Di altri tempi? No, di questi tempi. Lo sguardo limpido, la leggiadria, la preparazione, gli ideali platonici di Benedetta Torre non si attribuiscano all’antico, quando si trovavano poco, proprio come adesso. Soprano, trentadue anni, passa la stagione autunno-inverno con Mozart, alle nozze di Figaro, e, madama brillante, ha appena interpretato Susanna al Teatro dell’Opera di Roma (dove debuttò nel ruolo, nel 2018) e canterà Cherubino, per la prima volta, a dicembre al Grand Théâtre de Genève. E un altro personaggio en travesti la attende, ma ancora non si può dire.

Roma, a poche ore dalla recita pomeridiana. Il volto nudo e luminoso, pronto per il trucco di scena. Il caffè, lo offre il barista (che sia un tipo di altri tempi?).

Anche questa Susanna del celebre allestimento salisburghese di Claus Guth è, in un certo senso, un debutto?

Sì. Non di ruolo perché l'ho fatto tante volte e ormai lo sento anche abbastanza mio, anzi, fin dall’inizio ho sentito Susanna molto simile alla mia personalità, alla mia naturalezza: c’è in lei una certa purezza pur nella furbizia e nel rapporto con Figaro, quindi nella contrapposizione tra il loro amore solido e quello del Conte e della Contessa. Oggi ho dovuto un po' rivedere le carte perché nella produzione di Guth mancano l'elemento di purezza e l’amore fra Susanna e Figaro è conflittuale, un po' tossico, parlando con modernità.

Susanna non è proprio triggerata (termine di questi tempi e nella Treccani c’è dal 2020, fra i neologismi n.d.r.) dal Conte, ma una sorta, minima, di attrazione la prova, soprattutto verso le attenzioni che lui le dà rispetto a un Figaro concentrato su se stesso che costruisce le sue trame e segue i suoi pensieri.

Sostanzialmente Susanna è un po' trascurata e quindi la porticina rimane aperta. Insomma, la questione è sicuramente un po' controversa perché nel libretto di Da Ponte ci sono delle frasi che non rispecchiano molto questo tipo di sentimento, ma con l'espressività dello sguardo, con un certo atteggiamento possiamo anche nascondere qualcosa di un pochino più complesso. A livello attoriale non avevo mai sperimentato una Susanna non proprio trasparente. È stata un’esperienza anche bella.

Poi, alla fine, le coppie che devono stare insieme, Susanna e Figaro, il Conte e la Contessa, staranno insieme con convinzione. Però l’elemento di ambiguità c’è e questo Figaro chiuso nel suo mondo mi dà fastidio.

Una Susanna davvero distante da lei?

Non che io non concepisca la possibilità di essere attratti da altre persone. Sono in una relazione lunga, ormai da dodici anni, e credo tanto nell'amore speciale, nel creare qualcosa di unico per la propria vita e nel coltivarlo, ma so perfettamente quanto sia impegnativo. Non è che non veda nulla al di fuori della coppia, ma questo rafforza ancora di più la scelta.

Dunque capisco la Susanna di Guth, ma io ho molto bisogno di chiarezza interiore e se mi trovo in una situazione del genere sono abbastanza turbata, non è un qualcosa che vivo con scioltezza, qualcosa su cui navigare senza preoccupazioni. Devo risolvere subito perché ho bisogno di punti fermi sui quali poggiare le fondamenta. E, soprattutto, mi chiedo che cosa possa avermi attirato e lo discuto con il mio compagno con il quale ho un rapporto libero, di grande dialogo, il che ha permesso la durata della relazione.

"Voi che sapete che cosa è amor”. A dicembre debutta nel ruolo di Cherubino a Ginevra.

Cherubino è un impegno nato dopo una mia Adalgisa nella Norma dell'Opera du Rhin a Strasburgo. L’allora direttore artistico, che poi è andato a Ginevra, finita la produzione, mi disse: "Ma tu lo faresti Cherubino?”. Non era la prima volta che me lo chiedevano. Mi era già capitato a Monaco. Secondo me è una scelta anche da un punto di vista estetico-registico perché ho un’aria giovanile e mi muovo molto in scena. E forse contribuisce il mio modo di pormi come cantante: non vado in prova con la gonna, il tacco, il rossetto, tutta truccata. Ho questo modo di fare, un po' da maschiaccio… .

Benedetta Torre maschiaccio?

…in realtà maschiaccio, no. Semplicemente non mi identifico: non faccio una cosa perché è da donna, faccio quello che mi sento. Però, purtroppo, se tu non sei quel prototipo che ho appena descritto, puoi essere ritenuta un po' maschile.

E non voglio dire che non sia felice di fare Cherubino. Sarà un esperimento. La prima interprete di Cherubino, comunque, era un soprano e, in genere, di tutti i ruoli mozartiani non si può dire che siano veramente da mezzo soprano. Con la mia voce, screziata, abbastanza scura, spero di dare un po' di effetto ibrido. Ho fatto anche altri ruoli tra il soprano e il mezzo, con una tessitura molto centrale, abbastanza grave e ho sempre risolto senza rimanere uccisa. Quando ero ragazzina, ho cominciato come mezzosoprano acuto; cantavo Rossini: Rosina, Cenerentola.

In passato, poi, le catalogazioni vocali erano veramente labili.

Credo che un po' la mia cifra, in generale, sia di dare un volto nuovo a certe cose. Bohème, per esempio, l’ho cantata tante volte e non faccio una Musetta vanesia, frivola, ma cerco di darle una profondità e una caratterizzazione che rispettino la mia personalità sia vocale che attoriale, con un’attenzione al suo obiettivo di riconquistare Marcello. Quindi con il desiderio di contrapporre il loro amore passionale, litigioso ma più vero, a quello idealizzato di Mimì e Rodolfo che, come coppia, fanno una fine terribile ben prima della morte di lei. Ma come: sta morendo e l’abbandoni? Cade un po’ il mito.

Ha bisogno di chiarezza nei sentimenti. E nell’arte?

L’attitudine molto autentica della mia personalità non si sposa tantissimo con il mondo dell'Opera, ma da idealista sono fiduciosa che essere se stessi sia sempre la chiave. A meno che quell'essere te stesso possa un minimo trasferirsi per autoconservazione: fingere come sul palcoscenico.

Più che una finzione, un arginare la spontaneità?

Sì, grazie: una tutela, una difesa che arriva dalla comprensione di che cosa c'è intorno. Sono fortunata perché da persona osservatrice, empatica ‒ fin troppo ‒, assorbo tanto l'energia altrui; sento i campanelli d'allarme e di solito mi devo fidare molto del mio istinto. Alle volte non lo faccio abbastanza perché ho paura, essendo…

Buona?

Esatto! Non vorrei mai pensare male degli altri. Però, senza giudicare: “Questa persona è cattiva”, ho imparato a proteggermi. È difficile essere super partes e non farsi coinvolgere da certe dinamiche, ma averne l’intenzione è già un principio.

Bisogna avere molta autoconsapevolezza, ascoltarsi tanto, ammettere che una situazione ti ha dato fastidio, perché magari hai dovuto accettare qualcosa che non ti ha fatto piacere. Sapendo cosa provi, già lo hai superato: ci si perde di più a negarlo. Sarà che io sono genovese e noi siamo gente un po' insofferente alle situazioni fastidiose. Ci sono momenti, situazioni, relazioni, magari col direttore d’orchestra, col regista, non facili. E trovi quel collega con cui magari puoi condividere. E un altro dice che non se ne può parlare, per non creare energie negative.

Ma quali energie negative! Se non mi sfogo, è peggio. Certo, bisogna sapersi autoconsolare, però è confortante quando si incontra qualcuno con il quale dividiamo il mondo e quella situazione: sono momenti dei quali non ci si può privare. Soprattutto se sei sensibile, hai sempre la sensazione di essere sola e, a meno che tu non abbia la boria di chi si sente unica, è bellissimo trovare una sponda.

La chiamata artistica è avvenuta a Genova?

Da un paese sopra Genova, verso l’Emilia. L'attitudine musicale l'ho scoperta presto. Il nostro comprensorio scolastico prevedeva che noi cominciassimo a studiare musica già dalla quinta elementare per poi continuare alle medie. C'era un professore straordinario che non ci ha fatto studiare solo il flautino da scuola, ma tastiere, batterie, chitarre e abbiamo creato proprio un gruppo musicale che andava a fare i concorsi in giro. Ne abbiamo anche vinti.

Ho ereditato l'amore per la musica da mia mamma Bruna che ha una bellissima voce e ha cantato sempre amatorialmente, come suo padre: mio nonno Aldo aveva una bellissima voce di tenore e un’impostazione quasi lirica. Io ascolto delle registrazioni in cui lui fa dei passaggi tecnici difficilissimi, proprio di natura. Mi ricordo che la Marcia turca, la parte, diciamo, della mano destra, perché ero piccolina, l'avevo fatta tutta a orecchio.

E un giorno?

Cantavo nel coro della chiesa e lo dirigevo. Un’insegnante di canto lirico, chiamata dal parroco per prepararci un po’, mi mette le mani qua e mi dice: “Respira”. E poi: "Tu sai già respirare”. Una facilità innata che, onestamente, col pianoforte non avevo. Poi quello del piano è un tipo di studio molto diverso e io avrei rischiato di andare in ossessione. Il canto è uno studio più empirico, in un equilibrio stupendo tra il controllo minimo e la fiducia di abbandonarsi. Il respiro deve essere libero e mi obbliga anche un po' a lasciar da parte la mia natura, la smorza: quindi era la strada giusta. Inizialmente ero timidissima: oddio, il teatro!

Aiuto, il palcoscenico! Poi ho provato. La signora mi aveva dato talmente fiducia e la passione mi ha travolto. Nonostante la difficoltà di tante dinamiche professionali, amo la musica, il canto, la libertà. Amo esprimermi, amo la sensazione di oltrepassare i limiti: in quel momento ti doni senza troppo giudicarti, perché sennò ti blocchi. E hai modo di esplorarti umanamente (sono anche un po' appassionata di psicologia e filosofia). Quando senti che canti bene, è proprio una sensazione splendida, liberatoria.

Non c'è un momento della mia vita senza la musica, non solo classica.

Nel futuro?

Fra un bel po' di anni, Otello di Verdi. Adoro Desdemona. È un personaggio al quale non sempre rendono giustizia. Se pensiamo a una donna di quell'epoca che sta insieme a un uomo di colore: è consapevole, non è solo la baciapile, la vittima. Nel duetto d'amore iniziale, “E tu m'amavi per le mie sventure, ed io t'amavo per la tua pietà”, c'è proprio l’incontrarsi. Le metà della mela.

Anche il candore di lei in contrapposizione a lui: è un mondo celestiale, ma non avulso dalla realtà, che si unisce a un mondo turbato dalle guerre, dalla questione sociale, da quello che non potrebbe essere altrimenti. La trovo una donna coraggiosissima, piena di carattere, che alla fine si lascia andare al destino perché capisce che si deve.

Mi ricordo la prima volta che ho sentito Otello, a Genova: una folgorazione. Ci sono tornata cinque volte, pazzie da ventenne. A me piace tanto Genova. Quando la cogli, è proprio bella. È per pochi.

La superba, non a caso.

Un atteggiamento che condivido.

Non sembra superba.

In effetti, non lo sono. È conoscenza delle proprie qualità, ma senza sentirsi mai arrivati. Se ti senti arrivato nella musica, puoi cominciare a cambiare mestiere perché non dai più nulla. Che noia, non ti metti più alla prova.

La paura?

C’è sempre. In modo sano, ovviamente, sennò non saresti in palcoscenico. È giusto che ci sia perché hai anche una responsabilità nei confronti di una musica che non è tua. Portiamo avanti un messaggio umano universale in cui tutti ci possiamo riconoscere. Questo rispecchiarsi è catartico, esaltante a ogni età Dal teatro greco e per sempre.