C’è stato un tempo in cui i film si ricordavano. Una scena, un volto, una pausa nel dialogo ti restavano addosso per giorni, come un’eco che non smetteva di risuonare. Ti accompagnavano anche quando uscivi dalla sala, ti seguivano nel tragitto verso casa, nel silenzio dopo i titoli di coda. C’era qualcosa di fisico, di quasi spirituale in quell’esperienza: il buio della sala diventava un luogo di sospensione, di ascolto, di immersione nel racconto.
Oggi invece guardiamo, scorriamo, dimentichiamo. I film si consumano come snack visivi, divorati con la stessa distrazione con cui si scorrono i social. E il cinema, quello vero, si sta perdendo tra le trame dell’algoritmo, come una voce che cerca di emergere in mezzo a un brusio continuo.
I film oggi sembrano evaporare. Li guardi, li archivi, li dimentichi. Nessuna scena che ti perseguita, nessuna frase che ti ferma o ti costringe a pensare. Non parlo solo da spettatrice appassionata, ma da qualcuno che considera il cinema un linguaggio, una forma di pensiero, un’arte collettiva che riflette il nostro tempo, la nostra epoca, le nostre contraddizioni più intime. Il cinema è stato per decenni lo specchio dell’anima del mondo, un modo per raccontare ciò che non si poteva dire apertamente. Ora, spesso, è solo un flusso indistinto di immagini che cercano di catturare la nostra attenzione per pochi secondi.
Eppure, oggi, il tempo dei film sembra scadere ancor prima dell’uscita. Non c’è più attesa, non c’è desiderio. Il problema non è solo Netflix, ma tutto il modello culturale che le piattaforme hanno imposto: un modello quantitativo, ansiogeno, in cui l’importante non è tanto creare qualcosa che resti, ma riempire spazi. Dare l’impressione di novità continua. Intrattenere, più che raccontare. E in questo “intrattenere a tutti i costi” si perde la sostanza, si perde la ricerca, si perde la capacità di lasciare un segno.
Produzione seriale, narrazioni confezionate per lo scroll, regie anonime, estetica da trailer, casting studiati per attrarre il pubblico in target: tutto calibrato, misurato, ottimizzato per il consumo rapido. Persino i film cosiddetti autoriali sembrano sempre più omologati a questa logica: durano poco, parlano in fretta, sembrano temere il silenzio, come se la lentezza fosse diventata un difetto da correggere. Ma il cinema è proprio l’arte che sa usare il silenzio. Che non ha paura del tempo lungo, che vive di ritmo, di attesa, di ambiguità. Tutte cose che oggi, nel mondo degli algoritmi, sono viste come ostacoli, come difetti da eliminare per non perdere lo spettatore distratto.
Intendiamoci: non è che prima tutto fosse meglio. Anche nel passato c’erano film inutili, prodotti forzati, produzioni pigre. Ma oggi sembra che la mediocrità sia diventata sistema, che non si tratti più di un’eccezione ma della regola. È come se si fosse perso il senso della selezione, della cura, della visione. La quantità ha sostituito la qualità come metro di misura, e ciò che conta non è più emozionare o far pensare, ma funzionare.
Funzionare sui dati, sugli algoritmi e sui trend.
Netflix, Prime Video, Disney+, Apple TV: ognuna con il suo catalogo sterminato, ma pochi film davvero necessari. Non parlo solo di capolavori, che sono rari per natura, ma di opere capaci di scavare, di sorprendere, di osare un linguaggio. Dove sono i nuovi autori in grado di far tremare le forme? Dove sono le visioni che disturbano, che aprono spazi di pensiero, che osano parlare un linguaggio diverso da quello dominante? Sembra che tutto debba essere rassicurante, facilmente interpretabile, pronto per essere dimenticato non appena inizia il prossimo episodio.
Mi manca il cinema che sapeva rallentarti il cuore e che non ti chiedeva solo attenzione, ma partecipazione. Oggi sembriamo spettatori passivi di contenuti infiniti, ma vuoti, perché guardiamo tutto ma non ci resta nulla; questa bulimia visiva, alla lunga, anestetizza. Ci abitua alla superficialità, ci disabitua alla profondità, perdiamo il senso del gesto cinematografico, della cura e dell’artigianato, del lavoro collettivo che c’è dietro una inquadratura pensata, una luce costruita, un movimento di macchina che racconta più di cento parole.
Forse è anche colpa nostra e del nostro bisogno di riempire il tempo più che di viverlo, della nostra impazienza, della paura di fermarci davanti a qualcosa che non ci dà subito una gratificazione. Ma il cinema non è mai stato solo piacere: è anche attrito, è anche disagio, è anche vuoto che ti resta dentro, che ti costringe a interrogarti. Penso a registi come Tarkovskij, Antonioni, Pasolini, ma anche ai contemporanei più coraggiosi come Martel, Lanthimos, Reichardt, Serra, Guzmán, che non fanno film per piacere: fanno film per pensare.
Non rincorrono la fruizione rapida, ma la profondità dello sguardo e chi guarda cambia. Cambia davvero, perché è costretto a confrontarsi con sé stesso, con la propria idea di mondo.
Ciò che mi preoccupa non è solo il numero di film mediocri, l’impatto culturale di un ecosistema che disincentiva la complessità e che non forma spettatori critici, ma clienti. Perdiamo il cinema come strumento critico, perdiamo anche la capacità di leggere il mondo, di resistere alla propaganda, di vedere oltre la superficie. Il cinema, come la letteratura o l’arte, è una forma di educazione allo sguardo, e quando questo sguardo si atrofizza, diventiamo ciechi di fronte alla realtà.
Non sto dicendo che le piattaforme vadano demonizzate; anzi, in molti casi hanno dato spazio a opere invisibili, a registi marginali, a produzioni che altrimenti non sarebbero mai arrivate nelle sale. Hanno reso accessibile il cinema a chi prima non aveva strumenti per scoprirlo, ma quando il mezzo diventa fine, quando il contenitore detta legge sul contenuto, allora c’è un problema. Abbiamo bisogno di un nuovo patto culturale, di una critica che torni a contare, di giornalisti e studiosi che restituiscano contesto, che insegnino a leggere le immagini. Di scuole che insegnino il cinema non come esercizio tecnico, ma come grammatica del mondo; di spettatori più esigenti, meno affamati e, soprattutto, di registi che abbiano il coraggio di sottrarsi a questa macchina della produzione incessante.
Perché i film che restano, quelli che davvero servono, nascono solo quando qualcuno decide che val la pena prendersi tempo per costruire un linguaggio, non soltanto per raccontare una storia. Quando la messa in scena torna a essere pensiero visivo, quando il montaggio non è un espediente ritmico ma un atto di interpretazione, quando l’inquadratura smette di essere pura funzione narrativa e torna a interrogare lo sguardo di chi guarda.
Solo allora il cinema ritrova la sua natura originaria: un dispositivo critico, una forma di analisi del reale, un laboratorio di percezione capace di rivelare ciò che spesso sfugge all’occhio distratto. Il resto è solo rumore di fondo, accumulo di immagini senza intenzione, estetica senza grammatica.















