Immaginate di entrare in un luogo dove il tempo sembra fermarsi, dove il passato di Roma ti avvolge in un’atmosfera di calma e bellezza.
Se cammini verso Piazza dei Cinquecento, proprio di fronte alla stazione di Roma Termini, e varchi la soglia del Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo, ti ritroverai a pochi passi da uno dei più affascinanti tesori nascosti della capitale: gli affreschi della Casa di Livia, mostra permanente.
Il museo si trova infatti a Largo di Villa Peretti 2, che di fatto è uno slargo adiacente a Piazza dei 500, e rappresenta un angolo che ti permette di scoprire una delle gemme più preziose dell’arte romana.
Il Museo Nazionale Romano non è un unico edificio, ma un sistema museale articolato in più sedi dislocate nel centro storico della città; una di queste è Palazzo Massimo alle Terme, edificio costruito alla fine dell’Ottocento, nato in origine come collegio dei Gesuiti e trasformato nel 1998, dopo un importante intervento di recupero.
Salendo la maestosa scala in marmo fino all’ultimo piano, si scopre una delle ultime sale del percorso espositivo, che custodisce un giardino capace di far dimenticare il contesto museale e trasportare chi lo osserva in una villa antica.
Un paesaggio che si svela sulle pareti, come un’istantanea presa duemila anni fa, che ti invita a immergerti in un angolo di Roma del I secolo a.C., tra alberi da frutto, fiori e piccoli volatili che sembrano quasi muoversi.
Un’oasi che racconta la storia di Livia Drusilla, la moglie di Augusto, e di come la sua villa a Prima Porta fosse il rifugio perfetto per l’élite romana, ma anche un luogo dove la bellezza e il potere si incontravano, un ‘area di Roma nord, in una zona periferica, ma con una vista che spaziava sulla valle del Tevere, tra boschi rigogliosi e una bellezza paesaggistica rara.
La villa fu costruita, o più probabilmente ristrutturata, sotto la guida di Livia, al fine di creare un rifugio elegante e tranquillo lontano dal tumulto della capitale.
Livia, che sposò Ottaviano nel 38 a.C., era una donna di grande intelligenza e di notevole influenza anche sul piano politico.
All’epoca il futuro imperatore non portava ancora il titolo di Augusto: il suo nome era Gaio Giulio Cesare Ottaviano, dopo l’adozione da parte di Caio Giulio Cesare.
Il titolo di “Augusto” gli sarebbe stato conferito solo nel 27 a.C. dal Senato, segnando ufficialmente l’inizio del Principato e di una nuova fase della storia romana.
Il matrimonio tra Livia e Ottaviano non fu soltanto un’unione privata, ma assunse fin da subito un forte valore simbolico, diventando emblema della stabilità del nuovo ordine politico che stava nascendo.
Dopo l’assassinio di Giulio Cesare, Ottaviano dovette affrontare sfide enormi per affermare il proprio potere; non fu solo la sua abilità strategica a garantirgli il controllo di Roma, ma anche la solida alleanza con Livia, che divenne per lui una figura di sostegno e di consiglio.
Del resto, Ottaviano non era l’erede naturale di Cesare.
Privo di figli legittimi, il grande condottiero lo aveva scelto come successore per le sue capacità politiche e per la visione che incarnava per il futuro di Roma, escludendo altre figure di primo piano come Marco Antonio.
L’adozione di Ottaviano non fu quindi soltanto un atto formale, ma una vera dichiarazione di fiducia nella sua leadership e nel destino dell’Impero.
Gli affreschi: un giardino dipinto, un rifugio di serenità
Nel cuore della villa, tra le stanze sfarzose e decorate, si trovava la sala ipogea, costruita sotto il livello del suolo, una stanza seminterrata che oggi ci rivela un’opera pittorica di inestimabile valore, che riceveva luce da un piccolo lucernario ricavato in una delle lunette sopra le pareti, la stanza era ipoteticamente coperta da una volta a botte.
Non si sa con certezza quale fosse l’uso della stanza: probabilmente era un triclinium, ovvero una sala da pranzo.
Sicuramente un ambiente dove gli abitanti della villa si recavano per svago, soprattutto d’estate, data la frescura che il locale poteva garantire.
L’affresco, sebbene frammentato e rovinato in alcune parti, stiamo parlando di un’opera di 2.000 anni fa, si è conservato su tutte e quattro le pareti.
Gli affreschi, databili tra il 30 e il 20 a. C., sono tra gli esempi di pittura parietale romana meglio conservati, oltre che tra i più integri.
Le pitture si estendono su tutte e quattro le pareti della stanza, creando un paesaggio continuo che immerge il visitatore in un mondo di natura incontaminata.
Qui, tra alberi da frutto, piante ornamentali e fiori, si trovano rappresentate presenze alate che svolazzano tra i rami e arbusti che fanno capolino tra le foglie.
La pittura è così dettagliata che si riconoscono ben ventitré essenze arboree, tipiche del clima mediterraneo, come il cipresso, l’alloro e la palma da dattero.
Questa scena non è solo una rappresentazione della natura, ma un vero e proprio viridarium, cioè un giardino concepito come un simbolo di vita e di tranquillità.
L’alloro, ad esempio, non era solo una pianta ornamentale, ma aveva anche un forte valore simbolico legato al trionfo e alla vittoria, strettamente connesso al culto imperiale.
Infatti, ogni volta che un comandante romano celebrava un trionfo, piantava un nuovo albero di alloro in segno di gloria.
Il restauro e la conservazione
Nel corso dei secoli, la villa di Livia è stata dimenticata e abbandonata, ma gli affreschi sono riusciti a sopravvivere miracolosamente, grazie alla particolare tecnica con cui furono realizzati. Dipinti su tegole staccate dal muro, questi affreschi hanno beneficiato di una protezione naturale che ha impedito all’umidità di rovinare l’opera.
Quando la villa fu scoperta, nel 1863, gli affreschi erano già parzialmente danneggiati, ma nonostante i restauri provvisori, la loro bellezza è rimasta intatta.
Nel 1951, fu deciso di staccare gli affreschi dalla villa e portarli in un luogo più sicuro, dove potessero essere restaurati in modo più accurato. Oggi, questi affreschi sono esposti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, dove continuano a stupire i visitatori con la loro perfezione.
La loro conservazione, insieme alla rivelazione del paesaggio dipinto, ci offre una rara occasione di ammirare un aspetto della vita quotidiana e dei gusti dei romani durante il periodo di Augusto (la villa era una delle residenze più amate da augusto).
Oggi, possiamo solo farci un’idea di come doveva essere quel magnifico complesso.
Le pitture giunte fino a noi costituiscono una delle testimonianze più affascinanti e straordinarie dell’arte romana antica.















