Lei, Mary Cassatt, era l'americana a Parigi. Quella che dipingeva le maternità e che la critica ha definito, di volta in volta, come delicata, graziosa, femminile o distinta, per poi dimenticarla a lungo, nonostante avesse fatto parte a pieno titolo della squadra di impressionisti che rivoluzionò la storia dell'arte. Eppure visse a Parigi per sessant'anni, parlava correntemente il francese, si vestiva con abiti alla moda del tempo confezionati dai sarti e dalle modiste della 'ville lumière' e frequentava amici e ambienti parigini. Ma la sua nazionalità straniera, insieme all'essere donna e per di più artista, non le resero certo la vita facile.

In fondo, nella Francia dell'ultimo quarto del XIX secolo la legislazione non era davvero favorevole alle donne, per le quali era prescritto l'obbligo di obbedienza al marito, ovviamente senza avere diritti civili o politici, come quelli del voto, dell'educazione e del lavoro. Le stesse Scuole di Belle Arti fino al 1897 non permettevano l'ingresso alle giovani di sesso femminile.

Negli Stati Uniti, tuttavia, gli spazi per le donne erano ancora più rigidi e quelli per le artiste praticamente inesistenti, tanto che lo stesso padre di Mary Cassatt, messo al corrente della sua intenzione di diventare pittrice, reagì con una frase sibillina: “Preferirei vederti morta”. Così lei, che era nata all'interno di una famiglia della grande borghesia americana, preferì avventurarsi da sola e con le sue sole forze economiche nella capitale francese, affascinata dai fermenti culturali e dalla libertà intellettuale e artistica che si respiravano nella città e che il suo paese di origine non poteva offrirle.

La dignità del lavoro ‒ scrisse in una lettera alla sorella Lydia ‒ mi dà la possibilità di guadagnarmi da vivere, cinque franchi al giorno e rispetto per me stessa.

Però non deve essere stato facile per Mary Cassatt affermarsi in una società che restava comunque molto maschilista. Anche se trovò negli Impressionisti una sorta di seconda famiglia disposta ad accoglierla nel nome della ribellione contro l'arte accademica, anche se Degas fu suo amico e Monet e Pissarro la considerarono loro pari, i suoi quadri non entrarono mai nelle loro collezioni private, a cominciare da quella di Caillebotte, che aveva acquistato dipinti di tutti i suoi amici e colleghi avanguardisti, tranne quelli delle due uniche donne del gruppo: Berthe Morisot e, appunto, Mary Cassatt.

Ci volle una grande determinazione all'artista americana per inserirsi nella società parigina ed avere il successo necessario per vendere i suoi dipinti e potersi mantenere. Forse fu proprio per questo che lei, che non si sposò mai e mai ebbe figli, si dedicò a dipingere quasi esclusivamente maternità e figure femminili, accettando così, almeno sulla tela, quel ruolo che la società chiedeva alle donne ed evitando l'ostracismo di pubblico e mercanti. O forse, chissà, si sentiva investita da una missione, dipingendo ciò che gli uomini tralasciavano. I suoi colleghi erano infatti catturati dalle ballerine o dalle prostitute. E soprattutto si lasciavano ispirare dai paesaggi lavorando en plain air. Lei no.

Il tema della madre e del figlio ha attraversato tutta la sua carriera, così come le cattedrali e i covoni di fieno hanno attraversato quella di Monet. Viste per lungo tempo come una sorta di modernizzazione delle Madonne con Bambino di stampo religioso, le sue maternità hanno però finito col relegarla all'ultimo posto della rivoluzione impressionista, fino a farla cadere nell'oblio, almeno fino a quando le femministe americane degli anni Settanta non ne hanno fatto un modello di riferimento per le loro lotte, collocandola di nuovo sulla scena della storia dell'arte del XX secolo.

Oggi, a 100 anni dalla sua scomparsa, è il museo d'Orsay che dedica a Mary Cassatt una grande esposizione per sottolineare la fierezza della sua indipendenza, pilastro della sua vita, e forse anche per rimediare ai molti anni di oblio in cui la Francia l'ha confinata lasciandola nel limbo degli 'impressionisti americani'.

Con oltre 80 dipinti, pastelli e stampe che coprono tutta la carriera dell'artista, la mostra apre a nuove prospettive sulla sua opera, basandosi su lettere inedite e fonti fino ad oggi sconosciute o inesplorate. ‒ Scrivono le curatrici dell'esposizione, Caroline Courbeau-Parsons e Anne Robbins ‒ In un ambiente fortemente maschilista e su uno sfondo di latente nazionalismo, lei arrivò velocemente ad imporsi come una pittrice professionista.

“Io sono indipendente! Posso vivere sola e mi piace lavorare”, proclamava lei. E in questa dichiarazione, che non potrebbe essere più attuale, c'è tutto l'orgoglio e il coraggio di una donna che sfidava convenzioni ben più radicate di quelle odierne.

Le sue donne, spesso modelle che lei pagava per la posa, quando non abbracciano un bambino, bevono il té, cuciono in giardino, si affacciano alle finestre della propria abitazione, assistono ad uno spettacolo teatrale o vanno in carrozza. Sempre eleganti, dinamiche, con guanti e cappello, raccontano il posto che occupavano nella casa e nella società, regolato da usanze precise. Nella mostra Mary Cassatt. L'indipendente, incontriamo solo un uomo, suo fratello Alexander, a Parigi per una breve visita e dall'artista immortalato insieme al figlio Robert.

Nella sua visione moderna della vita e dell'arte, Mary Cassatt, pur mantenendo sempre lo stesso soggetto, sperimentò, però, molte tecniche, dalla pittura a olio al pastello, fino alla punta secca e all'acquaforte. Convinta che un oggetto d'arte potesse essere condiviso, fu la prima del gruppo degli avanguardisti a dedicarsi alla tecnica della stampa, facendo installare una pressa nel piccolo mulino situato nel parco del castello di Beaufresne, da lei acquistato grazie ai soldi ricavati dalla vendita delle sue opere.

Da questa sperimentazione nacque una serie di 10 stampe colorate con cui ci racconta, con uno stile soggiogato dall'arte giapponese allora in voga nella capitale, le diverse occupazioni domestiche di una donna, dalle abluzioni mattutine fino alla posa degli abiti e infine alla cura dei figli. Queste acqueforti, eleganti e raffinate, rappresentano una delle parti più originali e interessanti della sua opera.

Nessuno pensi, però, che questo impegno professionale dedicato alle donne viste secondo le convenzioni del tempo abbia distratto l'attenzione dell'artista dalle battaglie per l'emancipazione femminile. Cassatt rimase sempre una fervente partigiana della lotta per il diritto di voto alle donne e, anche in tarda età, resa cieca dal diabete e da un'operazione alla cataratta andata male, continuò a operare e finanziare i movimenti per il suffragio universale.

Le donne ‒ diceva ‒ dovranno essere qualcuno e non qualcosa. Saranno loro a decidere della vita e della morte di una nazione.

Persino oggi è difficile pensare a una maggiore autodeterminazione.