Prima di scomodare Albert Camus e il necessario omaggio al corpo del suo romanzo, voglio fare una premessa: finalmente un film in cui c’è spazio per il silenzio e la riflessione, un film in cui non squillano telefoni e i personaggi non sono imbrigliati nel ritmo ossessivo della tecnologia. Se ne sentiva il bisogno, perché vedersi riflessi in un branco di tarantolati alle prese con la messaggistica non è più cinema, è solo una macabra parodia di noi stessi.
L’Étranger è un romanzo di formazione e molto altro, almeno lo è stato per me.
Suscita domande essenziali. Con uno stile chirurgico introduce il lettore nella dimensione dell’Assurdo, il dato primario della condizione di essere umani. Mersault, il suo protagonista, ne è l’esempio più che l’eroe, una definizione che rifiuterebbe tout court.
Ambientato ad Algeri negli anni Quaranta, il film ritrova nel bianco e nero l’aura di un mondo sparito, una lentezza fisiologica imposta dal caldo, la spietata lama del sole che acceca, la passione silenziosa di una vita senza compromessi dove l’anelito alla libertà è in silente conflitto con le regole del mondo sociale. “Non lo so”, è la frase che Mersault pronuncia più spesso, perché è la risposta più onesta di cui dispone quando non ha la chiarezza per andare oltre. Il mondo gli scorre davanti, a volte lo rende felice, spesso lo annoia, ma lui gli si offre con coraggio, perché la sua mente è libera. Anche quando Marie gli chiede se la ama, e direi che avrebbe tutte le ragioni per dire sì, Mersault resta fedele alla sua onestà e le risponde che “non ha importanza”, non si piega al reparto favolistico che dovrebbe condividere, sa che la vita scorre e che attaccarci un’etichetta è solo un modo per appannare la bellezza del momento presente.
Perfino il matrimonio gli è indifferente, ma se lei vuole la sposerà, come sposerebbe un’altra ragazza in futuro, se glielo chiedesse. Sembra bizzarro, ma è di una logica ferrea purché si entri in un’altra sfera di coscienza.
Si tratta di integrità morale, ma anche di una sincera e crudele analisi di quanto effettivamente sappiamo della nostra condizione. Ci siamo dati delle leggi, dei precetti morali, delle ideologie, delle religioni e li abbiamo assorbiti, perfino sbandierati, senza in realtà sapere nulla delle vere ragioni che ci hanno proiettato in questa vita. È da qui che parte la filosofia esistenzialista.
Può succedere che tu partecipi al funerale di tua madre senza versare una lacrima, le emozioni, dopo tutto, sono involontarie e la confusione di una simile giornata può prendere il sopravvento. Ma se sei sul banco degli imputati perché hai ammazzato un arabo sulla spiaggia, quell’apparente indifferenza è un elemento cruciale che prova la tua disumanità, aggrava la tua posizione davanti ai giudici, significa che non riconosci una regola drasticamente condivisa dalla moltitudine, l’amore per tua madre, e quindi sei un estraneo, uno straniero destinato alla condanna.
L’adattamento del regista François Ozon si concentra su questo aspetto della storia attraverso lo sguardo disincantato di Mersault che osserva la macchina sociale fare il suo lavoro, mentre lui difende la sua immensa passione per l’unica vita che ha.
Il Caso lo ha indotto ad un errore, e per questo è disposto a pagare il prezzo che la società gli chiede, ma mentirebbe, anche qui, se dichiarasse di essere pentito, perché la colpa non è un valore che riconosce, il caso sì, la colpa no, perché appartiene ad un’altra categoria morale, estranea, ancora una volta, alla sua profonda onestà, alla sua esistenziale innocenza.
Uno dei magistrali personaggi di Dostoevskij, Ivan Karamazov dice: “se Dio non esiste, tutto è permesso”. Per Mersault questo non significa volontà di potenza, arroganza e spregiudicatezza nell’azione; lui rivendica semplicemente un’integrità, una sincerità che non può essere soffocata dal giudizio degli altri.
Inutile istituire un paragone tra il film e il romanzo, poiché il romanzo è irrappresentabile per definizione. Quello che interessa è come il romanzo ha acceso l’immaginazione e ha spinto Ozon a proporre la sua ricerca sul mondo interiore di un personaggio, “un dormiente sveglio” che ci mette in crisi per la sua ostinata fede in sé stesso, senza cedimenti al sentimentalismo, alla meccanicità del pensiero. Calato nel flusso della realtà, Mersault incarna i miti che Camus ha raccontato nei suoi saggi, Sisifo e Prometeo, uno condannato a spingere l’enorme pietra su una collina per poi vederla ricadere a valle e ricominciare da capo; l’altro in rivolta contro il destino ingiusto e incomprensibile della condizione umana.
C’è una scena indimenticabile, e basterebbe per riassumere l’intero impianto filosofico del racconto: il colloquio, ma è ben altro e ben oltre, tra il prete e Mersault. Qui le parole di Camus tornano a tagliare lo schermo e a farlo sanguinare. Ci aggiungo l’appassionata versione dei due attori, dove Mersault finalmente straccia la sua maschera per rivelare la potenza del suo amore per la vita, un dettaglio che potrebbe essere sfuggito osservando il suo comportamento fino a quel momento.
E veniamo al fatto che fa deflagrare il destino di Mersault.
Ozon ha scelto per i titoli di coda un brano dei Cure, Killing an arab. Una frase vi si ripete: I’m alive…I’m dead, unificando la condizione dello Straniero, un vivo già morto. Non sarà un caso, e se anche lo fosse acquista un senso molto preciso.
Un gesto casuale, determinato da una moltitudine di fattori che il film rende con un’accuratezza sensoriale, è pur sempre un gesto definitivo, che toglie la vita a un ragazzo arabo che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Uccidere un arabo durante l’occupazione francese dell’Algeria poteva costarti solo qualche anno di galera, se accettavi di pentirti e di reclamare delle circostanze attenuanti, cosa che Mersault non si sogna di fare.
Uccidere un arabo ai giorni nostri, con quanto è accaduto e continua ad accadere a Gaza, con la guerra alle porte, non è un gesto che possa passare sotto silenzio.
Ozon deve aver trascorso notti insonni a chiedersi come salvare il film da un’accusa di razzismo, o anche solo dal suscitarne il dubbio. Un po’ come Mersault, che razzista non è, ma di sicuro non è indifferente al clima di quegli anni e comunque resta fedele all’amicizia con Raymond, lui sì razzista e maquereau, magnaccia della migliore tradizione francese.
È l’ultima inquadratura del film a suggerire un punto di vista politico sulla tragica esecuzione avvenuta in una spiaggia deserta, sotto un sole che sovrasta il mondo con la sua millenaria violenza.
La storia di Mersault si è ormai chiusa, insieme alle pagine del romanzo. Restiamo noi, i testimoni. Resta quella tomba su una collina battuta dal vento davanti al mare. Una tomba semplice con un’incisione in arabo sulla pietra, il nome di quel ragazzo che Mersault nemmeno conosceva. Le uniche lacrime versate per la sua morte scorrono sul volto di sua sorella, inquadrato in primo piano. Perché gli indigeni, gli arabi che abitano quella terra da secoli, non possono permettersi di non soffrire, vivono in una sfera della realtà dove l’indifferenza non è permessa.
Sotto la terra che copre quella tomba, c’è anche il corpo di Marsault, che con il suo delitto ha bussato cinque volte, con cinque colpi di pistola, alla porta dell’infelicità.















