L’aspirapolvere in funzione continuava a lavorare sulla moquette. Il rumore copriva la voce indistinta di un deejay che proveniva dalla radio accesa in salotto. Una delle prime cose che aveva apprezzato del matrimonio era stata la quiete della casa al mattino. Il marito usciva presto per andare al lavoro e lei approfittava del fresco di quelle ore per innaffiare le piante della terrazza; del caldo delle ore successive per farsi coccolare dalle stoffe morbide dei divani e dalla sensazione che le dava camminare sul parquet della camera da letto. Si lasciava andare su una poltrona, accendeva una sigaretta, ascoltava la musica. Si sentiva al sicuro.

Guido Albani conosceva bene l’attico. Lo aveva frequentato per un mese d’estate, quando era piccolo. Ci si recava con la sua borsa da piscina a tracolla. Si portava un asciugamano da mare, il suo costumino Arena e dei crackers. La zia finiva di prepararsi, mentre lui aspettava seduto su uno dei divani cremisi con la struttura di alluminio anodizzato. Fissava le mattonelle, prima di seguirla in ascensore, fino al parcheggio. Salivano su una Mini Minor e si recavano in spiaggia. Arrivati allo stabilimento, la zia si cambiava, mentre lui si spalmava sull’asciugamano e attendeva di vederla uscire dalla cabina, con qualche costume mozzafiato, per stendersi al suo fianco, per l’invidia dei vecchi bagnanti che frequentavano la spiaggia.

Poi arrivavano i cuginetti, e le sue aspettative andavano a farsi benedire. Al ritorno, lei era sempre un po’ nervosa. Litigava con le altre auto, suonava con prepotenza ogni volta che ritardavano a ripartire, o inveiva dicendo a tutti di stare calmi, quando a ripartire lentamente era lei. Gli sembrava buffa e dolce, perché si affannava nello stare al passo con i tempi, un po’ distaccata, sì, ma anche attenta a non farsi intrappolare definitivamente dalla ricchezza del marito distratto. Per questo aveva preso l’impegno nella compagnia teatrale della sorella.

Organizzavano spettacoli grazie ai contributi di un circolo privato, dove la signora Vania si occupava delle rassegne serali di cinema d’essai. Guido ci andava quasi ogni giorno, così poteva conoscere persone interessanti e vedere gratuitamente un sacco di film importanti. Soprattutto, osservava la zia indaffarata, presa nella morsa di enormi foulard colorati e svolazzanti. Quel periodo influenzò tutta la sua formazione giovanile, fino alla fine dell’adolescenza e all’inizio della maturità.

Quando il marito rientrava a casa, la signora Vania aveva appena finito di riordinare la camera da letto ed era pronta per cucinare. Il marito, in tuta da ginnastica, approfittava di qualche ora di libertà per fare jogging. Poi completamente sudato, decideva di farsi la doccia. Si levava la roba di dosso e la gettava da una parte senza fare complimenti. Così, nudo e con la porta spalancata, iniziava a far scorrere l’acqua cercando di capire il meccanismo del miscelatore.

«Ti ho detto mille volte di chiudere la porta quando entri in doccia. Perché devo sempre sorbirmi la vista del tuo enorme culone che vaga per la casa da una parte all'altra?»

«Perché sono tuo marito.»

La voce sembrava arrivare da lontano. Si mischiava al rumore dell’acqua che sbatteva nella parete circolare di plexiglas.

«Ho appena messo in ordine e guarda che disastri stai combinando. Perché sei così disordinato? Non ti frega che sgobbo tutto il giorno, vero?»

Il marito iniziava a canticchiare.

«Sai che oggi abbiamo ospiti a cena? Mi vuoi far perdere altro tempo?»

Si avvicinava al box e faceva scorrere la parete.

«Ehi… dico a te… mi senti?» «Chiudi, altrimenti bagnerai tutto il pavimento», diceva il marito.

Lei usciva dal bagno sbuffando.

«Ho invitato tua sorella. Saremo in otto stasera.»

«Nove», aveva detto il marito. «C’è pure Guido. È rientrato l’altro ieri e Palmira mi ha assicurato che riuscirà a convincerlo. Non lo vediamo da anni ormai.»

La signora Vania si era bloccata. Sembrava avere il respiro smorzato in gola. Il marito uscì con addosso un accappatoio antracite e ci fece caso.

«Sei pallida. Tutto a posto?»

L’aveva baciata sul collo ed era sparito nello studio. Il pavimento si era scurito al suo passaggio, lasciando sul parquet enormi impronte del suo piede da yeti. La signora Vania raccolse gli indumenti sudati e li ripose nel contenitore della roba sporca.

«Allora, vediamo un po’... insalata mista, gattuccio con aceto e noci...»

Guido aveva deciso di frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Firenze... era partito all’improvviso, subito dopo un’estate in cui l’aveva visto diventare uomo di colpo. Lei era venuta a saperlo casualmente, dopo una conversazione improvvisata… ci era rimasta di sale… avrebbe voluto avere il tempo di salutarlo… di riflettere sul fatto che si erano avvicinati parecchio negli ultimi anni… a partire da quell’estate in spiaggia fino alla sua entrata nelle scuole superiori. Lei c’era sempre stata. Quei tre anni senza una visita, una lettera, non sapeva come interpretarli.

C’era stata una stupida riunione di famiglia. Lui si era presentato accompagnato dalla fidanzata. Aveva sette anni più di lui. Si era appena diplomato. Lei era una scultrice o qualcosa del genere. Lui aveva baciato la zia come si fa con un parente che non si vede da anni. Lei c’era rimasta male, ma aveva nascosto bene la delusione.

Nella tavolata coperta da una preziosa tovaglia lavorata, con l’ordito bianco da cui si evinceva una trama caratterizzata da riproduzioni di piante di alloro e spighe, erano state sistemate bottiglie di Vermentino di tre marche differenti e alcune bottiglie di Malvasia. La porta dell’ingresso era stata aperta e l’odore dei cibi aveva pervaso il pianerottolo. Quando il via vai prese corpo, l’appartamento si animò di voci. La signora Vania aveva accolto i parenti con generosi sorrisi. La signora Palmira aveva indossato un vestito colorato.

«Ogni volta che io e mio marito dobbiamo prendere una decisione, chiediamo sempre consiglio a Vania», diceva con inutile orgoglio. «Soprattutto per cose importanti. Tutte le spese che abbiamo affrontato in questi anni sono state suoi suggerimenti. Tutti azzeccati. Ve lo dico io, questa donna è benedetta, ha il tocco magico.»

Stefanella era la figlia di Palmira, cioè la sorella di Guido. Era una ragazza paranoica, perché era convinta di avere il fondoschiena troppo largo. Perennemente a dieta, quando tutti andavano a dormire, lei scendeva le scale, silenziosa come un ladro, e si dirigeva verso il frigorifero. Si lamentava perché le diete non funzionavano. E il suo girovita, intanto, aumentava.

«La zia è indispensabile. Ogni volta che ho qualche problema riesce a farmi sorridere e a tirarmi su. Mi prepara qualche tisana speciale e sta ad ascoltarmi fino a quando smetto di piangere.» Queste considerazioni avrebbero avuto senso se ci fossero stati ospiti che non conoscessero la zia Vania. Gli ospiti erano però sempre gli stessi. Era la cerchia ristretta di parenti. Quindi quelle considerazioni erano inutili. Guido odiava quel modo rassicurante di rapportarsi.

Gli invitati mangiavano con gusto. I complimenti non smettevano neanche quando avevano la bocca piena.

«Vania, io non so come fai ad avere tutte queste piante così in salute. Mi si seccano dopo un paio di giorni.»

«Ci credereste se vi dicessi che quello è un Ficus benjamina? Ha le foglie talmente grandi da sembrare foglie di begonia.»

I commensali applaudivano e ridevano. Si incensavano a vicenda e versavano altro vino per assicurarsi che tutti fossero brilli.

Guido si presentò con una bottiglia in mano. Era entrato nell’appartamento scusandosi per il ritardo. Vania era uscita dalla cucina asciugandosi le mani in un vecchio grembiule. I loro sguardi si erano incontrati. Poi erano state solo frasi di circostanza tra parenti. Vania era incerta. Non sapeva bene come salutarlo. Guido l’aveva baciata con affetto porgendo la bottiglia. Poi aveva occupato il suo posto a tavola. Era giovane e pieno di forza. Dalla vicinanza, dal quasi contatto, lei aveva capito che in quegli anni, Guido aveva praticato molto sport e non era più l’anatroccolo indifeso e spaurito che lei accompagnava al mare. Guido indossava una camicia di seta da adulto. Non c’era traccia del ragazzino che si innamorava dei film d’essai che lei gli faceva scoprire. Stava avendo dalla vita tutto ciò che chiedeva. Ce l’avrebbe fatta. Non c’erano dubbi.

«Vania è rimasta di stucco. Non capita spesso. Se non foste parenti, avrei detto che ti sei presa una bella cotta per lui», stava dicendo il marito per fare lo spiritoso. Senza saperlo aveva colto nel segno.

Quell’estate, la famiglia di Guido aveva comprato una villetta in una bellissima località balneare e aveva invitato i parenti stretti a trascorrere il fine settimana al mare. Guido non aveva esami e ciondolava in casa godendosi il lusso inaspettato. Ai genitori non piaceva che lui vivesse a Firenze. Lo volevano in casa, così, come in quei mesi, intento a non fare nulla. Vania aveva accettato di trascorrere un fine settimana diverso dal solito, perché lei e suo marito si vedevano sempre meno. Non che il matrimonio fosse in crisi: lei aveva accettato di convivere con un uomo noioso. Aveva quasi smesso di pensarci. Quello della casa al mare era più che altro un diversivo. Per il marito, Vania poteva aspettare. D’altronde lui le garantiva una vita agiata. Che altro poteva volere? Da questo si capiva come non la conoscesse poi tanto bene.

La sera di quel sabato, il comportamento del marito fu leggero. Ricevuta una telefonata di lavoro, disse alla moglie che sarebbe tornato in città, ma che lei doveva stare lì. E non chiese il suo parere. Fece la valigia e se ne andò. Questa era una cosa che lei detestava del marito. Dava tutto per scontato. Vania si scocciò per qualche lacrima dovuta al nervosismo che le stava venendo su. Ma si trattenne. E se ne andò a fare un bagno. Guido li aveva osservati attentamente. La zia non era così felice come aveva sempre creduto. Scese in spiaggia per fare anche lui un bagno. Così zia e nipote si trovarono stesi ad asciugare, al sole, sopra un asciugamano matrimoniale a due piazze che li stava unendo come quando lei era stata più giovane e lui era solo un bambino. Una leggera brezza muoveva i capelli, quasi allo stesso ritmo. I bagnanti si godevano lunghe passeggiate annoiate. Il villaggio se ne stava sonnolento dentro le ore rallentate dal caldo.

«Guarda il lato positivo», disse Guido all’improvviso.

«E quale sarebbe?», chiese la zia Vania, strapazzando il naso dentro a un fazzoletto di carta.

«Stasera, dopo cena, andiamo in piazzetta e balliamo un po’ di liscio, poi beviamo birra o rhum e ci rilassiamo senza che nessuno parli di progetti, documenti, burocrazia e vita degli uffici.»

«È quello che avrei voluto fare fin dall’inizio con mio marito.»

«Ah, grazie mille.»

«Non volevo dire questo. Hai capito cosa intendevo. Sei molto gentile e premuroso, ma pensavo che questa vacanza sarebbe servita a migliorare le cose.»

«Non sapevo che andasse così male.»

«Non va tanto male. È solo che lui è… distante. A volte è dura.»

«Ci divertiremo insieme. Ti prometto che ti rilasserai e che dimenticherai tutti i problemi.»

La zia Vania rise. Aveva la pelle morbida e abbronzata. Si notava l’incedere dell’età, ma era in salute, a tratti sembrava dover ancora sbocciare. O almeno questo lui scioccamente pensava. I tratti dolci erano nobili. La bellezza sempre in risalto. Era indiscutibile. Guido era rimasto imbarazzato sentendola colloquiare amabilmente con il marito. Una specie di robot da ufficio impettito e privo di slanci. Seduto a tavola sotto il rampicante, durante il pranzo, aveva detto che non era colpa sua se non avevano avuto figli. Io intanto… lei invece… aveva continuato a ripetere. Lei si era stranita, rattristata.

«Ma amore mio, così, quel che dobbiamo dire lo dobbiamo dire», disse con quel suo accento incerto, di cui era impossibile stabilire la provenienza.

«Vai a farti benedire, fottuto scemo», aveva pensato Guido vedendolo partire a razzo verso l’ufficio, come se gli avessero comunicato la vincita alla lotteria. Inutile dire che non aveva nessuna stima per il fratello della madre.

Guido lo aveva sempre reputato sciatto, privo di iniziativa, del tutto incapace di percepire la realtà oggettiva. Svolgeva il suo lavoro da impiegato con solerzia ma senza iniziative; ci si dedicava anima e corpo, ma senza costrutto; lavorava senza soluzione di continuità, arricchendosi, ma senza godersi la vita. E, in fin dei conti, si chiedeva come avesse fatto una donna come Vania a mettersi con un uomo mediocre, a vivere con lui tutta la vita, a continuare ad amarlo.

Dopo cena, la zia indossò un vestito nero di pizzo, con le trasparenze misurate. Andarono insieme alla piazzetta. La musica arrivava attraverso note disegnate nel buio. La luna era ondeggiante e sinuosa. Se ne stavano vicini come due adolescenti. Si godevano la serata bevendo vino e chiacchierando. Ballarono più volte. Guido provò l’emozione di chi si trova al confine con un tabù e va dentro e fuori attraversando una linea immaginaria. Sentiva il petto di lei premere contro la sua cassa toracica. Si chiedeva se lei provava qualcosa da quel vietato.

Era proprio lei. La zia Vania. L’aveva sempre ammirata. L’aveva desiderata da piccolo al mare. Si era perso nei suoi occhi mille volte nella speranza che lei non si accorgesse di niente. Pensava di convincerla a fare una passeggiata in spiaggia. Di notte. Poi si diceva che era una cosa da pazzi. Poi ritornava a pensarci e non gli sembrava una cosa così assurda. Poi provava una specie di sgomento. Perdersi nei suoi occhi e allo stesso tempo a lasciarsi trasportare da pensieri sconci e improponibili. Alla fine della serata, la zia Vania indossò uno scialle, preparandosi a tornare verso casa. Guido le si parò davanti e goffamente le propose la passeggiata. Le disse che era presto e che non c’era niente di male. Avrebbero camminato scalzi sulla sabbia per godersi la piacevole sensazione del massaggio naturale della risacca. Era felice di aver trovato il coraggio di parlare.

La zia, con naturalezza, si slacciò le fibbiette delle scarpe. «Avevi ragione», disse, non appena sentì il fresco notturno della sabbia finissima solletticarle la pianta dei piedi. Guido glieli fissò con insistenza. Sembravano di terracotta. Camminarono a lungo. Lei cercava di tenersi dritta con le spalle. Ma sentiva gli effetti del vino avere la meglio. Si era poggiata al suo braccio. Poi si sedettero per guardare verso il buio orizzonte. A quel punto, Guido si alzò di scatto e si tolse la maglia e i pantaloni. Si sfilò le scarpe da tennis sudaticce, scalciandole lontano. Prese la rincorsa e si tuffò in acqua.

«Dimostrami che sei capace di qualche slancio e che sei diversa da lui.»

«Tu sei pazzo. C’è troppo freddo per me.»

«Se così non fosse non ci sarebbe gusto.»

«Vuoi che mi venga una congestione?»

«Non posso crederci… non ne hai il coraggio…»

«Non ho neanche il costume.»

«Qui non c’è nessuno. Che problemi ci sono? Stai invecchiando. Che brutta cosa.»

«È una sfida?»

«Molto di più.»

Vania rifletté qualche secondo. Poi si alzò. Gettò le scarpe poco lontano e si levò la maglia scura che luccicava di brillantini. Poi si liberò della gonna. Aveva la lingerie nera, con il pizzo trasparente. Le gambe magre e dritte. Fianchi modellati. Entrò in acqua in punta di piedi. Guido si sentì sfiorare al suo passaggio. Rimase ferma dopo averlo superato. Guido la prese per i fianchi sollevandola, prima di gettarla in acqua e gettarsi a sua volta. Le cadde sopra constatando quanto fosse profumata. Nuotarono e si rincorsero, giocarono e si schizzarono, e poi tornarono a riva, galleggiando e muovendo le mani con calma. Quando sentirono la sabbia ispida grattare sulla pancia, si accorsero di essere alla battigia.

La risalirono appena, prima di voltarsi entrambi verso la luna, mentre l’acqua, con movimenti radenti, li sfiorava. Vania chiuse gli occhi, circondata da riflessi lunari. Guido cercava di fissarla più a lungo possibile, abbagliato dalla luce dei lampioni della strada che dirigevano i loro fasci dritti su di loro. Le passò un dito sulla guancia e lei si scosse. Si fissarono a lungo, un’eternità, forse di più, dopodiché lui poggiò le sue labbra su quelle di lei e si baciarono.

Guido finì di mangiare il dolce. Era sempre stato lento a tavola. Anche questa volta finì per ultimo. La zia Vania e Palmira stavano sparecchiando. Gli uomini di casa stavano seduti sul divano, dove fumavano e raccontavano storielle, mentre la TV trasmetteva un bieco programma domenicale. Palmira si avvicinò al figlio. Lo baciò sulla guancia e gli arruffò i capelli. Vania osservava.

«Sono talmente fiera di te.»

«Finiscila. Non sono più un bambino.»

«Per me lo sarai sempre. Sarai sempre il mio bambino.»

«Sei ridicola.»

«Tutte le mamme lo sono.»

«La zia Vania non lo è.»

«La zia Vania non è una mamma.»

«Grazie, Palmira.»

«Non volevo dire così. Suvvia, hai capito cosa intendevo.»

«No, e non mi interessa.»

Prese in mano altri due piatti e finì di sparecchiare. Poi si affacciò dalla cucina per osservare il nipote. Guido la vide. E dopo alcuni secondi sorrise.

Mosse piano le labbra… per sussurrare: «La zia Vania…»