Il fine vita, un argomento che interessa il cinema. È nelle sale il film Buon viaggio, Marie1, road movie che oscilla fra poesia e commedia. Film il cui titolo originale è On Ira tratta un argomento attuale anche in Italia, dove si lotta per l’eutanasia, visto l’invecchiamento della popolazione e la mancanza di una legge apposita.
Sullo stesso argomento, di stile totalmente diverso, il documentario A Fly on the Wall è stato proiettato durante il Festival River to River 2025. Su indicazione di Chika, che lo ha commissionato, non deve finire su di una piattaforma, per cui viene proposto soltanto ai Festival. In tal modo, ci spiega uno dei due registi presenti al Q&A post proiezione, Nilesh Maniyar, si raccolgono le reazioni del pubblico. Questa notazione fortifica l’idea che già si ricava vedendo il documentario, ovvero che si tratta di un’operazione fatta per essere socialmente utile.
Partiamo dal descrivere come è nata l’idea di realizzare A Fly on the Wall di Shonali Bose e Nilesh Maniyar (2024).
Chika, ingegnere indiano che ha girato il mondo per lavoro, un lavoro di successo che gli permette una vita agiata, si scopre a un tratto un cancro incurabile, che gli dà pochi mesi di vita. Dopo essersi accertato della veridicità della diagnosi, trasforma questa condanna in una missione. Ha da 25 anni un’amica carissima, la regista Shonali Bose. Le chiede di raggiungerlo per illustrarle la volontà di farsi seguire da lei con la telecamera quando realizzerà il suicidio assistito, al quale si sta preparando.
In nome della forte amicizia Shonali non si sottrae alla richiesta, ma decide di filmare anche i problemi, i dubbi, le difficoltà che le si presentano nel costruire il progetto. E chiama un altro regista, Nilesh Maniyar appunto, a filmare il suo percorso. Contemporaneamente filma i suoi incontri frequenti con Chika, che ha stati d’animo mutevoli, comprensibili in una situazione come la sua. Certi giorni si sente bene ed è tentato di spostare in avanti l’assunzione del veleno mortale, cosa che il medico che lo segue ha predisposto sia possibile sempre. Poi, una notte, ha una crisi simile all’infarto e la mattina dopo, molto turbato, decide fermamente che la data fissata non deve cambiare.
Ma i colpi di scena non sono finiti. I suoi familiari lo vengono a trovare e – da buoni indiani tradizionali – non accettano il suo piano e, soprattutto, il fatto che si faccia riprendere quando porterà alle labbra il bicchiere per l’ultima volta.
Chika non discute e dice a Shonali che non va avanti nel suo progetto. Per lei è un grande dolore, perché sa che la generosità di mostrare i suoi ultimi istanti ha uno scopo, che aiuta il suo amico ad accettare di morire.
Qual è lo scopo di Chika? Mostrare che si può morire conservando la dignità. Per il suo lavoro, come detto, ha girato il mondo. Ha vissuto una vita piena di interessi, si è immerso a grandi profondità, ha fatto per tre anni il comico di successo, voleva diventare regista. Ma è probabile che non abbia dimenticato che la tradizione indiana ingiunge alla famiglia di occuparsi di un familiare che si ammala per tutto il tempo che resta in vita, anche se a uno stadio vegetale.
È qui che sparisce la dignità di chi è tenuto in vita, che non è più vita, per motivi ideologico-religiosi. O, peggio, per la paura del giudizio di disinteresse e mancanza di affetto che la società fa presto ad affibbiarti se intervieni attivamente a porre fine allo strazio. E quindi ho capito la paura di avere un infarto, che gli avrebbe tolto la possibilità di fare il documentario.
Per fortuna le cose si aggiustano. Sebbene sia convinto del suicidio assistito, Chika sposta di una settimana la sua fine, per recuperare quella perduta a causa dello stop dei familiari. E si gode l’amica che è tornata a stargli vicina. Hanno un diverbio sulla ripresa della scena finale che, per Shonali deve essere un momento di dialogo, come in riprese precedenti.
Invece Chika vuole che lei riprenda, ma che la sua presenza sia pari a A fly on the wall (ecco da dove viene il titolo), cioè lei non si deve proprio vedere. Al di là di essere una schermaglia registica, è dettata dal volere una descrizione accuratissima dei minuti finali, proprio perché la conoscenza di come si svolgono possa togliere la paura dell’ignoto.
Il documentario ha vinto un premio, al River to River, come il migliore della categoria. Non ho letto le motivazioni, ma per me ha le grandi doti di essere totalmente laico e di mettere in luce la potenza dell’amicizia, che spesso rispetta la persona più dei familiari. Insegnamenti entrambi per ogni parte del mondo.
Prima di morire Chika ha recitato una poesia di ambiente montano, con la neve. Shonali ha messo, nel finale del documentario, una scena di montagne sotto il mare, in ricordo della passione dell’amico per le immersioni e, forse, come simbolo di una pace raggiunta.
Note
1 On Ira.















