La parola serenità ti scivola via sulla pelle come una stoffa leggera: la pronunci e pare che il palato si rilassi per primo, lasciando la lingua in uno stato di quiete. Il lemma ha un’origine antica, viene da lontano, dal latino serēnus: cielo limpido, aria sgombra, come in questo momento in cui lo sguardo si volge verso l’azzurrità dell’alto mentre scrivo sul terrazzino dell’appartamento di Venezia. È un termine meteorologico che si fa psicologia, meteorologia interiore: quando diciamo sereno, evochiamo un orizzonte senza nubi o, meglio ancora, un orizzonte che consente un rapporto nuovo con le nubi. Perché il cielo sereno è quello in cui tutto può passare, senza attaccarsi.
Speriamo che ciò avvenga davvero nella mia mente così fragile e inquieta.
Upekkhā, la saggezza dello sguardo
Le parole più interessanti sono spesso quelle che non si lasciano tradurre facilmente: sono le parole ambigue per le quali, entrando in quella stanza vocalica e consonantica, devi soffermarti a comprendere le tonalità di colori interni e le sfumature. Upekkhā appartiene a questa categoria. La traduciamo con ‘equanimità’ ma è come tradurre il termine mare con acqua: qualcosa di essenziale rimane fuori se lo osservi dalla spiaggia o dalla barca.
Per comprendere davvero questa parola occorre avvicinarsi alla sua storia linguistica, al suo vero. In pāli, antica lingua dell’India, il termine upekkhā è collegato al sanscrito upekṣā: così emerge consultando i dizionari. Gli studiosi di lingue orientali riconducono il vocabolo all'unione del prefisso upa- (‘vicino’, ‘in prossimità’) e di una radice verbale collegata all'atto del vedere e dell'osservare (īkṣ, ‘guardare’, ‘osservare attentamente’).
L'etimologia ci consegna già una sorpresa. L'upekkhā nasce dall'idea di avvicinarsi alla realtà con uno sguardo limpido. Potremmo tradurla, in modo forse più fedele che letterale, come ‘osservazione ravvicinata’, ‘sguardo lucido’, ‘attenzione equilibrata’. La parola custodisce dunque una metafora implicita. Essere equanimi significa vedere bene, avere gli occhiali corretti, con le giuste lenti, osservare senza lasciarci ancorare (o arpionare o agganciare) dall’oggetto osservato.
Questo particolare è tutt'altro che secondario. Nel buddhismo l'upekkhā presuppone la capacità di osservare gli eventi senza deformarli attraverso l'attaccamento, l'avversione o la paura.
In fondo, il problema umano non è soltanto ciò che accade. È il modo in cui guardiamo ciò che accade.
Il Buddha descrive spesso la mente ordinaria come una mente trascinata da preferenze e rifiuti continui. Cerchiamo di trattenere ciò che ci piace e di respingere ciò che ci disturba. Lo sguardo diventa selettivo, vedendo solo i nostri desideri. L'upekkhā rappresenta invece il tentativo di restituire alla coscienza una forma di trasparenza che conduce alla serenità interiore.
Noi moderni occidentali, figli dell’illuminismo e del cristianesimo, immaginiamo l'equanimità come una questione emotiva. I maestri buddhisti la concepivano anzitutto come una questione percettiva.
L'uomo sofferente non è semplicemente colui che prova emozioni sgradevoli. È colui che guarda male. Chi guarda male, vive male, possiamo dire evocando e distorcendo Nanni Moretti.
Guarda troppo da vicino ciò che desidera. Guarda troppo da vicino ciò che teme. Guarda troppo da vicino l'immagine che ha di sé.
L'upekkhā gli chiede di imparare a vedere, con nuovi occhiali, con nuove lenti, più lontano. Da questo punto di vista l'etimologia della parola illumina anche un altro aspetto. Il prefisso sanscrito upa- suggerisce prossimità. I linguisti lo fanno risalire a una radice protoindoeuropea ricostruita come upo, che significava ‘sotto’, ‘vicino’, ‘accanto’. Da questa radice si sarebbero sviluppati il sanscrito upa-, il greco hypó, che significa ‘sotto’, e il latino sub, sempre con il significato di ‘sotto’.
L'equanime è quindi vicino. Molto vicino.
La sua non è la serenità di chi si ritira dal mondo, che pure è una forma di serenità da esaminare con curiosità e rispetto, ma quella di chi presta attenzione al mondo senza esserne catturato. È il medico che osserva con cura il paziente senza lasciarsi paralizzare dall'ansia della terapia da prescrivere. È il leader in azienda che ascolta opinioni contrastanti senza reagire impulsivamente. È il genitore che accompagna la crescita di un figlio sapendo che non potrà controllarne il destino.
L'upekkhā è quindi una forma di vicinanza libera.
Questa intuizione risulta ancora più affascinante se osserviamo il contesto filosofico buddhista. L'equanimità è strettamente legata alla comprensione di tre caratteristiche fondamentali dell'esistenza: l'impermanenza (anicca), l'insoddisfazione o dolore (dukkha) e la non-sostanzialità dell'io (anattā).
Quando comprendiamo che tutto cambia, lo sguardo diventa meno possessivo. Quando comprendiamo che l'io non è una struttura rigida ma un processo in continua trasformazione, lo sguardo diventa meno egocentrico.
Quando comprendiamo che il mondo non è costruito per soddisfare permanentemente i nostri desideri, lo sguardo diventa meno esigente. Molti quando potremmo elaborare oltre a questi tre (dantescamente tre).
A quel punto emerge naturalmente l'upekkhā, come il frutto di una comprensione più profonda della realtà e come generatore di una rivoluzione: recuperare la qualità dello sguardo, ampio, consapevole, finalmente sereno. Un giorno, maybe.
Śānti e Praśānti: la pace e ciò che viene dopo
I sostantivi della lingua sanscrita śānti e praśānti appartengono alla categoria di parole che sembrano custodire un intero modo di abitare il mondo.
Entrambe vengono generalmente tradotte con ‘pace’. Eppure chi si avvicina con curiosità alle grandi tradizioni dell'India scopre presto che tra le due esiste una differenza sottile.
La parola śānti deriva dalla radice sanscrita śam, che significa ‘calmarsi’, ‘quietarsi’, ‘placarsi’. Non si tratta soltanto dell'assenza di conflitto. Nella sua accezione più profonda, śānti indica il cessare dell'agitazione. In latino si tradurrebbe meglio con tranquillitas animi anziché con pax. In greco sarebbe più opportunamente ataraxía, ‘imperturbabilità’, prima di essere eirḗnē, ‘pace’.
È significativo che nelle tradizioni vedica, induista e buddhista la pace non venga definita come una conquista esterna. Nessun esercito può imporla, nessuna legge può garantirla definitivamente. La pace nasce piuttosto quando qualcosa dentro di noi smette di combattere contro ciò che è.
Per questa ragione il celebre mantra Om śāntiḥ śāntiḥ śāntiḥ viene recitato tre volte. La pace viene invocata per il mondo esterno, per il mondo interiore e per quella regione misteriosa dove interno ed esterno cessano di essere separati.
La pace appare quindi come il silenzio della guerra che conduciamo contro il mondo, contro il nostro mondo che è fatto anche di espressioni violente e volgari e infami che ci sono state scagliate addosso.
Pace, dunque, śānti. Ma la lingua sanscrita ama le sfumature. E antepone ai lemmi un prefisso che ne amplifica il significato.
Il prefisso pra- è una delle particelle più ricche e versatili del sanscrito. Può esprimere ‘avanzamento’, ‘intensificazione’, ‘compimento’, ‘eccellenza’. È un movimento in avanti. Un andare oltre.
Noi che abitiamo in una oblunga e stretta penisola spaparanzata al centro del Mediterraneo rinveniamo in quel pra- alcuni corrispondenti vicini. In greco antico, pro- aveva un significato simile al sanscrito pra-: lo ritroviamo in prologos, ‘ciò che viene prima del discorso’, ‘prologo’, in prophḗtēs, ‘colui che parla prima o al posto di qualcuno’, da cui profeta, e in pródromos, precursore. In latino il corrispondente del sanscrito pra- è ancora pro-, che troviamo in procedere, ‘andare avanti’, in proferre, ‘portare fuori’, in promovere, ‘muovere in avanti’.
Così praśānti, rispetto a śānti, diventa una pace approfondita, portata a maturazione. Diventa una pace che ha attraversato il fuoco dell'esperienza, come i lussuriosi nell’ultima cornice del Purgatorio, e ne è uscita trasformata.
Se śānti è la calma dopo la tempesta, praśānti è la certezza che anche la prossima tempesta non riuscirà a portarci via. “Non ci casco più”, suggeriva di ripetermi una psicologa in gamba. Caspita, che opportunità: praśānti permette di regalarci uno spicchio di cielo azzurro dentro di noi.
Nella nostra cultura siamo spesso attratti dalla serenità. Cerchiamo luoghi silenziosi, vacanze rilassanti, momenti di tregua. Tutto questo è importante. Tuttavia la serenità così intesa rimane fragile perché dipende dalle circostanze.
Basta una telefonata inattesa, una perdita, un conflitto professionale, una frase ringhiata con aggressività e volgarità, una malattia e l'edificio della tranquillità rischia di sgretolarsi.
Le tradizioni contemplative orientali distinguono invece accuratamente tra la quiete prodotta dalle condizioni favorevoli e quella che nasce da una trasformazione interiore.
È qui che incontriamo praśānti.
La pacificazione profonda non elimina il dolore ma dissolve la nostra identificazione con esso. Le onde continuano a formarsi ma la nostra natura più autentica non coincide con le onde, bensì con l'oceano che le ospita.
In questo senso praśānti è vicina a ciò che il buddhismo chiama upekkhā, l'equanimità: la capacità di osservare gli eventi senza essere trascinati da essi.
La distinzione tra śānti e praśānti è particolarmente preziosa per chi vive nelle organizzazioni contemporanee.
Molte aziende investono enormi energie nel ridurre l'incertezza. Si cerca di eliminare il conflitto, controllare le variabili, prevedere ogni possibile scenario. Ma i sistemi complessi, come le società umane, non funzionano così.
La complessità non può essere cancellata, può soltanto essere abitata e abbracciata. Per questo motivo la vera leadership consiste nello sviluppare la capacità di rimanere creativi e lucidi nel mezzo delle tensioni, assumendo le tensioni come un vincolo ineludibile.
Forse la metafora più efficace è quella del cielo. Quando le nuvole si diradano e l'aria torna limpida, sperimentiamo śānti. La tempesta è terminata. Ma esiste una comprensione ancora più profonda. Il cielo non è mai stato realmente danneggiato dalla tempesta. Le nubi l'hanno attraversato senza ferirlo. La folgore non l'ha spezzato. Il vento non l'ha consumato. Questa consapevolezza è praśānti.
Wu wei: l'arte di agire senza forzare
L’espressione cinese wu wei è tradotta frettolosamente come ‘non agire’. Per questo rischia di apparire come un elogio della passività, della rinuncia o dell'indifferenza. In realtà, il suo significato è molto più sottile e profondo. Wu wei è l'arte di agire senza violenza, di operare senza attrito, di lasciare che l'azione sgorghi dalla naturale conformità alle cose.
Nel mondo contemporaneo, dominato dall'imperativo della prestazione, questa espressione taoista suona quasi provocatoria. Ci viene insegnato che per ottenere risultati bisogna spingere, controllare, pianificare, intervenire continuamente. Il Taoismo suggerisce invece una domanda inattesa: e se la nostra ostinazione fosse spesso parte del problema?
L'espressione wu wei è composta da due caratteri.
Wu significa ‘non’, ‘assenza’, ‘mancanza’. Non indica però un nulla assoluto. Richiama piuttosto lo spazio aperto delle possibilità, ciò che non è ancora irrigidito in una forma.
Wei significa ‘fare’, ‘agire’, ‘intervenire’, ‘produrre’. È l'azione intenzionale che modifica il corso degli eventi. In greco antico questa idea si può esprimere con più verbi: poièin, ‘fare’, ‘produrre’, verbo che ha generato la poesia; pràttein, ‘agire’, ‘compiere’, ‘mettere in atto’, che ha generato la prassi opposta alla teoria; energhèin, ‘essere in attività’, ‘operare’, ‘esercitare una forza o una capacità’, che ha generato l’energia.
Letteralmente, dunque, wu wei significa ‘non-fare’. Ma il taoismo ama i paradossi quando aiutano a vedere meglio. Qui il ‘non-fare’ non equivale all'inazione. Si tratta piuttosto di un agire così armonizzato con il flusso della realtà da non apparire come una forzatura.
Il grande sinologo François Jullien, che gli appassionati di complessità spesso leggono e studiano, ha mostrato come la tradizione cinese privilegi l'efficacia indiretta rispetto all'intervento aggressivo. L'azione migliore è quella che ottiene risultati senza imporsi. Come l'acqua che modella la roccia senza combatterla.
Non sorprende che il Tao Te Ching, il testo attribuito a Laozi (il nome significa ‘Antico Maestro’, vissuto intorno al VI secolo avanti Cristo, contemporaneo di Confucio), ricorra continuamente all'immagine dell'acqua che diventa il grande maestro nascosto del taoismo.
L'acqua non possiede rigidità. Non lotta. Non resiste. Eppure attraversa le montagne, scava le valli, alimenta la vita, fa respirare la laguna. Cerca sempre il punto più basso e proprio per questo nessuno può sconfiggerla.
Laozi vede nell'acqua il simbolo di una forza che l'Occidente fatica spesso a riconoscere: la forza della cedevolezza. Nel capitolo 78 del Tao Te Ching afferma che nulla è più morbido dell'acqua e nulla è più efficace nel vincere ciò che è duro. È un'affermazione che sembra contraddire il senso comune, ma che trova conferma ovunque osserviamo i processi viventi. La vita prospera non attraverso la rigidità, bensì attraverso l'adattamento. In questo senso l'acqua diventa una metafora della saggezza perché sa fluire là dove la forza bruta trova soltanto ostacoli.
Per il taoismo, la vera forza consiste nella capacità di accordarsi alle trasformazioni.
Il wu wei viene spesso associato all'azione politica nel taoismo classico. Il sovrano ideale governa il meno possibile. Non perché sia incapace, ma perché evita di interferire inutilmente nei processi spontanei della comunità.
Ma la metafora politica nasconde un insegnamento ancora più vicino a ciascuno di noi.
Ogni essere umano ospita un piccolo sovrano interiore: quella parte della mente che vorrebbe controllare tutto, anticipare ogni rischio, eliminare ogni incertezza. Più aumenta il desiderio di controllo, più cresce la tensione.
Il wu wei suggerisce una diversa forma di saggezza che permette di distinguere ciò che richiede davvero il nostro intervento da ciò che può maturare da sé.
Molti problemi nascono infatti da un eccesso di azione. Parole pronunciate troppo presto. Decisioni prese per ansia. Progetti soffocati dall'ipercontrollo. Relazioni gestite come macchine anziché come organismi viventi.
La natura insegna che la crescita ha bisogno di cura e anche di spazio.
Nelle organizzazioni contemporanee il wu wei possiede una sorprendente attualità.
Spesso immaginiamo il leader come colui che dirige incessantemente, prende tutte le decisioni e occupa il centro della scena. La prospettiva taoista propone invece un modello diverso: il leader crea le condizioni affinché le cose avvengano.
Quando un gruppo funziona bene, il contributo del leader tende quasi a scomparire dalla percezione collettiva. Le persone avvertono di essere protagoniste della propria azione. Il sistema trova autonomamente le sue forme di equilibrio.
Da questo punto di vista, il wu wei anticipa alcune intuizioni della teoria della complessità. Nei sistemi viventi, l'ordine più robusto raramente nasce dal controllo centralizzato. Emerge invece da una rete di interazioni locali, da processi di auto-organizzazione che nessuno governa completamente.
Il miglior intervento è spesso il più leggero. Esiste una sorprendente affinità tra il wu wei e molte tradizioni contemplative.
Quando tentiamo di imporre il silenzio, produciamo soltanto altro rumore. L'atteggiamento contemplativo nasce invece da una presenza gentile che lascia emergere i fenomeni senza aggrapparsi ad essi.
Anche qui ritroviamo il paradosso taoista: la serenità compare quando smettiamo di inseguirla. Il cielo diventa azzurro quando non temiamo più le nuvole.















