Svalbard, Lofoten, Finnmark. Un viaggio alla scoperta dell’Estremo Nord scritto da Valentina Tamborra. Un’esplorazione illuminante nella fragile quotidianità di un territorio che ci riguarda da vicino.
Valentina Tamborra, fotografa e giornalista milanese, autrice di reportage, ritratti e progetti di scrittura documentaria, di storie ne ha raccontate tante sempre con passione, entusiasmo, sfoderando la sua arte sapiente di narratrice e quell’inarrestabile forza creativa che comunica attraverso i suoi progetti. E all’inizio di settembre con i tipi di Marsilio nella collana SPECCHI, ha pubblicato Anime artiche. Una trilogia.
L’emozione prorompe nei tuoi scritti e si percepisce in ogni fase dei tuoi racconti. Come se volessi coinvolgere il lettore a tutto tondo.
Quando realizzo una storia, spero sempre che la gente si emozioni quanto mi sono emozionata io, perché non riesco a raccontare qualcosa se non mi risuona dentro. L’Artico è arrivato perché, dopo aver viaggiato in lungo e in largo dall’Africa al Medio Oriente, passando per l’Europa, ero stanca di incontrare barriere e confini e qualcuno mi ha parlato dell’arcipelago delle Svalbard come luogo utopico dove convivono in pace oltre cinquanta nazionalità e la mia ricerca è partita da lì.
Da questo incipit nasce una scoperta dettata da un profondo desiderio di pace, serenità ed equità. E dal 2018 e quasi nove anni di continue esplorazioni e tappe nell’Artico norvegese viene spontaneo chiederti cosa hai imparato da questo territorio in cui la natura ancora domina rispetto all’uomo?
Se c’è una cosa che più di tutte mi ha insegnato l’Artico è l’arte del…saper attendere. È un luogo dove l’uomo comprende rapidamente che non tutto è gestibile, non tutto manipolabile, influenzabile, organizzabile. La natura domina, e questo si percepisce sin da subito, soprattutto in un luogo come le Svalbard. A parte questo poi, ho imparato davvero da ogni persona che ho incontrato e questo libro è in qualche modo una restituzione di tutte quelle voci che mi hanno aiutato a comprendere cosa significa vivere l’estremo.
Hai scritto che per un reporter, il viaggio non è un semplice spostamento nello spazio, ma un bisogno biologico di testimonianza”. Quasi una missione o un atto di fede? Forse più un atto di fede e di…fiducia.
Io credo nella potenza delle storie, credo che continuare a osservare, testimoniare, raccontare faccia si che non si possa diventare indifferenti. L’indifferenza per me, è uno dei mali più grandi ed è per questo che credo valga sempre la pena di “tastare il polso al mondo”, per rubare una citazione di Hemingway.
Hai anche affermato che l’Artico è una lezione di umiltà e questo libro è il tuo tentativo di raccontare quell’abbraccio sospeso tra il ghiaccio e il silenzio.
Perché appunto si comprende che non siamo ai vertici di ogni cosa. Come esseri umani, intendo, abbiamo perso un po’ di vista il nostro posto nel mondo. E credo che l’estremo del mondo ci insegni a rivedere un po’ tutto in prospettiva.
La testardaggine che ti connota, unita a una sana curiosità, ti ha permesso di entrare nella vita delle miniere, nella vita degli abitanti, nella bellezza e nella complessità delle Svalbard. Cosa ti ha colpito di più tra tutte le esperienze che hai vissuto?
Tutte le storie, tutte le vite che ho incontrato e che racconto in Anime Artiche fanno parte di me. Certamente, però, ci sono due o tre esperienze che hanno davvero segnato un prima e un dopo. Scendere in miniera, nel sito estrattivo, capire cosa significa lavorare in profondità, quali legami si generano fra uomini che ogni giorno fanno un lavoro pericoloso e complesso, mi ha insegnato molto. E ancora la tundra con i sami, in inverno. Vedere gli animali, renne, aquile, volpi artiche, vivere il loro spazio in modo naturale, senza forzature, e gli uomini prendere solo ciò che serve e non di più. E poi la pesca con i pescatori dei Mari del Nord. Quelle onde altissime e quel mare indifferente, (non cattivo, la natura non è buona o cattiva, ma appunto solo indifferente alle cose dell’uomo, come è giusto che sia).
Esploratrice profonda dell’Artico, hai già documentato con la tua fotografia queste terre straordinarie e le hai fatte conoscere attraverso mostre e libri. Ora, sotto forma di romanzo, quasi un diario, ci accompagni nelle case e nei luoghi ad approfondire ancora di più sentimenti, sensazioni, abitudini, storie antiche, problematiche climatiche, religiose e politiche. E nel tuo viaggio di parole ci porti alle isole Lofoten dove il turismo e il petrolio minacciano un paese ma dove la pesca è una vocazione?
La pesca è una questione identitaria. Essere pescatori è qualcosa che ha a che fare con la memoria di queste isole che oggi sono guardate come cartoline, ma spesso ci si dimentica che, a parte la bellezza innegabile, sono luoghi abitati e storicamente legati alla pesca. Questa era la principale fonte di sussistenza prima del petrolio, e la pesca resta un tratto distintivo, una realtà importante. L’Italia, ad esempio, è legatissima alla Norvegia per via dello Skrei, lo stoccafisso. È da li che importiamo una delle cinque eccellenze della cucina italiana”.
E arriviamo alla terra dei Sami, il Finnmark nella parte più settentrionale della Norvegia, che ti è entrata nel cuore perché il rischio di scomparire per i Sami è una triste realtà. Hai detto in un’altra occasione: “Quando si pensa all’estremo Nord si pensa ai Vichinghi ma in realtà i Sami sono un popolo antico che conta circa 75 mila persone, anche se non c’è un censimento e quindi i dati non sono certi, sono persone che hanno un rapporto trascendente con la natura e che da essa dipendono e cercano di preservarla nel modo migliore perché ne conoscono i ritmi, ne hanno un grande rispetto e sulla base di quei ritmi dipende la loro vita”. Cinque anni con e tra i Sami e ora?
E ora è una storia che posso lasciar andare, ma non lascio andare i legami e l’amicizia. Tornerò da amici, sicuramente. Così come a breve torno alle Lofoten, al nuovo Skrei Museum proprio a parlare del mio lavoro e di questo ultimo libro. Penso sarà un momento emozionante, sarò proprio di fronte a molti dei protagonisti dei miei libri ed è forse la cosa che per me conta di più: sapere se ciò che ho raccontato risuona davvero anche nelle persone che di quella storia fanno parte.
Il futuro del mondo è spiazzante e confuso. Il ghiaccio si scioglie e…?
E dovremo imparare a vivere in un mondo nuovo, che non conosciamo ancora. Gli eventi estremi sono aumentati molti degli allarmi lanciati dai ricercatori non sono stati ascoltati o non abbastanza, e ora dovremo fare ciò che è in nostro potere per adattarci, per quanto possibile. Come racconto in un capitolo del libro, però, usando le parole di un ricercatore, non è la Terra ad essere in pericolo, ma noi. Quello che spero è che tutti, davvero tutti, comprendiamo quanto dipende anche dalle azioni di ogni singolo individuo oltre ovviamente a ciò che sta sopra di noi: scelte e azioni politiche.
Biografia
Valentina Tamborra è fotografa e giornalista. Autrice di reportage, ritratti e progetti di scrittura documentaria, ha pubblicato su quotidiani e riviste in Italia e all’estero. Ha collaborato con ONG, istituzioni ed enti nazionali e internazionali come Medici Senza Frontiere e Amref Health Africa. Insegna fotografia, reportage e giornalismo visivo in diversi istituti. Tra i suoi libri: Skrei. Il viaggio, Incontri al confine e I Nascosti.















