Daria Davydoff è una cantante lirica, attrice e autrice del corso “Tecniche del grande palcoscenico”. Il suo percorso professionale è iniziato con il debutto sul palcoscenico del Teatro Bolshoi, seguito da collaborazioni con il Teatro Stanislavskij e Nemirovich-Danchenko e da esibizioni nelle principali sale da concerto della Russia e del mondo — dal Wiener Musikverein ai palcoscenici del Giappone, dell'Europa, dell'Asia e degli Stati Uniti.

Nel corso della sua carriera, Daria ha vissuto in prima persona ciò che ogni artista deve affrontare: l’emozione, la pressione del palcoscenico, la necessità di concentrarsi all’istante, di controllare la voce, il corpo, lo stato d’animo, l’attenzione e l’energia del pubblico. In questa breve intervista, ci parla del corso «Tecniche del grande palcoscenico», che non è stato semplicemente il risultato dell’esperienza acquisita, ma si è trasformato in un sistema di strumenti pratici che aiutano a trasferire le competenze sceniche ben oltre i confini del teatro: nella professione, nelle apparizioni pubbliche e nella vita quotidiana.

I grandi artisti hanno paura del palcoscenico?

C’è una cosa che ho imparato sul palcoscenico: l’esperienza non cancella la paura. Può cambiarne la forma. Può renderla più familiare. Ma, prima di entrare in scena, quella tensione che si avverte nel corpo può esserci ancora. Anche dopo molti anni. È facile immaginare che i grandi artisti non provino più emozione. In realtà, molti di loro hanno raccontato esattamente il contrario. Maria Callas, Luciano Pavarotti, Svjatoslav Richter hanno parlato di nervosismo, di dubbi, di serate difficili.

Quello che cambia con il tempo non è necessariamente ciò che sentiamo. Cambia il nostro rapporto con ciò che sentiamo. Per me, la sicurezza non è la calma assoluta. È riuscire a rimanere presenti mentre dentro di noi qualcosa si muove. Il momento più delicato arriva quando trasformiamo il palcoscenico in un giudizio su noi stessi.

Quando il palcoscenico diventa un giudizio su di noi?

«Devo dimostrare di essere all’altezza.» È una frase che può sembrare innocua, ma ha un effetto immediato: il corpo si irrigidisce, il respiro cambia, l’attenzione si sposta dalla musica, dalle parole, dal personaggio, verso di noi. Cominciamo ad ascoltarci mentre cantiamo. A controllare ogni gesto. A immaginare lo sguardo degli altri. E perdiamo una parte essenziale della performance: la possibilità di essere veramente in relazione.

Tu, come superi questo stato di auto-soggezione?

A un certo punto ho iniziato a sostituire quella domanda con un’altra: «Che cosa posso condividere?» Non è una formula magica. È semplicemente un modo diverso di guardare al momento che precede l’ingresso in scena. Non devo convincere qualcuno del mio valore. Ho qualcosa da raccontare. Questa distinzione, per me, è fondamentale. Anche il nervosismo cambia significato. Non è necessariamente il segnale che qualcosa non va. A volte è semplicemente la conseguenza del fatto che ci teniamo. Un’audizione, un concorso, un debutto, una sala importante: tutto questo ha un peso. Fingere di non sentirlo non ci rende più forti. Imparare a sostenerlo, sì.

E il pubblico non percepisce soltanto ciò che è perfetto. Percepisce quando siamo presenti. Percepisce quando una frase nasce davvero, quando un gesto ha un motivo, quando dietro alla voce c’è una persona e non soltanto una tecnica impeccabile. Anche per questo non credo che la vulnerabilità debba essere nascosta a tutti i costi. Dire «sono emozionata» non significa perdere autorità. A volte significa semplicemente smettere di combattere contro ciò che sta accadendo.

E questo può creare una relazione molto più diretta con chi ascolta.

Insomma, accettare noi stessi, i nostri limiti, che ci attuano e ci rendono persone uniche, anziché combattere i nostri limiti per piacere agli altri o per soddisfare dei canoni in cui nessuno riesce a entrare. C’è un altro aspetto poi, oltre a quello mentale, mi dicevi…

C’è poi un aspetto di cui si parla meno: la sicurezza è anche fisica. Prima di una performance, il corpo è il primo luogo nel quale si manifesta l’emozione. Il respiro si accorcia, le spalle salgono, la mandibola si tende, i movimenti diventano meno naturali. Per questo il lavoro sulla presenza non può essere soltanto mentale. Respirare. Sentire i piedi. Liberare le spalle. Trovare una postura nella quale riconoscersi. Sono dettagli, ma sul palco i dettagli hanno conseguenze.

Lo stesso vale per l’abito. Per un artista, il costume non è soltanto qualcosa che gli altri vedono. È qualcosa che noi sentiamo. Un abito nel quale mi sento bene può modificare il modo in cui cammino, entro nello spazio, occupo il palco. È parte della preparazione.

Ricordo, prima di una performance, una frase che mi disse un altro artista:

«Entra in scena come se quella sala fosse già tua.» Non l’ho mai dimenticata.

Non significa avere un atteggiamento arrogante. Significa smettere, almeno per qualche minuto, di chiedersi se abbiamo il diritto di essere lì.

Il palcoscenico non è un tribunale. Non siamo lì per chiedere il permesso di esistere come artisti. Siamo lì per fare il nostro lavoro: creare un momento di attenzione, di ascolto, di immaginazione. La paura può venire con noi. Non abbiamo bisogno di aspettare che passi.

Cosa fai prima di salire sul palco?

Quattro cose:

  1. Cambio il punto di vista. Quando penso «devo dimostrare», torno a «sono qui per condividere». È una differenza piccola, ma cambia la qualità dell’attenzione.

  2. Preparo il corpo. Respiro, rilasso il viso e le spalle, sento i piedi a terra. Non cerco di eliminare l’emozione: cerco un corpo disponibile.

  3. So come inizierò. La prima frase, il primo gesto, la prima frase musicale. Avere un inizio preciso mi permette di non disperdere energie prima ancora di cominciare.

  4. Dopo, non guardo soltanto gli errori.

È naturale ricordare subito ciò che avremmo voluto fare diversamente. Ma è altrettanto importante riconoscere i momenti nei quali siamo stati liberi, presenti, in contatto con il pubblico. La sicurezza non nasce dal convincersi di essere impeccabili. Nasce dal conoscere se stessi in scena. E forse la cosa più importante che possiamo imparare è proprio questa: non dobbiamo aspettare di non avere paura per entrare in scena.

Possiamo avere paura. Possiamo tremare un po’. Possiamo sentire il cuore accelerare. E possiamo comunque entrare. La paura può esserci. Ma non deve essere lei a decidere chi siamo sul palcoscenico.