A Dio prego la liberazione da questa pena, che ci accompagnò per lunghi anni.
Chi parla? Sono all’ingresso del museo, sento questo grido straziante; da quando sono entrato non mi dà pace. Mi guardo attorno. Tutti i visitatori alla caccia, veloci, della ragione per cui sono venuti fin qui, la causa del loro moto. Ma non è l’unica voce che sento, ne sento tantissime, migliaia, alcune più forti di altre.
Ogni opera ha una storia e la racconta urlando alle persone che si avvicinano. Ma una voce sovrasta le altre. Sempre. Di continuo. Si sente fino dall’ingresso. Il terrore, il dolore di questa voce mi fa venire i brividi. Un grido. Ancora non vedo chi parla. Seguo la sua voce che man mano si fa sempre più forte. Ma chi è? Sta diventando insopportabile.
Seguo il flusso delle persone che come me sono attratte da questo grido di terrore irriconoscibile. La folla, desiderosa di dare un volto a quella voce, la segue come un canto di sirena attira a sé i viaggiatori. Mette i brividi. Una forte sofferenza mi coglie. Passo da una sala all’altra, cercando solo di andare incontro a questo suono. Lo sento vicino. È proprio lì, di fronte a me. Pallido, incolore, fortissimo.
Il Guernica si innalza prepotente davanti ai suoi fedeli visitatori attoniti. Nulla gli è rimasto, solo il bianco e il nero non sono ancora scappati, schiacciati da questo peso. La voce non si ferma, continua. Continua. Sempre! Più forte che mai da sinistra continua:
“Dal cielo ho appreso il concilio degli astri notturni, e il fulgente Signore che ai mortali porta ardore e gelo, e il sole che ci lascia in preda alla notte cieca. Si, magari… qui nessuna notte è ormai più cieca; ogni notte come ogni giorno ci presenta gli orrori dell’umanità, infuocati, e ce li fa vedere dritti negli occhi.
Ma di che umanità stiamo parlando? E nelle notti agitate, questa notte più delle altre, occupo il mio ruvido giaciglio, dove i sogni mai mi fanno visita. Gemendo piango la sorte di questa casa, di questa città e di questo popolo. Tutto è deformato, pezzi di corpi staccati, volti denaturati, disperati, distrutti da una guerra che non ci riguarda.
E se prima spiavo segnali di fiaccole, bombe, bagliori di fuoco e di spari; ora rivolgo nuovamente gli occhi al cielo, con l’unico mio figlio tra le braccia. Senza vita. Ma dov’è il cielo? Il cielo sembra avermi abbandonato, sopra di me il nulla. La speranza è morta. La famiglia è morta. La mia vita; vittima di questa guerra per una sconsiderevole pace. Così dei vinti e dei vincitori accade di udire voci di sorti molteplici. Ma noi non vinciamo. Abbiamo perso, tutti, ma non la guerra, quella qualcuno l’ha pure vinta; noi perdiamo la dignità di essere umani. Quella dignità che solamente una madre ritrova; tenendo un figlio in mano, la vita. Ora morta. La vita, la realtà e la tela sono ruvide, spesse e grinzose.
Invoco il cielo, ma sopra di me il cielo sembra avermi abbandonato, si è nascosto per non vedere questo scempio, per non guardare giù, verso di noi, che bruciamo. Una lampada. Al posto delle stelle si è messo l’uomo, elevandosi a giudice onnipotente che dall’alto, con gli aerei, crea un panorama come di stelle cadenti, bellissime e brutali. Al posto delle stelle si è messo l’uomo, e così tutto viene distrutto, perché i confini sono stati infranti, perché né il cielo e neanche la terra appartengono agli uomini. E ogni speranza è perduta. Le forme hanno perso le loro sembianze.
La realtà è denaturata, come se, con un certo far geometrico, volesse gettarmi in faccia più di quello che posso vedere. Un grido straziante. Non c’è più colore. La morte fredda e aspra mi tocca tutta e mi stringe, eppure non mi ha voluta; ha preferito il mio bambino, perfetto com’era. Ogni cosa perde di senso, il cielo, la terra, le forme e i suoni e i colori. La bellezza della curva classica viene soppiantata da una riga dritta; ma come siamo arrivati a tanta bruttezza? La bellezza è morta, non voglio più vivere. Questo, tu ascolti da me, che sono una donna sopravvissuta controvoglia, che avrei dato la vita per mio figlio. Che la mia storia possa essere monito di pace, di dignità e di vita. Che nessuno sia morto invano. Questo tu ascolti da me, perché “la morte, si sconta, vivendo.”
Urlo al cielo! Soffro di flagellante orrore.
Subito un’altra voce incalza da destra: “Tutta la città. Dolore. Perché? Questo fanno gli dèi nuovi, imperano sopra tutto con la loro giustizia. Questo fanno gli uomini, contro la legge di Dio, onorano la morte e distruggono. Dal loro trono goccia una strage che bagna, sudicia, imbratta i loro piedi. Il ventre della terra assorbe il nostro terrore e un’orribile macchia di scivoloso sangue mentre brucia. Io brucio. Le fiamme mi circondano. Io brucio! La speranza abbandona la mia carne cotta. Si isola, questa, nelle mani, rivolte verso il firmamento. Ancora crude, loro. Speranza. Uomini e bestie insieme.
Una lacrima non spegnerà l’odio, e neanche il fuoco. Una speranza di salvezza religiosa e profonda non mi ha abbandonato. Questo è ciò che rimarrà di me. La storia si ricorderà delle mie mani, ultimo atto d’amore e speranza per un Dio luminoso e pieno di colore. Dov’è qui il colore? Gli usurpatori della sua casa a loro volta saranno abbattuti, bruceranno! Dal loro corpo uscirà quel sangue odioso. Io brucio…
Pietà. Pietà! Attorno a me, questa notte nessun dorma. Ognuno nel suo dramma sia mio testimone. Uomini e bestie, non c’è più differenza, solo un terrore cubico e angoloso attorno a me. La paura, vince. Presto il tempo, che tutto risolve, vendicherà questa mia micidiale malevole morte e annienterà i fautori della legge e della profanazione del mondo. Patroni del delitto periscano!
Erinni o morte, chi voi siate, vendicate il mio popolo. Le Erinni diranno nuovamente come dissero in passato per sorti meno malevole. “Canto d’orrore vogliamo intonare e dire come le sorti degli uomini questa nostra schiera assegna. Noi ci vantiamo di essere rette giustiziere. Contro chi pure le mani protende, ira da noi non muove, e indenne la vita attraversa: ma chi peccando le mani nasconde insanguinate, noi, testimoni incorrotte, i morti assistendo, da lui compiutamente sangue riscuotiamo.”
Credo che Picasso, nel dipingere questa vergogna, abbia avuto pietà del mondo, in qualche modo. Poteva mostrare molto di più, invece ha, con poche linee stilizzate, riportato il grido, instancabile, di poche figure nelle ultime ore di vita, ormai denaturalizzate, disumanizzate, per non eccedere nel pathos. Quest’opera parla, più che mostrare. Urla fortissimo. La si sente fin dall’ingresso.















