Scrivere, leggere o parlare di argomenti importanti per la nostra evoluzione come esseri umani, affrontando temi che possono aiutare noi e gli altri a vivere in un mondo più armonico, dove la coscienza di ognuno porti allo sviluppo di società basate sull’empatia, la comprensione, la condivisione e la cooperazione, se rimangono parole scritte, lette o dette non servono assolutamente a nulla se non ad alimentare l’illusione di aver capito, di sapere qualcosa di importante.
Ma è, appunto, un’illusione. Capire è un conto, comprendere è un altro, essere è altro ancora. Quindi il nocciolo della questione è se è possibile cambiare, evolvere.
Il primo pensiero che si affaccia alla mente quando si propone questa possibilità è cambiare in meglio, ma non è quello che voglio dire. Non so cosa si intenda con meglio e poi meglio di cosa, di come siamo adesso? E come siamo? Non spingiamoci così lontano e in profondità, restiamo sulla semplice possibilità di cambiare: pensate sia possibile farlo?
Certamente siamo cambiati altre volte durante la nostra vita; già da adolescenti riscontravamo che qualcosa dentro di noi stava cambiando, anche se non capivamo bene cosa. Eravamo in un periodo difficile, forse il momento nella vita di un essere umano dove più che di cambiamenti si potrebbe parlare di veri e propri sconvolgimenti. Quindi sì, si può cambiare. Anche se, a pensarci bene, quegli sconvolgimenti non erano coscienti, anzi, proprio il loro sorgere da chissà dove ci procurava, al contempo, meraviglia e angoscia, in quanto non capivamo cosa ci stesse succedendo, il che rendeva l’adolescenza un momento difficile da affrontare sia per noi che per i nostri genitori che si trovavano alle prese con dei lunatici imprevedibili e intrattabili.
Qui, al contrario, parlo di cambiamenti coscienti, volontari, come smettere di fumare, per esempio. Di più, smettere di essere egoista, di avere pensieri dannosi per me e per gli altri, smettere di prendermi in giro, smettere di autoassolvermi e tanto ancora.
Non so se questo tipo di cambiamenti volontari portino a essere migliori o meno, mi chiedo solo se siano possibili, se rientrino nelle nostre facoltà.
Penso che lo stimolo che possa attivare un simile cambiamento risieda nella necessità.
Ho visto diverse persone, per esempio fumatori, che hanno sempre pensato di farla finita con il loro dannoso vizio, ma non ci sono mai riusciti. Mi viene in mente l’aforisma di Mark Twain:” Smettere di fumare è la cosa più facile che esista; lo so perché l'ho fatto un migliaio di volte”. Ma alcuni di loro ce l’hanno fatta solo quando sono stati male, tanto da essere ricoverati o per tumori al polmone o per infarto. Allora sì, a quel punto, spaventati, sono riusciti a smettere di fumare. Per un po'. Poi, quando hanno visto che non erano più in pericolo di vita, a poco a poco hanno ripreso. Per non parlare di me stesso, la mia vita è una fonte inesauribile di “…ma da domani…”
Perché siamo fatti così, forse non tutti, ma una gran parte di noi insiste imperterrita nel reiterare lo stesso errore fino alla fine, semplicemente perché non lo reputa davvero un errore, ma, anzi, un piacere. Non avvertiamo l’esigenza genuina di un cambiamento, non vediamo l’urgenza di farlo. Siamo in uno stadio dell’evoluzione ancora immaturo, come i bambini dobbiamo mettere la mano sul fuoco per capire che brucia, per poi rimettercela.
Questa cecità cognitiva ci ha portato alla condizione attuale. Estraggo a caso dall’urna: l’inquinamento. È dalla fine degli anni Sessanta che personalmente sento parlare di inquinamento. Mi ricordo il nostro professore di disegno delle medie che ci faceva fare cartelloni dove si identificavano le principali cause dell’inquinamento e le conseguenze di esso su di noi e sull’ambiente. Oggi, a sessant’anni di distanza, siamo ancora qui a parlare dello stesso errore umano, solo abbiamo cambiato i modi per definirlo ereditando inglesismi come pollution, carbon footprint, phase out, green transition e molti altri, ma il problema resta, anzi, si è aggravato arrivando a cancellare per sempre dal pianeta intere specie animali e vegetali e facendoci affacciare verso un baratro dal quale non si torna indietro.
Ma potrei citare le guerre, il razzismo, il desiderio di prevaricazione, la sete di potere e molte altre aberrazioni della mente umana.
Macrocosmo, microcosmo; la mia cecità/stupidità si ritorce verso di me, la nostra su tutti noi e su tutti gli altri esseri viventi.
Se non vogliamo definirla stupidità perché ci sentiamo offesi in quanto homo sapiens sapiens (questa ridondanza mi porta alla mente una battuta di Totò nel film “I due colonnelli” quando, assieme a Nino Taranto, doveva essere fucilato e rivolgendosi alla SS che comandava il plotone d’esecuzione gli disse: “Comandante, per me una pallottola basta, per lui due perché è scemo!” Se non è stupidità, dicevo, è forse pigrizia? Può darsi, in effetti, un’indicazione in tal senso ce la dava Ivan Graziani con la sua profonda “Pigro”, già nel lontano ’78:
E poi le parolacce che ti lasci scappare
E che servono a condire il tuo discorso d'autore
Come bava di lumaca stanno lì a dimostrare
Che è vero, è vero, non si può migliorare
Col tuo schifo d'educazione, col tuo schifo di educazione
Pigro!
Non si può migliorare, anche se io mi chiedo, più semplicemente, se si può cambiare. Pigrizia, stupidità, destino, ineluttabilità della nostra condizione? Forse, se vogliamo essere fatalisti. “Puoi fare quello che vuoi, tanto non cambia mai niente!”, quante volte l’abbiamo sentito dire o l’abbiamo detto noi stessi, di solito rivolti alla nostra classe politica.
Ma, nonostante la mia appartenenza al club dei cinici, non mollo, non ci voglio credere perché, in realtà, sento che non è vero, non ci credo fino in fondo. Anzi se sto in silenzio dopo un po' sento una vocina che mi dice “Non crederci, non farti fregare. Tu puoi cambiare, tutti lo possiamo fare!”
Negli ultimi due articoli, attraverso l’intervista ad Aloka di Auroville1-2, ho parlato di attenzione. Alcuni mi hanno scritto dicendo che l’argomento li ha intrigati notevolmente, altri, pochi a dire il vero, che li ha spinti a considerare seriamente un cambiamento di rotta nel modo di percepire i propri pensieri.
Mi piace credere che la combinazione vincente sia rendersi conto nel nostro profondo, avvertire fin dentro le ossa l’urgenza di dover cambiare unita al porre attenzione a quello che diciamo, facciamo e soprattutto pensiamo. Se comprenderemo che il nostro modo di vivere è deleterio per noi, per gli altri e per il pianeta intero (ricordate microcosmo-macrocosmo) se guardandoci dentro, osservando i nostri comportamenti e il tipo di pensieri che generiamo, realizzeremo che vivere una vita di questo genere non ci aiuta come persone e come specie, allora avremo fatto il primo passo necessario per iniziare a cambiare davvero, ma sarà solo il primo passo.
Cambieremo solo se riconosceremo che i nostri atteggiamenti deleteri hanno origine nella nostra mente: come scrivevo nell’articolo precedente, c’è uno spazio tra quando si forma un pensiero e quando lo attuiamo, un momento in cui lo possiamo osservare, riconoscere e decidere se dargli attenzione o meno. Un luogo da cui è possibile considerare ciò che pensiamo con un certo distacco, con la distanza necessaria per prendere decisioni oggettive, ponderate, non istintive. Un attimo sufficiente per renderci conto se quello che abbiamo fatto è un pensiero utile o no, se dargli attenzione oppure scartarlo.
Un momento in cui essere pienamente coscienti dei nostri pensieri e, di conseguenza, delle nostre azioni diventandone pienamente responsabili.
Non sto parlando di diventare “buoni”, di atteggiarci da essere savi; ho detto prima che la mia intenzione non ha nulla a che vedere con una definizione qualitativa di ciò che siamo. Dico, però, che un pensiero lo si può esprimere in diversi modi, caricandolo di un’enfasi eccessiva o condividendolo con pacatezza, sempre ammesso che abbia passato il vaglio del testimone interiore, vedi articoli precedenti.
È questione di abitudine: se capiamo che cambiare è assolutamente necessario per il bene nostro e delle generazioni a venire, essere coscienti dei nostri pensieri e delle loro conseguenze è solo una questione di allenamento, come per uno sportivo.
Forse l’essere presenti, coscienti è l’unica vera differenza tra noi e gli altri animali. Se non lo siamo allora siamo colpevoli, al contrario di loro, perché noi abbiamo la possibilità di evolverci da bestie a esseri luminosi, loro no.
Riferimenti
1 Intervista ad Aloka Marti.
2 Aloka Marti e la via dell’attenzione.















