In un'epoca in cui il rapporto tra essere umano, natura e tecnologia appare sempre più complesso e interconnesso, la pittura continua a offrirsi come uno strumento privilegiato per interrogare il reale. La mostra Ecologie instabili. Nel punto in cui tutto si trasforma, ospitata presso la Galleria Studio Cenacchi di Bologna e curata da Raffaele Quattrone, mette in dialogo le ricerche di Sabrina Muzi e Roberta Cavallari, due artiste che, attraverso linguaggi differenti, esplorano i processi di trasformazione che attraversano il nostro tempo.
Se nelle opere di Sabrina Muzi il paesaggio si manifesta come organismo vitale, capace di rigenerarsi continuamente oltre la soglia del visibile, nei dipinti di Roberta Cavallari emergono invece le tensioni e le ambiguità di un mondo in cui natura, artificio e tecnologia risultano ormai profondamente intrecciati. In entrambi i casi, la pittura non si limita a rappresentare ciò che vediamo, ma ci invita a riflettere su ciò che normalmente sfugge allo sguardo: le forze invisibili che modellano il nostro modo di abitare il mondo.
La mostra non propone una contrapposizione tra naturale e artificiale, ma apre uno spazio di riflessione sulle molteplici forme della trasformazione contemporanea. Da un lato, la capacità della natura di rigenerarsi e persistere; dall'altro, le profonde modificazioni percettive e culturali generate dall'intervento umano e tecnologico. In questo territorio intermedio, instabile e in continua ridefinizione, la pittura si rivela uno strumento critico capace di rendere visibili processi che spesso operano al di sotto della soglia della coscienza.
Abbiamo incontrato Sabrina Muzi e Roberta Cavallari per approfondire le origini della loro ricerca, il significato del paesaggio contemporaneo e il ruolo dell'arte nel raccontare le trasformazioni ecologiche, culturali e percettive del presente.
Nelle opere presentate in mostra il tuo sguardo si concentra sul sottobosco, su dettagli minimi che spesso sfuggono all'osservazione quotidiana. Cosa ti interessa di questa dimensione ravvicinata del paesaggio e cosa può raccontarci oggi che i grandi panorami non riescono più a dire?
Sabrina Muzi: Il sottobosco è quel luogo nascosto, in ombra, che raccoglie e custodisce i semi, dove si attivano processi di trasformazione, è il luogo della decomposizione che diventa nutrimento, humus per un nuovo ciclo di vita. Un luogo che ci cattura nel momento in cui lo esperiamo, volgendo il nostro sguardo in basso, ben al di sotto della linea d’orizzonte, in particolare quando la luce improvvisa isola e mette in evidenza ciò che prima non avevamo ancora notato.
Un panorama lo osserviamo generalmente da un punto di vista privilegiato, da una collina, dal balcone di una residenza, la nostra visione è ampia e ci proietta in uno stato d’animo contemplativo, vorremmo essere un tutt’uno con ciò che è di fronte a noi, ma potremmo provare anche un senso di separazione, scorgendo la piccolezza dell’essere umano di fronte alla bellezza della natura.
La dimensione ravvicinata significa essere dentro il luogo, scorgere la vitalità senza sosta che popola il sottobosco, un paesaggio segreto in continua evoluzione. Sono quindi sollecitata non solo a contemplare, ma ad indagare, scoprire, a fondermi con quel luogo, a rendermi conto di essere anch’io parte di quel processo di trasformazione, di quel ciclo di vita-morte-rinascita.
Se Sabrina ci invita ad avvicinarci a ciò che normalmente resta invisibile, nei tuoi dipinti emerge invece una sottile alterazione del reale. Da dove nasce il tuo interesse per questi slittamenti percettivi e per quelle anomalie che sembrano insinuarsi nella quotidianità?
Roberta Cavallari: Mi interessa quel momento in cui la realtà rivela la propria natura artificiale. Le anomalie del reale che costruisco non sono eventi straordinari, ma piccoli scarti che ci spingono a riflettere e a dubitare di ciò che stiamo osservando. Mi interessa creare situazioni in cui ciò che appare familiare rivela una lieve dissonanza, capace di mettere in discussione le nostre certezze percettive. Questi slittamenti ci invitano a interrogarci sul nostro rapporto con un mondo sempre più trasformato dagli interventi umani, dalle tecnologie e dai cambiamenti antropici, dove i confini tra naturale e artificiale risultano sempre più difficili da definire.
Con la pittura non cerco la mimesi del reale, creo immagini che appartengono alla nostra esperienza quotidiana, ma le colloco in una dimensione sospesa. Questo induce una sensazione di estraneità: ciò che sembra familiare diventa improvvisamente distante. Mi interessa proprio questo momento, perché costringe l'osservatore a guardare oltre l'apparenza realistica dell'immagine e a interrogarsi sul proprio rapporto con una realtà alterata, non ben decifrabile, talvolta spaesante.
Nel testo curatoriale avevamo fatto riferimento alla Viriditas di Ildegarda di Bingen, intesa come forza vitale capace di rigenerarsi oltre ogni crisi. Quanto questa idea è presente nella tua ricerca e in che modo dialoga con le attuali questioni ambientali?
Sabrina Muzi: L’idea di energia vitale torna spesso nel mio lavoro, anche attraverso l’uso di differenti media, e non solo con riferimento a progetti che hanno un legame stretto con l’elemento naturale o vegetale. Infatti sebbene il termine Viriditas significhi ‘Verdezza’, quindi si riferisca letteralmente a ciò che germoglia, esso indica in realtà un’energia innata infusa in tutto il cosmo, e quindi anche nell’essere umano.
Natura, paesaggio, corpo, ciclicità, trasformazione, metamorfosi, sono temi ricorrenti nella mia ricerca che dialogano con l’idea di rigenerazione ed energia vitale, e diventano domande sul presente.
La problematica della questione ambientale è il risultato di come l’essere umano si sia culturalmente separato dal suo ambiente, considerando un luogo di consumo quello che una volta era l’habitat da cui dipendeva la sua sopravvivenza. Con il progetto sul sottobosco indirettamente rispondo a questa alterazione di equilibrio tra essere umano e natura, riflettendo su come la natura, nonostante calamità naturali, guerre, deturpazioni, disastri ambientali, continui il suo corso, restando, attraverso un processo di autoguarigione, ancora il luogo per eccellenza della vitalità.
Nelle tue opere natura e artificio appaiono sempre più intrecciati. Ritieni che oggi sia ancora possibile distinguere nettamente tra ciò che definiamo naturale e ciò che definiamo tecnologico?
Roberta Cavallari: Credo che oggi il dualismo tra natura e artificio, così centrale negli anni Novanta, quando alimentava il dibattito antropologico e spingeva molti fotografi a indagare i "nonluoghi" e i paesaggi della trasformazione, si sia progressivamente dissolto. Anche il termine stesso "artificio" ha perso gran parte della sua carica problematica ed è entrato nel lessico quotidiano come una condizione ormai condivisa e accettata. La tecnologia non è più qualcosa di esterno alla natura o all'essere umano, ma una dimensione integrata della nostra esistenza, con cui conviviamo costantemente. Allo stesso tempo, ciò che definiamo natura è profondamente modificato dall'azione umana.
Nei miei lavori cerco di osservare e rappresentare questa condizione ibrida, una zona liminale in cui i confini tradizionali si fanno sempre più incerti. Mi interessa esplorare questo territorio attraverso una personale reinvenzione del paesaggio, costruendo immagini che nascono dalla mia percezione della realtà più che dalla sua semplice restituzione. Anche il linguaggio pittorico segue questa ricerca ed è in continua evoluzione: dal minimalismo degli esordi si è progressivamente orientato verso una forma di realismo che definirei sintetico, dove l'immagine conserva elementi riconoscibili ma viene ridotta all'essenziale per mettere in evidenza relazioni, tensioni e atmosfere.
Molti tuoi lavori nascono dall'esperienza del camminare e dell'attraversare i luoghi. Come si trasforma l'esperienza fisica del paesaggio nel momento in cui diventa immagine?
Sabrina Muzi: I lavori nati da questo tipo di esperienza sono da una parte il frutto di memorie emotive, di un “sentire” gli effetti di questi attraversamenti. Nello stesso tempo il lavoro si correda di appunti fotografici, annotazioni scritte, schizzi.
Nel caso di questo ultimo progetto durante le mie camminate nei sentieri del bosco ho scattato diverse fotografie, concentrandomi sul forte contrasto chiaroscurale tra luci ed ombre. Da questo materiale ho poi estrapolato le parti che ritenevo più vicine alle visioni percepite quando ero fisicamente nel luogo, e che quindi potessero essere più interessanti per poter lavorare con la pittura.
La tua ricerca si è sviluppata tra l'esperienza della Berlino post-riunificazione, l'immaginario cyberpunk e una sensibilità vicina alla neo-metafisica. Quali tracce di queste esperienze continuano oggi ad abitare il tuo lavoro?
Roberta Cavallari: Berlino è stata per me un laboratorio straordinario di trasformazione urbana e culturale. Era una città in cui convivevano rovine, architetture popolari della ex DDR, edifici ultramoderni e cantieri permanenti, un luogo in cui passato, presente e futuro sembravano sovrapporsi continuamente. Questa tensione continua ancora oggi ad attraversare il mio lavoro. Dall'immaginario cyberpunk ho ereditato l'interesse per i processi di ibridazione tra essere umano, tecnologia e ambiente, ma anche una particolare sensibilità estetica fatta di atmosfere fredde, tonalità scure e una lettura psicologica ed emotiva dello spazio.
Attraverso i miei dipinti cerco di trasmettere questa dimensione percettiva, invitando l'osservatore a entrare in uno stato emotivo che non si limita alla semplice osservazione dell'immagine. La neo-metafisica, invece, mi ha insegnato a considerare la pittura come uno spazio di sospensione e di riflessione più che di rappresentazione. Per questo i miei lavori, pur partendo da elementi riconoscibili, cercano di produrre una sensazione di spaesamento, una distanza rispetto alla realtà ordinaria che possa attivare una risposta emotiva e portare lo sguardo oltre ciò che è immediatamente visibile, ma anche oltre le certezze che la pittura figurativa sembra darci.
Hai lavorato in contesti culturali molto diversi, dall'Italia alla Cina. In che modo questi attraversamenti geografici hanno modificato il tuo modo di osservare il paesaggio e il rapporto tra essere umano e ambiente?
Sabrina Muzi: Aver realizzato progetti in vari contesti culturali mi ha permesso di mettere in relazione la mia cultura con quella di quei luoghi. Abituata alle città italiane ed europee, nelle megalopoli cinesi lo sguardo sul paesaggio urbano si confonde, le strade appaiono tutte uguali, e all’inizio tutto sembra illegibile, diverso. Ma basta spostarsi in piccoli villaggi che siano urbani o rurali che allora ci si sente più a casa, nonostante le enormi differenze. Guardando i paesaggi naturali si scopre che passando da una parte del mondo all’altra, anche le montagne non sono tutte uguali.
Un paesaggio è anche l’identità di un luogo e di coloro che lo abitano, spostarsi e lavorare in contesti geograficamente e culturalmente lontani permette di aprire un dialogo tra storie, memorie e aspettative differenti, una fortuna ancora possibile nonostante il mondo globalizzato. Un aspetto interessante, che ho ripreso anche in un mio progetto dedicato alla montagna, è il diverso modo di rappresentare il paesaggio rispetto alla tradizione prospettica occidentale.
Nella tradizione cinese, il paesaggio veniva rappresentato su lunghi rotoli orizzontali o verticali con prospettive multiple e concepiti come un viaggio visivo, un modo di rappresentare il paesaggio che rispecchia un’idea di concepire la realtà. Da queste esperienze ho compreso che il paesaggio non è solo lo sguardo su una veduta ma è il concentrato di una ricchezza culturale oltre che naturale connessa alla storia che si lega a quell’ambiente, al lavoro e alle azioni umane che con quel luogo hanno interagito, trasformandolo.
Osservando i tuoi dipinti si ha spesso la sensazione di trovarsi in un presente già proiettato nel futuro. La pittura può ancora aiutarci a immaginare scenari alternativi o il suo compito è soprattutto quello di renderci più consapevoli del presente?
Roberta Cavallari: Non credo che la pittura abbia il compito di offrire scenari futuri o di prevedere ciò che accadrà. La considero piuttosto uno strumento per interrogare il presente e, attraverso di esso, noi stessi. I miei dipinti si costruiscono spesso come assemblaggi di elementi provenienti dalla mia formazione: il paesaggio emiliano, la tradizione pittorica classica, le avanguardie, ma anche la cultura visiva contemporanea. Questi riferimenti vengono liberamente citati, trasformati e ricomposti perché non mi interessa rappresentare la realtà così com'è, ma costruire immagini capaci di restituire una percezione personale e allo stesso tempo condivisibile del mondo che possibilmente vada oltre la semplice rappresentazione.
La speranza è che ogni immagine generi una suggestione capace di attivare un pensiero nuovo nell'osservatore, una maggiore consapevolezza del proprio essere e del proprio stare nel mondo. Forse è ambizioso definirla una forma di spiritualità, ma intendo proprio la possibilità che l'arte ci conduca, anche solo per un istante, oltre la dimensione materiale delle cose, verso una riflessione più profonda sulla nostra esperienza umana.
Il titolo della mostra parla di Ecologie instabili. Viviamo in un'epoca in cui tutto sembra attraversato da processi di trasformazione accelerata: clima, tecnologia, relazioni sociali, paesaggi. Quale pensate possa essere oggi il ruolo dell'arte nel rendere leggibili queste trasformazioni?
Roberta Cavallari: L'arte non può semplificare la complessità di queste trasformazioni, ma può offrirci strumenti per abitarla e per trasmettere agli altri una visione. In un contesto dominato dall'accelerazione e dall'eccesso di informazioni, l'opera d'arte introduce una pausa, uno spazio di attenzione in cui fenomeni apparentemente invisibili possono emergere e in cui si può sperimentare un tempo sospeso, diverso da quello imposto dai mercati e dai mass media. Credo che oggi il suo ruolo sia quello di costruire nuove forme di sensibilità e di consapevolezza. L'arte è un linguaggio che può ancora mantenersi libero da quei processi di omologazione che caratterizzano altri sistemi di trasmissione della cultura, proprio perché conserva una dimensione di autenticità difficilmente addomesticabile.
Sabrina Muzi: Penso che il modo migliore con il quale l’arte possa rendere leggibile e quindi provare a far emergere criticamente alla coscienza il processo di accelerazione in atto sia quello di proporre un’alterità, sia in senso estetico che concettuale. L’arte non può semplicemente essere il riflesso della realtà che viviamo, ma deve elaborare stimoli e contenuti per proporre nuove visioni e possibilità di senso.
L’arte può affrontare temi come il clima, la tecnologia, le relazioni, la trasformazione del paesaggio, ma deve proporre una visione disallineata dal flusso di immagini dal quale siamo sommersi, mettendo in atto processi che fanno emergere connessioni e contraddizioni, mettendo in relazione memoria storica, presente e visioni future.
Se doveste indicare un elemento del mondo contemporaneo che continua a sfuggire al nostro sguardo, qualcosa che l'arte può ancora aiutarci a vedere, quale sarebbe?
Roberta Cavallari: Credo che ciò che oggi continua a sfuggire al nostro sguardo sia il mondo immateriale. Siamo sempre più abituati a considerare reale solo ciò che è misurabile, quantificabile e traducibile in valore economico, mentre tendiamo a trascurare tutto ciò che appartiene alla sfera della coscienza, dell'interiorità e della spiritualità. Eppure è proprio questa dimensione invisibile a dare profondità all'esperienza umana. Da secoli l'Occidente si è progressivamente allontanato da una visione metafisica dell'esistenza, privilegiando una lettura del mondo prevalentemente materiale. Per questo considero l'arte una delle poche pratiche capaci di riconnetterci con ciò che va oltre il dato concreto e tangibile. Mi auguro che, attraverso l'arte, si possa recuperare una maggiore consapevolezza di questa dimensione immateriale, senza la quale il nostro rapporto con il mondo rischia di diventare incompleto.
Sabrina Muzi: La tecnologia ha reso più facili molti processi, ma ci ha trasformato in oggetti di consumo, ha monetizzato il nostro tempo e i nostri valori. Penso all’infinito potenziale dell’essere umano, al valore dell’esperienza e della coscienza, all’empatia tra gli esseri viventi, e a tutto il campo di esperienza della sfera umana che non può essere paragonabile alla capacità di calcolo, seppur enorme, di un algoritmo. L’arte può aiutarci a non perdere la coscienza di questo orizzonte e a riscattare questo autentico potenziale dentro di noi.
Sabrina Muzi, Cespuglio, acquerello e inchiostro su carta bambù, cm 46x38, 2020.















