Azifa è filata via come una freccia. Le sue braccia, incrociate al petto, imprigionano ancora il borsello.
La zingarella ha fatto traiettoria tra le persone senza mai sfiorarle, ha svoltato presto dietro l’angolo, lì dove c’è il distributore automatico delle guide turistiche, un casotto decorato con le immagini più artistiche della città, dentro c’è una piccola camera oscura che adesso proietta un tridimensionale David di Michelangelo, qui immagine e impressione si mescolano, giocano con la realtà di chi è rimasto chiuso dentro, e sembra di poter stare a parlare con il gigante di marmo, opera virtuale. Adesso dentro c’è anche Azifa, ci sono il reale e il virtuale, Azifa e il suo David.
È bellissimo. La statua appare su una parete e poi sull’altra del casotto, lei invece resta accovacciata, tiene ancora stretto il borsello che ha rubato, e fa lunghi respiri per riprendersi dalla sua corsa ladra.
Quando poggia la testa all’indietro, le sembra di farlo sul marmo freddo della scultura e che la mano del David non sia mai ferma, come se stesse lì lì per prenderle qualcosa.
Chissà che non voglia il suo bottino. Da brava zingara apre in fretta una tasca, meglio appropriarsi subito del contenuto e disfarsi della piccola borsa rubata.
Le basterebbe trovarci dentro venti euro, da spendere per quel gelato alla frutta rossa dell’estate, per la fascia dei capelli in tessuto brillante con notte stellata, per un nuovo flauto di Pan, glielo smercia Santino accontentandosi di tre monete, anche se scegli quello fatto in bambù, e poi tutto quello che rimane è rigorosamente calcolato per un biglietto, Azifa vuole tornare da dove è venuta.
Vuole guardare di nuovo nel suo campo.
E basta con questa grande città piena di giganti di pietra e di marmo, di cattedrali e di palazzi che sembrano uno scrigno, basta con questa magnificenza che attraversa ogni via e ne fa paesaggio, basta con ricchi signori e turisti meno stranieri di lei, basta con ogni sciccheria che brinda in calici pregiati di rosso toscano, basta farsi rapire da quest’aria, questo fiume e questo vento che soffia oro e argento dappertutto, che ha imbrattato ogni angolo con il profumo eterno della creatività, basta!
Basta con questo mondo che vuole mostrarti sempre qualcosa di grandioso, mentre calpesta la leggerezza dei respiri più semplici, li trattiene e non li lascia più liberi.
«David, è tutto meraviglioso qui, ma qui nessuno può sapere niente di me, cos’è che cerco in quello che rubo, quale valore spero di trovare nelle tasche dell’altro, io che voglio solo vedere se è vero che ciò che a noi manca è andato a finire nelle mani di un altro.»
Chissà in quale tasca è andato a cacciarsi il biglietto di chi vuole tornare.
Era andata via dal campo in un attimo di distrazione, ma è ogni volta che si distrae, quando perde la luce, che lei capisce l’importanza del ritorno.
Ad Azifa serve un biglietto per salire sul treno che viaggia nel suo senso perché ancora una volta i pensieri di quella città l’avevano portata altrove, e lei in questo essere troppo lontano si sentiva fuori posto, all’arrembaggio.
Tanti pensieri si disperdono, come le sue preoccupazioni.
Azifa, nascosta nel casotto, è una zingara con gli occhi verde mare, sono intensi come un abisso che ha scavato la sua profondità sulla delicatezza di un viso giovane, per nasconderci dentro il senso di chi ha conosciuto lo sfregio di una triste cicatrice.
Ogni tanto lei prova a scappare dalla sua guerra, ogni giorno la combatte dicendo che tutti ne vivono una, e che bisogna imparare ad affrontarla, così si diventa forti e piano piano si vince.
Continua a frugare nella tasca esterna, mentre bisbiglia che “se non hai risolto prima tutte quelle situazioni che si insinuano tra la guerra e la pace non puoi stare bene altrove”, men che meno chiusa in un casotto con l’uomo di pietra perfetto.
«Tu hai vinto la tua guerra», sussurra con ammirazione al David che continua a fare intermittenza con l’ologramma dei suoi profili migliori: prima si vede solo la testa, con la fronte corrugata nell’atto di chi pensa, le appare al centro della parete destra, poi tutta la figura alzata si sposta sul muro di sinistra, è alta, possente e leggera, sembra quasi non occupare tutto lo spazio che resta, e Azifa lo segue orientando la sua di testa.
«David, sei la gloria di un monumento, un vero eroe, sei scolpito nel tempo. Io invece mi muovo ancora tra giorni finiti, come una ladra che ruba per ritrovare e riprendersi il suo valore che ha visto scivolare nella tasca di qualcun altro».
L’avevo perso nel momento pieno di un’estate, andata a finire troppo presto nel tempo del freddo.
Nel campo di Azifa era arrivato l’inverno, all’improvviso e piovendo sopra la sua vita scoperta che la disegnava nomade tra i tanti artifici di una città creativa e sconosciuta.
«Ancora adesso che sono nel casotto in compagnia di questo David, c’è una cosa che continua a girarmi in testa: una cosa è certa, l’anima si muove, anche lontano dagli occhi. E io ho visto, come in uno specchio e come ti muovevi tu, zingaro, anche quando eri in lontananza.
Qualche volta è stato un disinganno, davvero inaspettato, come quell’inverno, fatto di una gelida paura.
Avrei voluto essere sempre davanti al tuo specchio, per scorgere la verità di ogni riflesso, per vedere ben chiaro e rimanere sicura di trovarci ogni volta la stessa natura, la stessa verità.
Tu sei nomade, come me e accanto a me: abbiamo scelto di essere sempre lo stesso viaggio, di ritrovarci nello stesso pensiero, di intraprendere il medesimo cammino.
In questo andare, io cerco uno specchio in cui si può tornare a guardare. Un posto senza vuoto. Ho bisogno dello stesso tuo specchio, di essere di nuovo derivazione di uno stesso vero riflesso. Siamo Azifa e Aregai, due zingari e una sola verità».
Attorno ad Azifa, nel casotto, si aggira l’ombra di quel grandioso David, mentre lei guarda il disegno che ha tirato fuori dalla tasca di un borsello rubato. Il suo sguardo è fisso sul foglio, resta delusa, c’è un altro volto, un altro Arefai.
Poi chiede aiuto: «David, fermati un minuto anche tu, guarda in questo stesso pezzo di carta».
C’è il disegno di una zingara vestita di ogni suo pregio e difetto, quello suo più grande è l’essere legata ad una vita, da una vita, sempre allo stesso uomo, e che questo sia il pregio o il difetto, David, puoi sceglierlo tu.
Poco più lontano c’è lo zingaro.
Anche il modo di essere zingaro definiscilo tu, ma fallo nel momento in cui i due non sono insieme, quando lei non lo vede, non lo sente parlare, agire, fare, faticare, riflettere, essere altro da lei, con lei.
Guardalo nel momento in cui lei non lo può vedere essere altro da sé. Perché è quello lo zingaro. È anche quello.
È il riflesso o il segno di ciò che non è stato, è qualcosa di nascosto o cancellato, è un fare di basso profilo che è riuscito a coinvolgerlo, un atteggiamento, anche solo un’intenzione comune, detta nel linguaggio misero di molti altri zingari, di quelli che si atteggiano nell’apprezzare altre parole, altre vie. Se c’è una legge, si rispetta e non si offende. Non giustifica un dire tanto per dire, o un fare tanto per fare, è un velo fittizio quello della sola (innocente) intenzione.
Dillo tu, alla zingara, di quella voce chiacchierata, soffiata comunque per stare a questo gioco che dici che non ti appartiene, quel dire di donne come si fa tra uomini, e che si fa o che diventa conformarsi a un altro esempio, un raggiro, dal quale invece bisogna fuori, per dare il tuo di esempio, che ti contraddistingue per davvero, quello che disegna sempre con la linea chiara del credibile e che si nutre di un solo tempo, quello scelto, da condividere.
Eppure in quel riflesso di specchio, in quel disegno di carta, si vede il tono di uno zingaro mai conosciuto, un pronunciare che era un po’come imbrogliare, una slealtà velata di leggerezza, un andare a trascorrere un altro tempo, là dove all’interesse di una cosa da sbrigare, ti hanno sussurrato di un pretesto in più, definito nelle fattezze di una donna che merita, e quindi bisognava andare per finalmente conoscere, per vederne il piacevole, stuzzicare la complicità, per alleggerire un po’ il momento di una giornata lunga e faticosa.
Ti bastava prestare il fianco, per divenire altro, ma diventare di meno.
Pensare un poco del pensiero dell’altro, dire come dice l’altro zingaro, atteggiarsi, è unirsi all’altro e allontanarsi da sé.
È riconoscere la maniera di un altro mondo e non mostrare la tua vera per cambiarlo. È entrare nella sfera sottile di un’altra intesa, che ruba sincerità alla mia, alla nostra, che ti costringe ad escludermi dal tuo sguardo vero. È andare altrove da noi.
Tu sei, volgi lo sguardo su altre sembianze e maniere di essere uomo, mentre io non sono già più, e forse per me non sei più neanche tu.
Nel nostro campo c’è una vita fatta di piccole cose, c’è sempre da costruire, custodire e curare. C’è un esempio, onesto, da vivere, lo stesso, e a sua volta da dare.
Azifa se ne sente derubata.















