Ci sono luoghi che non si visitano soltanto, si attraversano.

Luoghi in cui il tempo sembra cambiare ritmo, in cui i gesti raccontano più delle parole e dove una conoscenza antica continua ancora oggi a trovare nuove mani che la custodiscono.

Quando ho iniziato questo viaggio alla scoperta dei rituali di cura dei capelli delle donne nel mondo, ho incontrato culture diverse e modi diversi di intendere la bellezza.

Nel mondo dell'hammam ho incontrato l'acqua. L'acqua che purifica. L'acqua che accoglie. L'acqua che accompagna un passaggio.

Ma soprattutto ho incontrato un luogo dove la cura si vive insieme. Un luogo di donne tra donne.

Quello che racconto non appartiene a un solo Paese. Alcuni gesti li ho incontrati a Istanbul, altri mi sono stati affidati da donne tunisine e marocchine, altri ancora li ho imparati partecipando a rituali privati vissuti qui in Italia e nei luoghi di origine. Perché, come accade da secoli tra le culture del Mediterraneo, del mondo arabo e del Medio Oriente, tradizioni, ingredienti e saperi hanno viaggiato insieme alle persone, attraversando confini e generazioni.

Forse il cuore di questo racconto non è soltanto geografico. È uno spazio umano. Si chiama hammam.

Alla fine degli anni Novanta, durante un viaggio a Istanbul, mentre il gruppo con cui viaggiavo desiderava visitare le meraviglie più conosciute della città, io sentivo il desiderio di conoscere un’altra Istanbul, attraverso uno dei suoi luoghi più autentici.

Volevo conoscere un hammam tradizionale.

Fu così che entrai in uno degli hammam storici della città.

Appena attraversai la porta d'ingresso ebbi la sensazione di entrare in uno spazio sospeso. Un luogo fuori dal tempo. Da una parte lo spazio dedicato agli uomini, dall'altra quello riservato alle donne. Solo più tardi avrei compreso il significato profondo di quella separazione.

L'hammam, nel rispetto della tradizione, offriva anche alle donne uno spazio tutto loro. Un luogo dove poter essere semplicemente sé stesse. Donne tra donne. Libere di parlare, ridere, raccontarsi, condividere e prendersi cura le une delle altre. Giovani e anziane, madri e figlie, unite dagli stessi gesti.

Una giovane donna mi accompagnò nel tepidarium, l'ambiente dal calore dolce, che prepara il corpo al rituale. Con pochi gesti mi fece capire che dovevo sdraiarmi e aspettare. Sarebbe arrivata un'altra donna. La donna che avrebbe avuto cura di me. Fatma. L'Hammam Anası. La Madre dell'Hammam. Mi sdraiai sulla Göbek taşı, la pietra ombelicale, la grande lastra ottagonale di marmo riscaldata posta al centro dell'hammam. Il cuore caldo del rituale.

Non so quanto tempo trascorse. Ero completamente rapita.

La luce filtrava attraverso i vetri colorati della cupola creando delicati giochi di luce sulla pietra che sembravano muoversi insieme al vapore.

Il vapore avvolgeva ogni cosa.

Le voci arrivavano lontane e morbide.

Il suono dell'acqua, il lento cadere delle gocce e piccoli suoni delicati sembravano accompagnare un tempo diverso.

Poi arrivò lei. Sentii la sua mano prendere delicatamente il mio piede.

Era Fatma. Era arrivato il momento in cui avrei dovuto affidarmi completamente a lei. Con pochi gesti, un sorriso e qualche parola riuscì a spiegarmi cosa sarebbe successo. Io dovevo soltanto affidarmi.

E mentre il rituale prendeva vita, iniziò a cantare. Sottovoce. Vicino, vicino al mio orecchio. Non comprendevo le parole. Era una melodia sospesa tra una ninnananna, un canto antico e una preghiera. La sua voce accompagnava il gesto.

In quel periodo avevo i capelli molto lunghi e ricci. Fatma li studiò con attenzione e, con naturalezza, mi fece capire che si sarebbe presa cura anche dei miei capelli. Furono le sue mani, esperte, pazienti e delicate, a raccontarmi quel sapere senza bisogno di parole.

Il sapone. Lo scrub. Il massaggio.

Il cuoio capelluto deterso, i capelli lavati e districati con una delicatezza che ancora oggi ricordo. Il tempo sembrò dissolversi. Non stavo ricevendo soltanto un trattamento. Stavo entrando in un sapere.

Alla fine Fatma mi accompagnò nella sala relax. Tè alla menta. Silenzio. Riposo. Quando uscii erano trascorse quasi due ore. Mi sentivo nuova. Rinnovata. Diversa. Più leggera.

Come se avessi lasciato lì qualcosa che non sapevo di portare con me.

Prima di salutarmi, Fatma mi disse una frase semplice: «Se torni domani, ti insegno.» Allora non potevo sapere quanto quelle parole sarebbero rimaste con me. La mattina dopo mi presentai all'apertura dell'hammam.

Grazie, Fatma.

Nei primi anni Duemila ritrovai quel linguaggio della cura a Roma, in un piccolo hammam dove incontrai Radhia, una donna di origine tunisina. Qui tutto era più raccolto, più intimo. Eravamo soltanto io e lei. Ma il linguaggio della cura era lo stesso. Le sue mani erano calme, precise, presenti. Ricordo il profumo del sapone, la luce soffusa e il suo canto mentre si prendeva cura di me.

E in quel momento riaffiorò una memoria lontana. Le coccole di mia madre Damiana quando ero bambina; terminato il bagno, lentamente mi spazzolava e asciugava i capelli.

Quelle mani che si prendevano cura senza bisogno di spiegare. Ancora una volta compresi che certi gesti attraversano il tempo. Cambiano le mani. Cambiano i luoghi. Ma la memoria del gesto rimane.

Tra il 2006 e il 2009 frequentai un hammam marocchino a Bologna che divenne il mio piccolo rifugio, un rituale personale, una volta al mese. Un luogo dove fermarmi, respirare e prendermi cura di me. Un giorno vidi un cartello: «Giornata riservata alle sole donne.»

Decisi di partecipare. Quello che incontrai fu qualcosa che non avevo immaginato.

Un vero cerchio di donne. Donne tra donne.

C'erano giovani donne, madri, donne mature e donne più anziane. Le più anziane osservavano, custodivano il ritmo della giornata e, con la loro presenza, sembravano custodire anche la memoria.

Intorno a loro altre donne si prendevano cura delle partecipanti, seguendo gesti conosciuti da generazioni. Una bambina dagli occhi curiosi correva felice con spugne e spazzole tra le mani. Guardava. Imparava.

Assorbiva senza bisogno di spiegazioni. C'erano risate, canti, conversazioni.

Il tè condiviso. La frutta offerta. Una sensazione profonda di casa.

Io osservavo in silenzio, seduta un po' in disparte. Poi Rahma, una delle donne più adulte del gruppo, si avvicinò e mi invitò a unirmi a loro. Accettai emozionata. Ricordo ancora quella sensazione: emozione e timore di non essere all'altezza di un gesto che per loro era così naturale.

Dissi: «Ma io non so fare bene.» Rahma sorrise e mi rispose: «Respira e fai esattamente quello che faccio io.» In quella frase c'era tutto. La fiducia. La trasmissione. La cura.

Fu allora che compresi davvero che nell'hammam non stavo imparando soltanto una tecnica. Stavo entrando in un sapere. Un sapere che passa da una donna all'altra, attraverso il tempo, la presenza e l'esperienza condivisa.

Nell'hammam la cura non riguarda soltanto il corpo. Anche i capelli hanno un ruolo importante nel rituale.

Il lavaggio, il ghassoul (o rhassoul), gli impacchi, gli oli profumati, l'olio di argan, l'acqua di rose e di fiori d'arancio, insieme all'henné utilizzato da secoli per corpo e capelli, appartengono a una tradizione in cui bellezza, benessere e relazione si intrecciano profondamente. Racconta il legame con la natura e una conoscenza custodita e trasmessa dalle donne di generazione in generazione.

Ma più ancora degli ingredienti, ciò che rimane sono le mani. Le mani che insegnano. Le mani che ricevono. Le mani che ricordano.

Forse questo è il vero segreto dell'hammam.

Non soltanto purificare il corpo. Non soltanto prendersi cura dei capelli.

Ma creare una relazione attraverso la cura. Un filo che passa di mano in mano. Da una donna all'altra. Da una generazione all'altra.

E forse ancora oggi, il vapore di un hammam, nel canto sussurrato di una donna e nel gesto paziente di chi lava e pettina i capelli di un'altra persona, continua a vivere qualcosa di molto antico.

Il ricordo che nessuna cura è mai soltanto individuale. Perché ogni gesto ricevuto porta con sé la traccia di chi lo ha imparato prima di noi. E ogni gesto donato può diventare memoria per qualcun'altra.

Alcuni dei rituali incontrati lungo questo cammino continuano a vivere non solo nel ricordo, ma anche nella pratica, nello studio e nella loro trasmissione.

Al prossimo gesto. Alla prossima memoria che prende forma.