Riprendiamo la conversazione con Nadia Muscialini che, partendo dalla sua esperienza, ci mostra l’altro lato della relazione paziente e curante, ci racconta infatti della risonanza del dolore nella persona che offre cura e quale coinvolgimento comporta l’espressione del suo lavoro.

Cos’hai imparato dalla tua esperienza clinica?

Dalla mia esperienza trentennale e da considerazioni anche recenti, mi sono trovata a sperimentare ciò che Gallese e Rizzolatti avevano osservato. I Neuroni Mirror, non solo si attivano quando si sta fianco a fianco degli ammalati ma anche quando un’esperienza di sofferenza viene raccontata.

E come coniughi queste ricerche delle neuroscienze con la teoria psicoanalitica? Evidenzi una risonanza o sono due lingue che non si parlano?

Queste nuove concettualizzazioni delle neuroscienze e altre della fisica quantistica mi potevano aiutare a leggere in maniera più complessa e completa il concetto freudiano di controtransfert.

Ci puoi spiegare in che cosa consiste il controtransfert?

Freud aveva osservato molto presto che in quella speciale relazione tra analista e paziente si verificavano fenomeni peculiari come quelli del transfert e del controtransfert.

Se al principio il controtransfert, reazione inconscia dell’analista a ciò che il paziente vive, porta e proietta sull’analista in analisi, fu considerato qualcosa di negativo, un ostacolo per il trattamento, successivamente Freud pensò che tali esperienze potevano essere molto utili alla terapia e a capire cosa accadeva nella stanza di analisi.

E tutto questo detto in parole semplici?

Sintetizzando al massimo si può dire che in una relazione di cura ciò che accade al paziente suscita inconsce reazioni nel terapeuta e che tali reazioni sono importantissime per comprendere cosa accade al paziente e la reazione a ciò del curante, ma anche come usare queste preziose informazioni.

Ritornando a quello che dicevi sui neuroni specchio, è impressionante pensare a come la sofferenza possa contagiare anche solo tramite l’essere semplicemente narrata... Te la senti di raccontare cosa succede nel tua psiche-soma a seguito del legame con tanta sofferenza?

Mi sono trovata a comprendere che il mal di testa che provo quando ascolto persone che hanno avuto ictus o emorragie cerebrali mentre mi descrivono la loro esperienza è la conseguenza di questa connessione. Che se provo un dolore insopportabile, un vuoto nel cuore, quando un genitore mi racconta della morte del figlio e del sentirsi in colpa perché doveva comprendere e proteggere il figlio, è la stessa cosa che accade ai sanitari di fronte a una culla quando un bambino muore e una madre straziata urla e si dispera e non vuole che le tolgano il bambino dalle braccia.

O quando è necessario spegnere il respiratore a una persona in coma con nessuna attività cerebrale. È la connessione del campo cardiaco, dei cuori e l’attivazione dei neuroni tra chi cura e chi è curato che avviene in queste situazioni.

Fortissima e toccante l’esperienza incarnata che racconti a seguito del contatto con situazioni traumatiche. Capiamo meglio come funzionano i neuroni specchio e cosa intendeva Freud per controtransfert.

Una riflessione deve nascere, necessariamente, dopo questa comprensione “scientifica” che ci rivela che sono attivazioni neurofisiologiche che rendono il lavoro di cura molto usurante. Il coinvolgimento sia in senso positivo della gratitudine, sia nel senso dello sperimentare esperienze e stati psico-fisici molto intimi ed estremi necessita di contenimento e protezione.

Domenico Chianese ci suggerisce che in ogni persona abita qualcosa di sacro. Nella scienza il sacro è la verità, mentre nell’arte è la bellezza. “Sacra è la cura dei pazienti e la cura della vita, e la cura per la vita significa prendersi cura del vivente, cura di un oggetto che ha la qualità di essere vivo”.

Sono perfettamente d’accordo, la sofferenza e l’intimità nella cura sono esperienze sacre che hanno un impatto fortissimo nelle vite di chi le sperimenta.

Splendido ed evocativo il concetto di Sacro connesso al legame di cura e di compartecipazione intima con la sofferenza dell’altro…ma anche potente e drammatico il riverbero di sofferenza che penetra e avvolge il curante.

Bisogna, infatti, creare dei dispositivi di sollievo a chi si trova a svolgere le professioni di aiuto, di pubblica utilità. Ad esempio alternare anni di assistenza ad anni di “maggese”, di messa a riposo del campo, ad esempio facendo svolgere attività di docenza o di tutoraggio o organizzativa.

Fare in modo che non si rimanga troppo a lungo con la stessa tipologia di ammalati perché è più facile che il nostro corpo e la nostra anima entrino in risonanza con le patologie dell’altro e ci sia la possibilità di ammalarsi. Cambiare vuole dire impedire al corpo e al pensiero di rispecchiarsi troppo e fondersi con i propri assistiti.

Ma la cosa più importante è permettere che all’esperienza di vicinanza con il sacro si affianchi quella della bellezza.

L’esperienza estetica, che rimanda alla sensorialità primitiva, alla “chora semeiotica” citata dalla Kristeva, dove la dimensione estetica e intersoggettiva danno luce alla nascita psichica, può davvero ricostituire uno psiche-soma ferito.

L’esperienza estetica è un ottimo antidoto contro la bruttezza della violenza, della guerra e della sofferenza.

Mi fai venire in mente Bracha L. Ettinger, artista visiva, filosofa e psicanalista che scrive Nell’arte l’estetica è inseparabile dall’etica. Ha coniato il termine Carriance per sintetizzare l’idea del prendersi cura e pensa che questa sia anche la funzione della pittura oltre che degli interventi clinici… e crede inoltre che l’arte visiva, come la poesia, permetta di formulare un linguaggio musicale che “lasci spazio alla sensibilità per superare il trauma”. Molto in sintonia col tuo modus operandi, Nadia.

A questo punto vorrei ricordare un episodio personale. Durante il lockdown, quando la paura e la sofferenza che l’assistenza ai malati di covid ci provocava erano sovraffaticanti, andavo a cercare un momento di raccoglimento nella chiesa del nosocomio, dove mi accadeva non di rado di incontrare altri sanitari che pregavano.

In uno dei momenti di riapertura dall’isolamento organizzai con un amico guida turistica una visita alla bella chiesa di Giò Ponti dell’ospedale per alcuni sanitari impegnati nelle emergenze; in previsione di eventuali altre chiusure e anche un po' scaramanticamente, essi dovevano sapere che esisteva un luogo meraviglioso dove poter recarsi per trovare un po' di sollievo nei lunghissimi giorni di lock down e assistenza “matta e disperatissima”.

Tu hai scritto un bellissimo libro a proposito di questa terribile esperienza, dal titolo fortemente evocativo Il guaritore infetto. Questo tuo racconto che rasenta il sublime mi richiama i versi di Rilke “Poiché il bello non è altro che l’inizio del terribile”… Allora come prendersi cura di chi cura?

L’invito è a non sottovalutare l’importanza della cura in ogni luogo dove essa si adopera e l’impegno di chi la svolge che siano familiari, conoscenti o professionisti.

Tutti dovremmo batterci affinché i presidi di umanità che si trovano nella sanità pubblica vengano preservati; il lavoro di tutti coloro che svolgono un’attività di tutela della collettività, forze dell’ordine, vigili del fuoco, insegnanti… ecc. È necessario pensare non solo ad adeguate retribuzioni e carichi di lavoro, ma anche ad azioni di riconoscimento sociale e di gratitudine.

Io sono molto grata alle persone “pazienti” che mi hanno permesso di condividere intimità e senso della vita, per essermi state maestre di ciò che nell'esistenza conta per davvero.

E ricordo le parole di un medico in epoca covid che ci rincuorò dicendo che ne saremmo usciti con la Scienza, l’Etica e la Bellezza.

Grazie Nadia per l’intensa esperienza che ci hai permesso di vivere con te. Un dono bellissimo e terribile la tua narrazione (Rilke)…si è sentita forte l’imprescindibilità della relazione, del legame, della reciprocità, del “senso del noi”, quell’unisono emotivo che cura e che ci permette di poter diventare più viva-mente noi stessi. Grazie!