Mi puoi raccontare la tua storia professionale?
Iniziai a lavorare nel servizio sanitario nazionale agli inizi degli anni novanta quando Regione Lombardia fece i concorsi per l’assunzione di psicologi nei Servizi di diagnosi prenatale che iniziavano a essere diffusi capillarmente sul territorio nazionale.
Come mai ti sei voluta occupare della psiche?
Avevo scelto di fare psicologia per occuparmi di salute mentale, e avevo studiato in un periodo di fermento e grande innovazione: la psicologia di comunità, l’abolizione degli istituti e delle classi speciali, la psicoanalisi, la costituzione dei consultori…
Grandi cambiamenti ribollivano nelle menti “psi” …
In seguito alla riforma di Basaglia, inoltre, si era sviluppato un grosso investimento clinico e di pensiero, soprattutto psicoanalitico, su ciò che poteva essere la cura della sofferenza mentale e delle gravi patologie psichiatriche dopo la chiusura dei manicomi.
Nel 1975 l’importante legge sull’istituzione dei consultori prevedeva risorse per interventi volti a sviluppare una “pianificazione responsabile” della maternità e una genitorialità consapevole e desiderata da contrapporsi ad un destino ineluttabile con le inevitabili conseguenze della crescita di figli “indesiderati”.
Con questo tsunami di intervento nel pubblico, ma anche di riflesso nel privato, che strategie hai messo in atto per galleggiare? Quale scelta hai sentito come una svolta importante per te?
Mi trovai così a lavorare in un servizio all’interno di un ospedale generale invece che di un reparto o un’istituzione psichiatrica e a riflettere sulle diverse declinazioni della salute mentale e della cura psicologica.
L’inserimento degli psicologi nei servizi di diagnosi prenatale conseguì alla necessità di affrontare gli esiti di queste procedure; quando portavano la conoscenza di patologia fetale e la necessità di offrire aiuto ai genitori che ricevevano tali comunicazioni, sia per l’elaborazione della diagnosi che per la difficile scelta su cosa fare.
Molto emozionante occuparsi dell’origine della vita, delle sue funzioni e disfunzioni, mi pare un po’ come entrare nel mistero. In una qualità di mistero che investe molto da vicino anche i genitori perché ne fanno intrinsecamente parte.
Allora appariva quasi ovvio che chi si sottopone a diagnosi prenatale è perché pensa di interrompere la gravidanza nel caso di problematiche incurabili, in realtà compresi subito che un conto è operare una scelta razionale, un conto è fare i conti con le proprie emozioni e il desiderio di essere genitori. In questo la psicoanalisi fu un grande strumento di lavoro ma anche di auto cura.
È molto interessante questa osservazione che mette in primo piano le emozioni di fronte ad una scelta che razionalmente sembrerebbe obbligata, ma…
Se all’inizio sembrava inevitabile che i genitori dovessero optare per interrompere la gravidanza, successivamente fu più chiaro che era altrettanto importante che una diagnosi precoce poteva aiutare ad affrontare un ostacolo non previsto, anche nel caso di incompatibile sopravvivenza del nascituro.
Questo approccio cambia molto l’assetto mentale del curante …
Fu il primo momento in cui, forse, mi trovai a riflettere sull’utilità di un aiuto psicologico di fronte a eventi così drammatici come la morte di un figlio. Eventi traumatici non solo per i genitori ma anche per tutti i sanitari.
Del dolore dei sanitari di solito non si tiene conto, in genere si ritiene che lavorino come robot, quasi con una scissione intrinseca tra il ruolo e l’essere persone, come se fossero automaticamente indenni da qualsiasi riverbero emotivo.
Ricordo tutti i genitori e i bambini che ho avuto modo di incontrare, che siano sopravvissuti o meno. Ma ricordo anche cosa accadeva ai sanitari nei momenti di comunicazione di una grave malattia perinatale o di una morte e dei lunghissimi incontri con i genitori quando dovevano accompagnarsi in un percorso di crescita difficoltoso.
Similmente a quanto accadeva ai genitori, il personale rimaneva pietrificato da un dolore inimmaginabile. Non è concepibile per la mente umana pensare alla morte dei bambini, dei figli prima di quella dei genitori.
Sì, sembra quasi una perversione dell’ordine naturale delle cose. Ma allora come occuparsi del dolore pietrificante di chi cura?
Mi fu chiaro quindi che per il personale sanitario tali eventi erano altrettanto dolorosi che per le famiglie e che vi era un effetto cumulativo del trauma. Ostetriche, ginecologi, neonatologi hanno studiato per festeggiare una nascita, per cui una malattia o una morte, per quanto siano eventi possibili, non sono pensabili, finché non accadono e finché non vengono metabolizzati dalla mente.
Quindi? Come fare per essere di supporto anche a loro?
La presenza di un professionista della mente e della cura può essere di aiuto.
La mia presenza come psicologa in ospedale portò nel tempo diversi reparti a chiedere di avere sostegno psicologico per i pazienti o il personale in casi difficili. Fu come un tam tam… la notizia si sparse e le richieste anche.
Quali sono i riscontri traumatici più ricorrenti?
Potevano essere reazioni avverse ai trapianti, morti inaspettate di pazienti, complicanze di interventi, soggetti tra la vita e la morte nelle rianimazioni, vittime di azioni violente o del fallimento di tentativi di suicidio, degenti che subivano molestie sessuali. Accanto alla richiesta di aiuto per i malati, spesso ciò che induceva a chiedere il mio intervento era il dolore dei sanitari, di chi doveva prendersi cura.
Per cui finalmente la presa di coscienza, e non solo, del bisogno di supporto per chi, come professione, fornisce cura.
Sebbene alcuni psicoanalisti come ad esempio Balint, avessero già intuito la gravosità del lavoro di cura e la necessità di offrire dispositivi di sollievo come Bion per i reduci di guerra, fu solo con l’avvento delle neuroscienze che alcune evidenze osservative e cliniche divennero in parte spiegabili. In parte, perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ci fai entrare un po’ più intimamente nel mondo interno di chi si occupa degli altri, fornendo cura?
Iniziamo a farci una domanda: perché i sanitari o chi svolge lavori di cura è maggiormente soggetto al burn out? Perché sono i reparti a maggior intensità di cura e con la più elevata percentuale di morti a sollecitare nel personale sentimenti maggiori di pena, sintomi di depersonalizzazione o al contrario cinismo. Da cui l’abbandono precoce della professione.
Allora concretamente come ti sei mossa per rispondere a dei bisogni così importanti che non potevano più essere trascurati?
Nel 2007 con un collega rianimatore organizzammo un convegno dal titolo: Rianimazione area di confine? In cui si voleva condividere quella che era un’evidenza esperienziale quotidiana, ossia che chi si prende cura di persone tra la vita e la morte, familiari compresi, vive un’elevata condizione di stress e sofferenza. Allora ci vennero in aiuto gli studi di Gallese e Rizzolati sui Neuroni Mirror. L’esposizione quotidiana al Dolore dell’Altro produce un’attivazione neurofisiologica di neuroni Mirror nel curante che sperimenta un’empatia intensissima.
Si parla tanto di empatia, ci puoi dire qualcosa in più partendo dalla tua esperienza?
L’Empatia che non è solo una partecipazione alla sofferenza altrui ma è una vera e propria esperienza incarnata.
Il corpo e la mente dei curanti si impregnano, quindi, di sofferenza che se non viene adeguatamente bonificata o scotomizzata si trasforma in malattia.














