Ci sono dettagli che non avevo mai visto prima di disegnarli, non perché non esistessero, ma perché non avevo imparato a guardarli davvero.

(>Luisa Vargiu, “Non solo estetica”)

Luisa è bella: ha uno sguardo che cattura e gli occhi del verde degli alberi che si riflettono in uno specchio d’acqua.

Ho avuto più volte modo di osservare quel colore quando la fitta vegetazione si riverbera nelle acque profonde del nostro lago.

Luisa è appassionata: nel suo lavoro di estetista e in quelle che sono le sue esigenze vitali, la pittura e la scrittura dove si esprime tutto il suo talento. Ha all’attivo cinque libri1 ; l’ultimo, Seminare eternità (2026), è entrato a far parte del Patrimonio Culturale di Orroli.

Profondamente legata alle sue radici sarde, nelle sue opere - sia pittoriche che letterarie - ha però dimostrato ampiamente di superare certi stereotipi della cultura sarda, per contemplare una forma più cosmopolita e universale dell’Arte.

La sua è una poetica tutta pascoliana: l’esaltazione delle piccole cose, della famiglia, degli affetti perduti.

A questi ultimi sono dedicati tre dipinti e due libri, il primo e l’ultimo.

Il primo, Il segreto della longevità (2019), è rivolto (così come le tre tele) alla nonna paterna Antonietta, morta a 107 anni, in un paese che è sinonimo di longevità.

Questo testo è un dialogo immaginario - sorto durante il periodo Covid - tra questa nonna (che è anche bisnonna) e il suo bisnipote (il figlio di Luisa, un bambino - all’epoca della stesura del libro - di 9/10 anni), sugli argomenti più disparati: la serenità, la fede, le origini, il tempo della miseria vissuto tra le due guerre, i giochi d’infanzia di un’epoca irrecuperabile.

Seminare eternità è, invece, dedicato alla nonna materna, Teresa, morta a poco più di ottant’anni. È un racconto profondamente intimo in cui Luisa instaura quella “corrispondenza d’amorosi sensi” tra vivi e morti, che va al di là del sepolcro foscoliano.

La nonna vive in lei ogni giorno: in ogni gesto, in ogni parola, in ogni insegnamento. L’ha educata, nel modo più efficace, con l’esempio, alla semplicità, all’essenziale, alla vera ricchezza: quella degli affetti.

Luisa fa l’estetista di professione, ma nel suo secondo libro, Non solo estetica (2026), ha dimostrato che la bellezza è tutto ciò che crea emozione. La bellezza è ovunque, basta solo cercarla.

E ascoltandola, leggendola, ammirando le sue opere, risuona in me la massima di Fedor Dostoevskij, “La bellezza salverà il mondo”, perché racchiude appieno il suo pensiero e la sua speranza.

Per me, Luisa è la “pittrice dello sguardo”. Non solo perché il suo è speciale, ma perché lo sguardo e lo studio anatomico dell’occhio sono una sua vera particolarità. Luisa, quasi inconsapevolmente, già dalla sua seconda tela ha utilizzato la tecnica dello sguardo di Leonardo da Vinci, ossia lo sfumato.

Questa tecnica consiste nello sfumare i contorni delle figure con sottilissime e impercettibili gradazioni di luce e colore che tendono a fondersi. Si eliminano così i contorni netti che, attraverso questo procedimento, danno agli occhi un’espressione talmente enigmatica che sembra mutare a seconda di dov’è focalizzata l’attenzione. È il famoso “effetto Monna Lisa”.

Luisa, pittrice realistica che aspira all’iperrealismo, ha iniziato da autodidatta - riproducendo le foto dei libri di geografia - con l’acrilico, per poi proseguire col pastello grazie a dei corsi regionali e nazionali, serviti anche ad affinare la manualità; indispensabili anche a conoscere come utilizzare gli utensili, come rispettare il supporto del lavoro (il Pastelmat), perché non è solo disegnare il fine di un’opera, ma un complesso meccanismo di cose.

Partendo da queste premesse, si svolge la mia intervista.

Dove hai utilizzato, per la prima volta, questa particolare tecnica dello sguardo?

Con Ernst, il mio secondo pastello dopo Ava [dedicato alla famosa attrice hollywoodiana Ava Gadner]. Questa particolarità l’ho scoperta solo dopo averla terminata: riuscire a far seguire il suo sguardo allo spettatore. Solamente una volta finito, ho scoperto che questa tecnica è stata utilizzata da Leonardo da Vinci nella Gioconda. Io mi sono accorta di essere riuscita a realizzarlo, senza averci fatto un vero e proprio studio.

Una volta trovato come fare bene l’iride e i dettagli interni dell’occhio, ho cercato di riprodurre questa tecnica in tutti i miei quadri.

Quando espongo, la cosa ha un risvolto molto divertente perché chiedo allo spettatore di guardare non solo frontalmente, ma da ogni angolazione, per cui lo costringo a spostarsi. È come se la persona ritratta segua lo spettatore.

Oppure lo faccio star fermo, prendo il quadro e lo sposto nelle varie direzioni e noto che spesso l’osservatore si imbarazza. Il bello è anche questo.

Com’è nata la tua passione per la pittura?

La passione per la pittura è sempre stata dentro di me. È qualcosa che ho scoperto di avere semplicemente facendolo.

La ricerca della bellezza mi ha portato ad affinare la perfezione dei dettagli. L’ho scoperta realmente dopo la partecipazione ad un corso. L’ho scoperta e non l’ho cercata.

Come nascono i tuoi quadri?

La foto è fondamentale. Non ho ancora sviluppato - in virtù degli studi privati - la capacità di quell’immaginazione che consente di riprodurre un’immagine senza foto.

Che tecniche adotti?

Acrilico, durante la mia esperienza da autodidatta, e attualmente il pastello.

Quando si scrive, non necessariamente, si segue un ordine cronologico e si può iniziare, nel progetto, nella bozza, anche con una frase che verrà utilizzata alla fine. C’è un procedimento simile in pittura? Si possono lasciare degli spazi che verranno riempiti in momenti successivi?

È diverso. È vero che nella scrittura scrivo per step, butto le idee non in ordine cronologico. Nel quadro è obbligatorio seguire uno schema che ogni artista trova e non è dettato dalla tecnica.

Molti insegnanti fanno partire dal generale, dalla bozza globale e poi si rifinisce. Nella realizzazione di Spirito in volo, falso d’opera [è la riproduzione di Spirito del volo di Josephine Wall, N.d.A.], mi sono divisa il quadro in dieci pezzi, ho creato un puzzle, lo stesso da cui sono partita. Spirito del volo di Wall è, infatti, un puzzle che ho completato e che ora si trova nel mio studio.

Ho affinato questa tecnica della “scomposizione” perché cerco il dettaglio. Ho creato un pezzo e sono andata avanti col successivo. Seguire uno schema è fondamentale. È obbligatorio l’ordine, è una mia tecnica.

Hai dei punti di riferimento artistici?

Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Donatello, i Realistici. Mi piacciono gli artisti molto realistici che ritraggono scene di vita vera.

Leonardo ha curato il dettaglio fino all’ossessione. Io, lavorando sul corpo delle persone, mi trovo a cercare lui come punto di riferimento assoluto.

Quando disegni o dipingi, parti da un dettaglio o dalla visione d’insieme?

Io preferisco focalizzarmi sul dettaglio. Se mi sposto negli spazi del quadro, perdo i dettagli. Mi devo assolutamente focalizzare sul dettaglio, sui particolari.

image host Luisa Vargiu, Io e te sul lago,2004, 30x40 cm, acrilico su tela. È il primo dipinto di Luisa, in ricordo dei momenti trascorsi col padre sul lago Mulargia.

Quando finisci un quadro, inconsapevolmente, ti rendi conto di esserti ispirata a qualche pittore?

Per lo sguardo a Leonardo, alla già citata tecnica dello sguardo della Gioconda, ma lavorando con le foto, non ho questa percezione. La potrei avere lavorando dal vero.

Ti senti sempre soddisfatta dei tuoi quadri? Riguardandoli a distanza di tempo c’è qualcosa che vorresti modificare?

Mi viene la voglia di riaprire qualcosa, perché non si è mai soddisfatti e dunque potrei modificarli. Ma hanno una data e una storia per cui faccio morire quella voglia.

Qual è l’opera a cui sei più affezionata e perché?

Un tocco di longevità dove son ritratte le mani di mia nonna Antonietta. Dopo il libro a lei dedicato, mi è venuta voglia di ritrarla nella posizione delle mani sovrapposte che cingono il rosario. Per me è il quadro più bello; è nella posizione frontale alla mia consueta seduta a tavola. L’ho messo volutamente e lo guardo moltissimo e di questo non modificherei niente. Non di certo per superbia, ma lo trovo perfetto.

È stata una sfida perché le mani sono molto difficili da ritrarre. Tutti gli artisti dicono essere il soggetto più difficile da riprodurre. Le mani sono cariche di dettagli. Chi ha conosciuto mia nonna, quando vede il quadro, dice: “Sono le mani di tua nonna?” perché c’è un dettaglio sull’anulare della mano sinistra che in pochi conoscono: lei aveva il dito storto a seguito di una frattura. Dettaglio riconoscibile per chi conosceva lei.

C’è la sua fede e poi c’è un anellino di poco valore che forse le era stato donato e a cui lei aveva dato moltissima importanza. Io non so chi glielo avesse regalato, non voleva che mai nessuno glielo togliesse e si era fatta ritrarre con quell’anellino. Probabilmente gliel’aveva dato qualche bambino.

E poi c’è il rosario, che è stato impegnativo per la realizzazione delle luci, delle ombre, dei dettagli. Un rosario di legno, molto semplice.

Importante da notare è la sua veste che lei, durante la foto, manteneva sotto il rosario in una posizione dettata dall’emozione, molto trattenuta. Posizione voluta, col pugno stretto, anche per manifestare un certo disagio nell’essere fotografata.

La piega dell’abito è stata aggiunta dopo, quando ho zoomato la fotografia e ho notato questo dettaglio tra il nero profondo dello scamiciato.

Visto che hai già all’attivo cinque libri, quali sono, per te, le analogie tra le due creazioni artistiche: la pittura e la scrittura?

La cosa in comune è la ricerca della bellezza in ogni sua forma. È un completarsi. Disegno e scrivo quello che ho dentro. L’anima la metto dentro tutto quello che faccio. Mi piace cercare le cose belle e realizzarle. Bello è ciò che mi suscita emozione.

La ricerca della bellezza, nel mio lavoro, è rendere più belle le mie clienti, modellarle a livello visivo.

La bellezza artistica è quella che trasmette, che ti fa ricordare, una traccia di emozione nelle persone. Qualcosa che rimane nel tempo.

Secondo te, è più semplice trasmettere un messaggio attraverso le arti figurative o la scrittura?

Con la pittura credo sia più immediato e l’emozione arriva subito, ma per me è più difficile da realizzare. Per me è più semplice trasmettere attraverso la scrittura.

Facendo un parallelo tra pittura e scrittura, a tuo avviso, i colori sono dei verbi o degli aggettivi? Sono il perno di un dipinto o una semplice caratterizzazione?

I verbi nella pittura sono i colori. Il resto compone la frase. Io, quando dipingo, penso subito all’essere, al verbo essere. Cos’è l’essere in un quadro? È la base. Essere come ricerca del tuo io più profondo. È lo strumento cui dobbiamo dare più fiducia oltre la tela.

Dopodiché, ci sono io, il soggetto, la persona che realizza l’opera e dopo arriva tutto il resto: il metodo, tutto il contorno, di cui fa parte anche il silenzio.

Oltre al nome d’arte Lù, c’è qualche altro segno distintivo nelle tue opere?

Il contorno del quadro, il passpartout, la mia personale didascalia attraverso cui do tutte le indicazioni, anche geometriche, per dare la possibilità - a chi ama dipingere e a chi sa leggere ed interpretare quello che scrivo - di realizzare, più agevolmente, anche un’opera uguale. Non sono gelosa delle mie opere.

Ho intenzione di apporre il passpartout a tutti i miei quadri in modo che diventi anche la mia firma più autentica, il mio marchio, la mia traccia.

C’è un’esperienza che ritieni fondamentale per la tua creazione artistica, sia in pittura che in scrittura?

La scuola di filosofia applicata alla vita reale che seguo online, scuola inglese. È qui che ho appreso che dopo aver trovato quella giusta calma, aver trovato il silenzio (che non è silenzio esterno), e fatto bene chiarezza, si trova il coraggio di compiere quelle azioni che possono essere scrivere, dipingere, prendere delle decisioni che magari in un altro momento, intimoriti dal giudizio, intimoriti dall’insuccesso, non si possono fare.

Tre parole fondamentali che ho appreso sono calma, chiarezza e coraggio. Questo sta alla base del mio tutto.

È stata importantissima a farmi capire che dovevo avere il coraggio per realizzare i miei sogni. Senza aver avuto quegli strumenti e senza aver trovato quella calma non avrei mai visto quella chiarezza degli eventi, la perfezione degli eventi che poi mi hanno spinto ad avere il grande coraggio di azione, di agire, di realizzare ciò che sto facendo.

Grazie agli insegnamenti di questa Scuola, ho scoperto che nel momento in cui ottengo quella calma e quel silenzio, muta anche il modo di prendere la matita: non impugnata dal basso, come di consuetudine, ma dall’alto, delicatamente appoggiata tra i polpastrelli dell’indice e del pollice.

Luisa, in conclusione, mi potresti dare una tua personale definizione di Arte?

Arte è la ricerca della bellezza. Arte è risveglio.

Io e Luisa siamo fermamente convinte che niente accade per caso. Il nostro “non caso” è avvenuto in un luogo in cui entrambe visitavamo i nostri rispettivi cari. Un luogo in cui, non sempre, si ha voglia di parlare, ma che è stato il custode di uno degli incontri più edificanti della mia vita.

[…] ogni incontro lascia una sua traccia.

(Luisa Vargiu, “Seminare eternità”)

Note

1 Il segreto della longevità (2019); Non solo estetica (2026); Sopracciglia perfette (2026) legato alla sua professione di estetista; Segreti della longevità (2026); Seminare eternità (2026).