avrebbe dovuto essere bene accolto stanno nell’aumento dell’aspettativa di vita, che i rilevamenti statistici ci dicono essere in atto. E perciò diminuisce la possibilità per gli enti pubblici di sopperire alle necessità di una popolazione sempre più anziana. La fragilità in aumento viene spesso gestita solo in ambito familiare. Con oneri pesantissimi per i figli, spesso anche loro non più giovani.
È noto a tutti, inoltre, che una vita di relazione, contrapposta alla solitudine di molti anziani, è un potente antidoto a malattie degenerative. Un Cohousing multigenerazionale, poi, aggiungerebbe il vantaggio per i giovani di trovare un alloggio di canone sostenibile, e agli anziani di sopperire a operazioni che richiedono mobilità o forza fisica. Ricambiati ai giovani con preparazione dei pasti e aiuto per i loro figli.
Conclusioni - aperte al futuro
Solo un piccolo gruppo di soci è riuscito a realizzare un Cohousing a Spugnole (San Piero a Sieve), inaugurato nel giugno 2018. I quattro soci single e la giovane famiglia hanno acquistato in asta come cooperativa, dopodiché la cooperativa ha venduto ai singoli proprietari.
Il gruppo mare/campagna ha trovato via via sistemazioni individuali.
Il gruppo città ha continuato a rapportarsi alle Istituzioni, offrendo loro un ammontare di denaro da destinare per restaurare un immobile cittadino bene comune, permettendo all’Amministrazione di non impegnare denaro pubblico nella creazione del cohousing. I cohousers avrebbero preso in affitto l’immobile restaurato con i loro soldi, parte dei quali era da considerarsi affitto anticipato. Questa soluzione era socialmente valida perché l’immobile rimaneva alla città e, ogni volta che restava libero uno degli alloggi, era utilizzabile per un nuovo abitante. L’Amministrazione ha preferito continuare a vendere i beni comuni ai privati.
Nel dicembre 2023 l’APS Cohousing in Toscana ha perciò deciso di chiudere, oberata da spese burocratiche. Il gruppo città della stessa è ora un gruppo di interesse per il cohousing all’interno dell’APS Isola di Santa Croce di Firenze. Sembra che, con l’aumento degli anziani e la diminuzione dei fondi dedicati all’welfare, i governanti comincino ad apprezzare un suggerimento come questo, proveniente dai cittadini.















