Ma cosa cerca un pittore? La verità? Il senso della vita? La libertà? Soltanto il successo? Oppure i misteri della natura o l'essenza stessa della sua esistenza psichica. La risposta non è sempre la stessa, ma certo è che ogni artista appare impegnato a indagare se stesso o il mondo che lo circonda, a volte avventurandosi su strade tortuose che invadono e tormentano tutta la sua vita.
Hokusai, grande incisore giapponese della prima metà dell'Ottocento, fu sempre ossessionato dalla ricerca della perfezione ed eternamente insoddisfatto. Usò nomi diversi a ogni cambiamento di stile e, al momento della morte, all'età di 89 anni, se la prese con gli dei. “Ah, se il Cielo mi concedesse ancora 10 anni!”, sospirava. “Anche solo cinque anni in più e sarei potuto diventare un vero artista”.
Lo stesso Renoir, che non smise mai di dipingere nonostante una terribile artrite reumatoide lo avesse costretto a farsi legare il pennello alle mani, continuò fino alla fine ad esplorare nuovi linguaggi artistici. Anche un secondo prima di morire il suo pensiero andò alla ricerca. “Forse adesso comincio a capire qualcosa della pittura”, disse insieme fiducioso e scoraggiato al figlio Pierre.
Per Cézanne la volontà di realizzare se stesso attraverso la pittura fu talmente forte da condizionare tutti i suoi rapporti umani. Personaggio contorto e asociale fu indifferente a tutto ciò che non fosse arte, compreso il genere femminile e i gravi avvenimenti del tempo, quali la guerra franco-prussiana, che lui trascorse dipingendo a l'Estaque, riuscendo a non farsi mai trovare dai gendarmi. “Lavoro tenacemente e intravedo la Terra promessa”, scrisse al suo mercante Ambroise Vollard nel 1903, tre anni prima di morire. Ma pochi mesi più tardi, continuando ad interrogarsi sui fondamenti della sua arte, dichiarò tristemente: “Ahimè, anche se sono già vecchio, sono ancora un principiante”.
Eppure proprio Cézanne, che spesso, insoddisfatto dei risultati, distruggeva le sue opere, creò dipinti rivoluzionari che hanno ispirato generazioni di artisti. Lo stesso Picasso, avaro di complimenti verso i suoi colleghi e anzi, denigratore di molti di loro (dei Nabis ebbe a dire che erano 'pidocchi' sulla sua testa, mentre definiva la pittura di Bonnard 'solo deliziosa marmellata'), riconobbe a Cézanne il ruolo di 'padre di tutti noi'.
È oggi la Fondazione Beyeler di Basilea a riaprire questo capitolo della storia dell'arte focalizzandosi sull'ultimo periodo di Cézanne, quando la sua ricerca di un nuovo linguaggio artistico era diventata per lui sempre più incalzante. Perché se gli impressionisti coglievano l'attimo, lui, invece, voleva fare il contrario. Voleva cogliere l'essenza immutabile delle cose, fossero queste un paesaggio, un oggetto o un frutto. Voleva raggiungere un equilibrio eterno, indipendente dal momento in cui un'opera era dipinta, nell'idea di creare nell'arte un'armonia parallela con la natura.
Se questo obiettivo, che Cézanne intendeva raggiungere basandosi sulle forme geometriche del cilindro, della sfera e del cono, può apparire cerebrale e filosofico, i risultati che ci appaiono sono una gioia per gli occhi. Le ottanta opere raccolte negli ampi spazi dell'edificio realizzato da Renzo Piano nella campagna svizzera catturano lo sguardo: bagnanti misteriosi, tavoli che accolgono drappi e frutta dai colori sfumati, uomini senza tempo, paesaggi intriganti di una Provenza antica e sconosciuta, una montagna, sempre quella, che si innalza dalla pianura, come un Olimpo oscuro e potente.
La mostra ha però anche l'ambizione di trasportarci nel processo stesso del suo dipingere, che lo aveva allontanato sempre più dall'Impressionismo per arrivare a gettare le basi dell'astrazione. Anche Cézanne, come tutte le altre avanguardie artistiche dell'epoca, voleva sbarazzarsi di tutte le regole che imbrigliavano la pittura, a cominciare dalla linea e soprattutto dalla prospettiva.
A prevalere doveva essere l'importanza del soggetto a cui donare profondità attraverso macchie di colore. Ecco allora la sua montagna Sainte-Victoire che dipinse decine di volte attraverso sensazioni cromatiche. Spiega il curatore Ulf Kuster:
Spesso Cézanne collocò il cavalletto davanti a quella montagna, perché la riteneva un campo di prova ideale per cercare la risposta alla sua questione artistica fondamentale: come si può dipingere il mondo nel modo esatto in cui lo si percepisce?
Per lui ciò non significava semplicemente rappresentare la natura, ma renderne visibili la chiarezza, i colori e l'atmosfera. Cioè, l'arte come parallelo della natura.
Questa sua sete instancabile di trasformare il mondo visibile in qualcosa di stabile ed eterno fa sì che anche le mele, le pere, le brocche, le caraffe e i tessuti delle sue nature morte non siano soltanto perfette istantanee, bensì esplorazioni di oggetti rappresentati secondo più punti di vista - davanti, dall'alto in basso, di lato - all'interno di un'unica tela. Se in queste composizioni non ci sono ombre è perché non esiste un unico punto di fuga, bensì diverse visuali, secondo quel principio che sarà poi proprio del cubismo. Certo, Cézanne ancora rappresentava la realtà, ma le basi per spostarsi dalla cultura figurativa all'astrazione erano ormai gettate. Un vero e proprio rovesciamento delle regole; per i suoi tempi un'eresia. Tanto che i contemporanei non l'amarono e non comprarono i suoi quadri. Picasso, però, ne raccoglierà la lezione.
Certo, è difficile capire come un artista tanto innovatore e rivoluzionario sia stato nella vita così conservatore e conformista da avere costantemente bisogno di rifugiarsi nel piccolo mondo delle sue origini. Più volte aveva tentato di spostarsi a Parigi, dove per brevi periodi aveva frequentato il circolo degli impressionisti, incontrandoli nello storico Café Guerbois. Lui, che proveniva da una famiglia benestante, aveva mantenuto, però, abiti e abitudini campagnole e un forte accento provenzale, oltre a dimostrare un carattere assai spigoloso. Così, nonostante molti dei futuri impressionisti fossero degli spiantati di belle speranze, la loro allure parigina non faceva loro accettare completamente all'interno del gruppo questo provinciale burbero. Allora le discussioni tra gli artisti erano sentite e spesso impetuose.
L'elegante e raffinato Manet minacciò persino di non partecipare alla prima esposizione impressionista se il giovane Cézanne fosse stato presente. E così fece davvero. “Dipinge con la cazzuola come un muratore”, fu il suo lapidario commento. Gli anni futuri diranno che sul piano artistico sbagliava completamente, ma di sicuro non era quello l'ambiente giusto per il pittore di Aix, il cui temperamento introverso e taciturno lo faceva sentire a suo agio solo nella sua Provenza. In perenne conflitto con il padre, ricco banchiere che avrebbe voluto inserirlo negli affari di famiglia, un rapporto tiepido con la moglie, Hortensie Fiquet, docile modella, da cui ebbe un figlio all'insaputa dei suoi stessi genitori, Cézanne visse soltanto per la pittura.
Lui, l'eremita di Aix, scrutò i paesaggi selvaggi in cui era nato; raccolse nel suo atelier zuppiere, bicchieri e altri oggetti che insieme alla frutta sistemava sul tavolo, organizzandoli per le sue nature morte; ritraeva i contadini che lavoravano nell'azienda di famiglia, i quali posavano per lui nel tempo libero in cambio di pochi franchi. Proprio questi contadini divennero i soggetti de I giocatori di carte, di cui due versioni delle cinque realizzate sono presenti in mostra. Impossibile chiedere il significato di tali composizioni a Cézanne, perché lui non ha mai amato dare informazioni sulle sue opere, ma di certo questi personaggi austeri non rappresentano una realtà sociale, come era successo con Millet.
Piuttosto sembrano uomini senza tempo, eterni, come la montagna Sainte-Victoire. E come la montagna, quei dipinti hanno uno schema di costruzione simmetrico in cui la bottiglia centrale si trasforma nell'asse di divisione della scena.
Per Cézanne, che è certamente il pittore più enigmatico e complesso di tutta la stagione post-impressionista, neanche la lunga serie dei Bagnanti segue confini classici. Eppure siamo di fronte a un grande tema della storia dell'arte di tutti i tempi su cui lui vuole confrontarsi, ma come sempre rivisitandolo secondo le sue intime convinzioni. Così non c'è erotismo in quei dipinti, ma nemmeno realismo. Ancora una volta quei personaggi sono immortali nel loro legame armonioso con il paesaggio e con gli alberi che li circondano.
Sono tele dipinte all'interno dell'atelier perché non sarebbe stato possibile per lui riprodurre dal vero corpi nudi, non solo per la sua timidezza, ma anche per la sua lentezza. Se tra una pennellata e quella successiva potevano trascorrere persino 20 o 30 minuti di osservazione, impossibile pretendere l'immobilità di un gruppo. La sua proverbiale calma riflessiva è anche il motivo degli spazi bianchi lasciati in alcune tele che spesso vengono considerate incompiute. Suggerisce Ulf Kuster:
Queste composizioni sono caratterizzate da una sorta di finale aperto […] che offre agli spettatori attivi la possibilità di completarle mentalmente e dipingerle con la propria immaginazione.
Cézanne, l'eremita eretico, non smetterà mai di inseguire la sua meta, nemmeno quando la prudenza avrebbe suggerito di non esporsi alle intemperie.
Fu così che nell'autunno del 1906, all'età di 68 anni, un violento temporale lo sorprese mentre dipingeva un paesaggio en plein air nelle campagne di Aix. A soccorrerlo fu un contadino che lo portò a casa con il suo carro. Morì dopo una settimana per una polmonite, ma nel frattempo non si dimenticò di scrivere al suo fornitore di colori, redarguendolo furiosamente per il suo ritardo nella consegna.
Era il 22 ottobre 1906. Pochi mesi dopo, nel luglio 1907, nascevano Les Demoiselles d'Avignon e con loro il cubismo. Un'altra storia stava per cominciare.
Paul Cézanne, I giocatori delle grandi carte è una serie di dipinti a olio su tela (47,5x57 cm) realizzati tra il 1890 e il 1895. La versione qui presente è conservata presso il "Courtauld Institute of Art" di Londra. Sul tema della partita a carte Cézanne dipinse cinque differenti versioni.















