I ragazzi di via Panisperna (1988) di Gianni Amelio appartiene a una tv popolare che – secondo me – non esiste più: una tv del contenuto e del rigore che non strizza l’occhio verso lo spettatore e niente fa per compiacerlo. E mai lo avrebbe fatto Gianni Amelio che ha l’unico obiettivo di “celebrare” televisivamente un gruppo di fisici e le loro storie personali; drammatiche come nel caso di Ettore Majorana, il vero coprotagonista di questa sensibile opera che – proprio in questo – non si discosta da tutta la sua filmografia. Entrare nella sensibilità dei personaggi e con rara sensibilità è proprio la cifra principale di Gianni Amelio.

La narrazione è lenta proprio come un film degli anni Trenta, periodo in cui è ambientato e che è ricostruito minuziosamente in tutto. Ci si immerge nei luoghi di studio, nelle serate mondane, nelle difficoltà e nei divertimenti di un’epoca che è stata estremamente innovativa in molti settori, dall’automobile alla moda, al cinema e all’arte. E alle Scienze, per l’appunto.

I protagonisti, i famosi “Ragazzi di via Panisperna” sono, oltre al maestro Enrico Fermi (interpretato da un superbo Ennio Fantastichini), Franco Rasetti (Michele Melega), Edoardo Amaldi (Giovanni Romani), Emilio Segrè (Alberto Gimignani), Bruno Pontecorvo (Giorgio Dal Piaz), Oscar d’Agostino e, indubbiamente il più geniale di tutti, Ettore Majorana (Andrea Prodan).

Sono diventati famosi con questa denominazione dalla via dell’Istituto di Fisica dove si svolgevano i loro studi e le loro ricerche: via Panisperna 89, sotto la direzione di Orso Mario Corbino, politico e fisico a cui presta qui volto e voce il grande Mario Adorf.

La fiction, divisa in due puntate, racconta gli esordi della collaborazione scientifica e della loro amicizia; il successo internazionale - in un’epoca dominata dal nazifascismo e dalle leggi razziali che colpirono anche uno di loro – grazie alla scoperta e al brevetto della fissione dell’uranio che avrebbero portato alla nascita dei reattori nucleari e della bomba atomica. Majorana già avvertiva come le loro scoperte nelle mani sbagliate avrebbero potuto essere potenti armi di distruzione.

Il Nobel a Fermi nel 1938 e le sue vicissitudini familiari con l’amata Laura (Laura Morante) sono il contorno di questa storia collettiva. Nonostante ciò non la definirei mai un’opera corale poiché non vi è un equilibrio tra le parti. Ad emergere, inevitabilmente, sono le figure di Enrico Fermi ed Ettore Majorana e il loro rapporto particolare su cui ci si sofferma molto.

Un rapporto quasi paterno, quello tra Enrico ed Ettore: ma purtroppo questo “padre” non riuscì a proteggere abbastanza il proprio “figlio”. La scomparsa di quest’ultimo è, infatti, un vero, tragico giallo storico.

A Majorana è dedicata gran parte della seconda puntata che ne rivela la sua esistenza solitaria, la genialità precoce e una genialità che sfuma – prevaricata da ansia e confusione – durante l’ultima lezione da docente, prima di sparire per sempre.

La scena in cui il grande Ettore scrive alla lavagna, incerto, pauroso, facendosi correggere ad ogni passaggio da un suo alunno è davvero realistica e straziante. Le dita che cancellano il gesso dei suoi errori, il viso straniato difronte al suo allievo-modello, la porta che si chiude al suo passaggio, raffigurano alla perfezione l’inadeguatezza dell’uomo di genio a cui non si perdona di aver sbagliato.

Un lungo flash-back (fedelissimo al saggio di Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana del 1975), lo mostra piccolo – sotto un tavolo – che come un fenomeno da baraccone risponde ai difficili interrogativi matematici delle amiche della madre (Virna Lisi).

Ineccepibile nelle risposte, ma mai felice di riceverne gli elogi, solo spaventato da quell’insolito interrogatorio. E le mani strette nelle orecchie sono il segno più tangibile del disagio e della tristezza del piccolo. Un bambino che mostra già tutta l’oscurità e le reticenze dell’Ettore adulto.

La recitazione di Andrea Prodan è davvero degna di lode e restituisce ogni fibra, ogni sfaccettatura di un personaggio/persona tormentato/a, anche se non di certo confinato solo nel suo mondo di numeri, amato fine a se stesso. Capace anche di cinici scherzi e convivialità, la vicenda ultima di questo genio non ostentato è un vero e proprio buco nero: suicidio o morte sospetta in un finale in cui ci si separa e ciascuno prende strade diverse?

Gianni Amelio, come ho già detto, entra con estrema delicatezza in queste storie, ma soprattutto in quella di Majorana. E al pari di Sciascia interrogandosi sulle diverse piste relative alla sparizione.

L’opera cinematografica e quella saggistica scorrono in parallelo (per il caso Majorana) e potrei, anzi, dire che la scrittura di Leonardo Sciascia assomiglia moltissimo al cinema di Gianni Amelio. E di certo, non solo qui.

A parte anche certe tematiche di denuncia, lo stile è similare, caratterizzato dalla concretezza ed essenzialità. E quell’attivismo, anche politico, di Sciascia, Gianni Amelio riesce a tradurlo perfettamente a livello cinematografico; trattando – alternativamente – temi storici ad altri più personali, e in certi casi a fonderli addirittura. Come nel suo primo film Colpire al cuore (1983) dove terrorismo e vicende familiari si intrecciano.

Preferisco definire questa fiction un film in due parti che, con asciuttezza – secondo lo stile tipico di Amelio, come detto - ci consegna le vite di ognuno di questi “ragazzi”, ci apre le porte ai loro rudimentali esperimenti che eppure hanno sconvolto e cambiato per sempre la Scienza. E dietro ciascuna storia, la Storia che inesorabilmente incombe.

Credo che solo Gianni Amelio, in rapporto a tutto il suo cinema, avrebbe potuto raccontare questa storia in punta di piedi, affacciandosi con tenerezza (per citare il titolo di un altro suo film, La tenerezza, 2017) alle vicende dei protagonisti, uomini realmente esistiti che hanno onorato il nostro Paese col proprio lavoro.

L’arte di Amelio sta anche nel riuscire a consegnare al pubblico ogni storia sottraendo tutto il superfluo per approdare, in certi casi, ad un ossimoricamente, delicatezza dura. Evidente in ogni suo film (in memorabili scene e battute), da Il ladro di bambini (1992) a Lamerica (1994) a Così ridevano (1998) a Le chiavi di casa (2004) o a Campo di battaglia (2024), per citarne solo alcuni.

Gianni Amelio si conferma sempre un maestro nel raccontare le biografie (basti pensare a quella di Craxi in Hammamet o dell’omosessuale Aldo Braibanti in Il signore delle formiche, 2022), e qui quelle di un gruppo che, oltre ad avere un posto unico nel mondo della Fisica, grazie a quest’opera lo hanno anche in quello cine-televisivo consentendogli così di entrare anche nella cultura di massa.