È vero: la complessità è faticosa da capire, ed è difficile da accettare. Accogliere la complessità, abbracciarla, viverla, richiede uno sforzo enorme. Non solo bisogna studiarla, rifletterci sopra, capirla, ma bisogna anche sentirla dentro di sé, provare l’emozione profonda di sentirsi “dentro” la complessità, di farne parte.

E tutto questo col solo scopo di rinunciare alle certezze, di rinunciare a risposte veloci e semplici. Perché farlo? In fondo, che bisogno c’è di farlo?

Dato che oggi parliamo di “Favolosa complessità”1 , ho deciso di raccontarvi la mia esperienza con la complessità come fosse una favola.

Come tutte le favole che si rispettino, ci sono eroi ed eroine, difficoltà da superare, e l’immancabile lieto fine. E, da ultimo, la morale della favola: l’insegnamento che possiamo trarne.

Il titolo della favola che vi racconto è Il coraggio di vivere la complessità.

Il coraggio

Avevo 35 anni, ero dottore commercialista e revisore contabile, avevo uno studio tutto mio ben avviato, nella mia città a cui avevo fatto ritorno dopo diversi anni, vivevo con la persona che amavo. Avevo raggiunto tutti gli obiettivi che consideravo importanti per me: l’autonomia nel lavoro, una bella relazione d’amore, la casa comprata da poco, un buon reddito e molti clienti. E avevo faticato davvero tanto per arrivarci: prima l’università, e poi l’esame di stato, e poi la pratica presso altri studi.

Ero soddisfatta del lavoro che facevo: mi dava autonomia e mi gratificava essere riconosciuta come dottore commercialista. Eppure: eppure ero molto stanca, spesso esausta, e molte sere, al ritorno a casa dallo studio, mi sentivo svuotata, come se tutte le mie energie fossero state completamente risucchiate dal lavoro.

E non riuscivo ad avere bambini. La strada che i medici mi avevano prospettato era di cure ormonali con un probabile parto plurigemellare ed eventualmente la gravidanza assistita: una prospettiva che sinceramente non mi entusiasmava.

E poi avvenne quello che, in termini di complessità, potremmo chiamare un “innesco”: l’innesco è come un fiammifero che può scatenare un incendio. Andai da un medico che conoscevo da anni, un antroposofo, il quale aveva una visione più globale della salute rispetto agli altri medici che avevo conosciuto. Dopo la visita, mi disse che, se avessi voluto realmente avere un bambino, avrei dovuto smettere di fare il lavoro che facevo, e andare a vivere tra la natura e letteralmente “mettere le mani nella terra”, coltivandola. E dopo un anno, forse, avrei potuto aspettare un bambino.

Aveva toccato il mio punto debole: fino a quel momento avevo scelto solo strade già segnate da altri, sicure e dritte, come strade di città. E anche il lavoro che facevo, per quanto stressante e faticoso, mi dava grandi certezze: sapevo molto bene cosa fare e come. Invece lui mi suggeriva che potevo cambiare la mia vita, facendo cose che non avevo mai fatto, di cui non sapevo nulla, in un luogo che non sapevo nemmeno quale sarebbe stato. Una incertezza totale. Una scommessa verso l’ignoto.

Ma se avesse avuto ragione? Quanti anni potevo ancora aspettare prima di decidermi ad abbandonare tutto – casa, lavoro, città – per provare ad avere un bambino? Avevo già 35 anni e come donna sapevo di non avere molto tempo davanti a me per avere un figlio.

L’innesco scatena non solo incendi, ma anche una valanga di domande senza risposta: e se non avesse funzionato? E se non ce l’avessi fatta? E chi mi assicurava poi che sarei rimasta davvero incinta?

Ma, soprattutto, la domanda più importante: avevo il coraggio di cambiare radicalmente la mia vita?

Avevo una gran paura di sbagliare tutto. Ma ho deciso - abbiamo deciso, io e il mio compagno - di farlo lo stesso. Di assumerci il rischio, di provare, di scommettere. Di affrontare l’incertezza. Di fare un salto, insieme, nel buio. Ben sapendo che non saremmo più potuti tornare indietro.

E ho capito che il coraggio non è agire senza avere paura. È agire nonostante la paura. Del resto, se non ci fosse la paura, il coraggio non avrebbe ragione di esistere.

Adesso chiedo a ciascuno di voi: provate per un attimo a tornare a un momento della vostra vita in cui vi siete trovati, anche voi, di fronte alla necessità di dover fare delle scelte radicali, improvvise, che avrebbero cambiato per sempre la vostra vita. In cui conoscevate molto bene ciò che avreste lasciato alle vostre spalle con quella scelta, e non sapevate nulla di quello che avreste trovato prendendo l’altra strada, quella sconosciuta. Un sentiero percorso da pochi, forse da nessuno. Qual è stato il vostro innesco? Quali domande vi siete fatti? Quanta paura avete provato? Questa è l’incertezza.

E se avete scelto di percorrere quel sentiero nascosto, impervio, che vi spaventava e che, al tempo stesso, però, vi chiamava, questo è il momento dedicato al coraggio.

La vita

Così abbiamo fatto: ho passato i clienti dello studio a una giovane collega, venduto casa, trovato il luogo che ci ispirava: più di 25 ettari di terreni abbandonati da 50 anni, da poter rimettere a coltivazione, circondati da 70 ettari di boschi: quasi un milione di metri quadrati di terra.

Sono diventata imprenditrice agricola e coltivatrice diretta, ho trovato consulenti e tecnici esperti che potessero consigliarmi su cosa fare e come. Bisognava fare tutto: ripulire i terreni, recuperare vecchie fonti e distribuire l’acqua dovunque, riaprire vecchi sentieri abbandonati, piantare l’oliveto, il frutteto, predisporre l’orto, allevare gli animali: pecore, maiali, oche, anatre, conigli, tacchini, galline.

Ho cominciato a pianificare ogni cosa, come era mia abitudine: grandi fogli sui quali disegnavo i terreni e li suddividevo in coltivazioni da fare, rotazioni, tempi di semina e di raccolta: insomma, non erano come le tabelle che usavo per fare i bilanci, ma ci andavano vicino…

Eppure: eppure le cose non funzionavano granché. Era difficile decidere cosa coltivare e su quali terreni. Avevano forme diverse, pendenze diverse, esposizione al sole diverse… come pianificare il tutto?

Anche i consulenti, del resto, per quanto preparati, avevano mostrato dei limiti nella loro capacità di previsione: le loro conoscenze teoriche si scontravano spesso con la realtà che vivevo.

Qualche esempio? In autunno abbiamo piantato 1200 piante di olivo. Pochi mesi, e una gelata li ha fatti morire tutti. Allora in primavera abbiamo piantato 1200 alberi da frutto, più resistenti al freddo, lasciando pascolare le pecore su quei terreni, tanto non avrebbero fatto nulla agli alberi che erano ancora senza foglie. In estate però erano già tutti morti: le pecore avevano rosicchiato i piccoli germogli primaverili.

Insomma, non riuscivo a capire cosa c’era che stavamo sbagliando, cosa c’era che non stava funzionando.

Poi, una notte, ho fatto un sogno, breve e intenso. Andavo sul terreno appena arato, pronto per la semina, grandissimo. E mi inchinavo per appoggiare l’orecchio sulla terra. E ascoltavo. Sentivo ciò che quella terra voleva dirmi: quali piante voleva far nascere? Qual era la bellezza che avrebbe voluto mostrare? Qual era la vita che era pronta a germogliare?

E ho finalmente sentito in tutta me stessa quello che, fino a quel momento, non avevo mai sentito così chiaramente: che io ero lo strumento per rendere visibile ciò che ancora non si mostrava, e che avrei dovuto partecipare a quel processo, facilitarlo, aiutarlo, ma non guidarlo, non governarlo, non controllarlo.

Coltivare è prendersi cura, senza forzature e senza certezze. Sapendo aspettare, con pazienza e perseveranza, che ciò che hai seminato o piantato, possa germogliare, prendere vita e diventare manifesto. In fondo, se ci pensate, è come avere un figlio.

Vivere è proprio questo: trasformarci in strumento, in cassa di risonanza, di ciò che non è ancora manifestato, e renderlo manifesto. Sentire che noi e la terra e tutti gli esseri siamo interdipendenti. E siamo partecipi di un continuo processo che genera la vita.

Ora chiedo a ognuno di voi di tornare a un momento in cui avete sentito di essere parte di qualcosa di più grande, che trascendeva voi stessi e la vita di tutti i giorni. Un momento in cui avete sentito dentro di voi di essere al servizio della vita, della sua espressione, della sua bellezza. Un umile strumento che, pure, aiuta a svelare, a trasformare, a mostrare qualcosa che, senza di voi, non si sarebbe potuto manifestare. Questa è l’interdipendenza. Questo è il momento dedicato alla vita.

La morale della favola

Ed ecco la morale della favola:

Ci sono momenti in cui è necessario inchinarsi e ascoltare, con umiltà: lasciare andare le certezze, lasciar andare il controllo, lasciar andare le soluzioni facili. E aprirci all’altro lato della nostra vita: l’incertezza, l’interdipendenza. Questo è il momento dedicato alla complessità.

E non importa su quale strada diritta camminiamo, quale bivio stiamo evitando. La complessità ci aspetta a ogni passo, a ogni scelta, a ogni azione che facciamo: per poterci sorprendere, a volte con dei doni meravigliosi. Per questo ci vuole il coraggio di vivere la complessità.

A proposito: in effetti dopo un anno aspettavo Francesco, e dopo altri due anni aspettavo Andrea. La complessità sa anche essere favolosa!

Note

1 Conferenza tenuta al TedX Cremona “Favolosa Complessità. Danzando sull’orlo del caos”.