Guido verso casa nel tardo pomeriggio di una domenica d’aprile. Dopo una giornata passata alla Fiera di Primavera in mezzo a trattori, gare di barrel racing e pole bending, mi ritrovo a guardare fuori dal finestrino, ferma al rosso del semaforo, sotto al giallo del sole pronto a trasformarsi nell’arancione del tramonto. Delle note di pianoforte escono dalla radio. Questa canzone la conosco. Porto l’attenzione.
Sally cammina per la strada senza nemmeno... guardare per terra...
Ho ascoltato la canzone innumerevoli volte, ma la ascolto per la prima volta in quel momento. Le parole mi si appiccicano addosso come la terra dell’arena sulle braccia e sul cappello.
Sally è una donna che non ha più voglia... di fare la guerra...
Le canzoni sanno raccontare luci e ombre, emozioni e sentimenti che spesso teniamo nascosti anche a noi stessi. Ci si identifica in un certo genere musicale. È lì che si trova un senso di appartenenza, una tribù a cui unirsi contro un nemico comune: il resto del mondo, quell’entità aliena che non ci capisce e non ci capirà mai. Così ci si rifugia in un gruppo di diversi nel tentativo di sentirsi simili a qualcuno. Il chiodo e gli anelli vistosi e i polsini di cuoio indossati come un’armatura, l’heavy metal come canto di battaglia, le chitarre distorte e la batteria dritta e veloce come a riequilibrare fuori un sentito interno di rabbia e disillusione. Eppure sono lì con gli occhi bagnati di lacrime e le tempie di sudore ad ascoltare Vasco “strimpellare il mio dolore con le sue dita, cantare la mia vita con le sue parole” come diceva Roberta Flack.
Vasco no - sussurra la parte metallara.
Ho una certa reputazione, io! – risponde l’ego, disorientato.
Senti – fa capolino l’Adulto.
Vasco è un artista che è stato presente nella mia infanzia un po’ di riflesso. I suoi dischi riempivano l’aria della cameretta condivisa con mio fratello e conosco gran parte della sua produzione fino al 1992, senza che questo l’abbia mai reso un artista che ho ascoltato con intenzione o attenzione. Certo, sono andata ad un suo concerto a San Siro, ma quel biglietto mi era stato regalato forse più per coinvolgermi in un rituale di gruppo a cui, però, non ho mai aderito. Anzi, il mio credo era – come detto – l’heavy metal.
Ma di nuovo torniamo al grigio del Sempione che accompagna il mio viaggio e si contrappone ai colori di tutte le emozioni che ogni suono risveglia, dove ogni parola tocca le mie corde più profonde. Sally è una riflessione sulla vita che è come un brivido che vola via, sugli errori e sulla rinascita interiore. In quel momento è stato come sentirmi raccontare da un’altra voce capace di descrivere cosa succede in un percorso di elaborazione del trauma o di crescita personale.
E forse è stato proprio lì che qualcosa ha ceduto: nel rendermi conto che mi stavo riconoscendo in parole che, per anni, avrei respinto.
Sally si infila nella crepa di un’identità costruita per sopravvivere per portare allo scoperto un’autenticità emotiva che fatica a essere contenuta. Non che la “me metallara” sia finta, semplicemente, per un lungo periodo, la sua funzione è stata quella di proteggermi dal dolore: tenere lontano gli altri mi avrebbe garantito di non essere ferita. Le maschere nascono con buone intenzioni; tuttavia, spesso finiscono solo per rinforzare il nostro dolore e più alzavo barriere, maggiore era la sofferenza per l’isolamento stesso. Gli altri non potevano ferirmi, vero, ma non ce n’era bisogno perché facevo già tutto da sola.
Una manciata di mesi prima il mio personaggio si sarebbe tappato le orecchie sentendosi dire che “forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male” e invece mi sono emozionata. È successo, senza possibilità di scelta. Un lungo percorso di introspezione, la formazione e l’audacia di mettermi in gioco mi hanno permesso di vivere il momento con una profonda consapevolezza e accorgermi di aver abbandonato la maschera, il personaggio, l’armatura.
Il punto non è tanto se mi piace Vasco o no, è che accolgo, apprezzo, mi lascio andare in un testo che dà la parola alle parti di me che ho provato a tenere nascoste. Parti che abbiamo tutti e che vedo nelle persone con cui lavoro quando mi portano la loro crisi, la loro crepa, la loro maschera dietro alla quale si nascondono l’umanità, la sensibilità, le emozioni. E non è un corso a darmi la capacità di vederli, accoglierli o stimolarli; è l’esperienza condivisa a fornire la chiave di lettura per un altro essere umano.
“Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato”, perché nessuno è sbagliato e sono proprio gli errori a far nascere in noi “il coraggio per affrontare i sensi di colpa” che ti si appiccicano addosso come la terra dell’arena. E allora il counseling diventa quel luogo calmo, silenzioso, fresco dove ci si può ripulire da ruoli impolverati, da strati di aspettative e da automatismi che spengono la nostra vera essenza.
Oggi riconosco quello stesso sentire nelle persone che incontro. Persone stanche di fare la guerra, di dover essere sempre qualcosa o qualcuno, come se essere se stessi non fosse mai abbastanza. Esseri umani stremati dal continuo difendersi, perfino dalla propria sensibilità.
Forse è questo che certe canzoni sanno fare: aprire una crepa abbastanza larga da lasciar passare finalmente noi stessi.
E forse il counseling serve anche a questo: creare uno spazio abbastanza sicuro perché quella crepa non faccia più paura.














