Rimprovererò tutta la vita a mio padre di aver venduto la nostra casa in Florastrasse 12 a Basilea. L’appartamento era situato al secondo di tre piani in una palazzina assai graziosa, con balconi decorati con motivi floreali stilizzati e un grande tetto spiovente con tegole simili a scaglie di pesce che la pioggia rendeva lucide come metallo. Dal balconcino della mia camera si vedeva il Reno, un segmento d’acqua verde in perenne movimento capace di mutare la sua tonalità nel corso del giorno, quando s’incupiva e il suo colore virava al grigio, era segno che sulle Alpi c’erano stati temporali. La vicinanza del fiume fu un dono per me, un piacere non solo per la vista ma anche per il fisico; fu grazie alla possibilità di fare bagni quotidiani che diventai presto un provetto nuotatore.
Quando entrammo in quella casa, provenienti da un anonimo alloggio di periferia, la mia sensazione di bambino fu quella di salire a bordo di un vecchio galeone; i pavimenti a liste larghe di quercia cigolavano rumorosamente sotto i miei passi, così anche la scala circolare che collegava i diversi piani, e quando mamma,in primavera, spalancava le finestre per fare pulizia, le tende si gonfiavano e sbattevano come vele. La stanza più bella per me fu da subito il bagno, un locale lungo e stretto con un curioso finestrone tondo simile a un oblò e in fondo una vasca di ghisa con i piedi di leone.
Oltre alla mia famiglia nella casa abitavano altre due persone, al piano terra stava il giudice Meier, Stephan Meier, per la precisione, anzi, sarebbe più giusto dire ex giudice, visto che già da qualche tempo era in pensione. Era un ometto paffuto dalle guance rubizze e dai capelli bianchi folti e ricci che lo rendevano simile a un putto. Il vecchio Stephan fumava senza sosta piccoli sigari aromatici mentre si dedicava alla sua grande passione, la coltivazione dei fiori ( nel retro della casa c’era un pezzo di terra diviso tra i condomini).
All’ultimo piano, invece, viveva una certa Frau Brunner, meglio conosciuta come Frau Ilse, un’eccentrica signora che presto rubò il mio cuore. “Deve essere una musicista”, sentenziò un giorno mio padre basando il suo sospetto sul suono di pianoforte che ogni giorno si udiva provenire da sopra. È molto probabile che la mia passione per la musica sia nata in quei giorni, in quella casa. Ma ci furono anche altri suoni; uno in particolare mi colpì subito moltissimo, tanto da diventare un’ossessione; si trattava di un suono d’acqua corrente che proveniva dall’appartamento di Frau Ilse alle sei del pomeriggio. Incuriosito, mi misi in ascolto e alla fine capii che ogni giorno alla stessa ora la donna si immergeva nella sua vasca per fare un bagno.
Da dove venisse la certezza che anche lei ne avesse una simile alla nostra, questo non so dirlo, ma che importanza ha ? Quello che era importante era sapere, era immaginare – Dio solo sa quante volte l’ho fatto – era poter fantasticare su quella misteriosa creatura impegnata nel suo rituale acquatico. Curiosamente, Frau Ilse non si faceva vedere in giro spesso; era difficile incontrarla sul portone di casa o nelle strade del nostro quartiere o in giardino dove i miei genitori e il Meier passavano i loro pomeriggi estivi cercando riparo dalla calura. A volte però si udiva un via vai di persone che salivano e scendevano dalle scale e si udivano voci anche di notte.
Un giorno sparai una pallonata dalla strada verso il tetto e un albero deviò il tiro e la palla ricadde sul poggiolo della sua casa. Senza perdermi d’animo e non senza paura mi precipitai all’ultimo piano e bussai con forza alla porta. Con mia grande sorpresa mi aprì un uomo a torso nudo, una figura corpulenta che non aspettavo. Rimasi immobile e muto di fronte a quel gigante, fortunatamente in fondo alla stanza apparve lei, scalza, bellissima, con i capelli lunghi tutti scompigliati e una sigaretta stretta tra labbra scarlatte. Fu la prima volta che la vidi da vicino; indossava una lunga camicia da notte semitrasparente di un verde turchese scuro che lasciava intravvedere gambe sottili e nervose.
Appena seppe della palla mi fece entrare e mi accompagnò premurosamente in fondo al salotto fino al balcone. Lungo il tragitto, con il cuore in gola, il mio sguardo curioso spaziò in ogni angolo della casa e c’era di che stupirsi perché la casa di Frau Ilse era molto diversa da tutte le altre, da lei regnava la bellezza e il caos, piante che nel mio ricordo di bambino erano enormi si armonizzavano con sculture in pietra, grandi vasi decorati e dipinti con figure nude in riva al mare e poi ancora tappeti arrotolati appoggiati sopra scaffali stipati di libri. Riebbi la mia palla, ma la gioia di riaverla fu distratta dalla visione della porta aperta del bagno; nella semioscurità intravidi spuntare una delle zampe di leone della vasca e sorrisi dentro di me.
Venne l’inverno dell’84 e la notizia che mio padre, chimico esperto, era stato assunto da una grande azienda farmaceutica di Vienna, un’imperdibile opportunità di crescita per tutti, ci disse una sera, pensando così di indorare la pillola, visto che né io né mia madre avevamo mostrato grande entusiasmo.
È vero, non potevo sapere che a Vienna avrei incontrato il mio maestro assoluto, Felix Gulda e che la mia carriera di pianista sarebbe cominciata proprio in quella città ma fu più forte di me, l’annuncio di mio padre mi fece cadere nel baratro della disperazione, non riuscii a pensare che a Frau Ilse e a alla prospettiva di perdere il nostro appuntamento quotidiano, lei al piano di sopra, immaginata migliaia di volte nell’atto di spogliarsi e di entrare lentamente nella vasca ed io al piano di sotto, con la porta chiusa a chiave, disteso sul letto, tutto felice con il mio piccolo pene turgido stretto tra le dita. Avevo tredici anni.
Da lì in avanti i ricordi della casa di Florastrasse cominciarono piano piano a stemperarsi, mescolandosi inesorabilmente alle immagini della nuova vita. Anche il ricordo più caro, quello del volto di Frau Ilse, si fece sempre più sfocato lasciando spazio nella mia mente a un frenetico ed eccitante accavallarsi di novità, di luoghi visitati, di volti di persone appena conosciute. Dimenticai il passato e rivolsi il mio sguardo al futuro, cercando di adattarmi più in fretta possibile al nuovo, compresa la casa dove eravamo andati ad abitare, un appartamento moderno e pretenzioso situato in un nuovo quartiere residenziale, con due bagni enormi attrezzati solo con docce, niente vasca, meglio così, ebbe a dire mio padre, non si perde tempo e non si spreca acqua…
Passarono gli anni, anni di studio pazzo prima alla Kunst und Musik Schule, poi al Conservatorio di San Pietroburgo dove conobbi Tanja, ragazza dalla pelle diafana come i tasti del mio pianoforte e dalle mani bellissime e incredibilmente virtuose quando abbracciavano il violoncello. Girava per la città con una pelliccia di lupo che le aveva regalato suo nonno, che stava in Siberia e sottozero. Mi disse che in Russia d’inverno le ragazze usavano così. Me ne innamorai perdutamente.
Andammo a vivere insieme, per un periodo tentammo la strada del duo, ma il suo carattere umbratile mal si adattava al mio repertorio preferito quasi esclusivamente mozartiano. La convinsi ad andare a Vienna; accettò. Là dividemmo per un periodo una soffitta in Wassermanngasse 12 - una topaia, disse mio padre l’unica volta che venne a trovarmi- però c’era una vasca in graniglia e quella fu determinante nella scelta. Dei tanti progetti, nessuno decollò; cominciammo a litigare e, l’anno dopo, la nostra relazione finì – oggi lo chiamo il mio periodo russo – mi ributtai allora di nuovo a capofitto nello studio, soprattutto Rachmaninov. Tania, alla fine, era riuscita a convincermi ad esplorare le melodie malinconiche dei suoi miti russi e fu la mia fortuna.
Sei mesi dopo vinsi un concorso internazionale e fui invitato a suonare alla Villa Lysis, sull’isola di Capri. Per me, che non ero mai stato in Italia, fu un’esperienza incredibile. Ne rimasi totalmente stregato: mi colpì tutto, il luogo, la luce, il culto della bellezza, l’eleganza delle persone. Fui alloggiato nella foresteria della villa dove era stato ricavato un mini appartamento completo di pianoforte a mezza coda e nel bagno, arredato con mobili d’epoca, ad attendermi c’era una vasca in stile neoclassico con piedi a forma di conchiglia. Mai in vita mia mi sentii così viziato come ospite e tanto apprezzato come musicista.
Il concerto purtroppo fu funestato dalla notizia dell’improvvisa morte di mio padre, stroncato da un infarto mentre rincasava dall’ufficio. Pronto a rinunciare a tutto, nei minuti che precedettero la mia esibizione, ebbi una drammatica conversazione telefonica con mia madre, la quale mi fece cambiare idea. Quella sera suonai disperatamente e quello fu il grande regalo di mio padre. Le critiche apparse sui giornali nel giorno successivo parlarono di un'interpretazione magistrale, straordinariamente ricca di pathos. Fui subissato di complimenti anche da parte dei colleghi più severi. Durante il viaggio di ritorno a Vienna ricevetti anche una telefonata di Tanja, una vera sorpresa che mi scaldò il cuore. Lei, che era sempre stata fredda e distaccata, riuscì quella volta a farmi commuovere e, alla fine, addirittura a farmi sorridere.
Esattamente tre anni dopo, all’età di 28 anni fui invitato a Basilea, al tradizionale festival di Giovani interpreti in programma nel prestigioso Stadt Casino. Quando ricevetti la notizia, realizzai di non essere più tornato né a Basilea né in Svizzera in tutti quegli anni e fui colto da una forte ansia. Nonostante ciò, giunto in città, fui più volte tentato di fuggire dal teatro per andare a vedere la casa dove avevo abitato da bambino; feci il conto degli anni e immaginai Frau Ilse come un’anziana signora, dubitai anche che potesse ancora risiedere nel luogo dove ci eravamo incontrati. Nel rivedere il fiume fui preso quasi da sgomento per l’emozione. Tutto era incredibilmente intatto e fermo nel tempo. Alla sera, sopraffatto dalla nostalgia, suonai in completo stato di trance il concerto n. 21 in Do maggiore K.467 di Mozart.
Al termine del concerto il pubblico attese qualche secondo in silenzio e poi scattò in piedi per applaudire con vigore. Al ricevimento che ne seguì fui avvicinato da un uomo dal volto familiare che non esitò ad apostrofarmi con un “Parli ancora svizzero o…” Incuriosito dalla domanda inconsueta, soprattutto dal tono confidenziale di quella voce mi bloccai per prestare maggiore attenzione e con mia grande sorpresa riconobbi Erik, storico amico d’infanzia – la sua famiglia abitava nella via parallela a Florastrasse – ci abbracciammo ripetutamente senza preoccuparci delle persone intorno, la mia agente austriaca mi guardò preoccupatissima e seppure in modo garbato cercò di dirottarmi altrove, probabilmente verso le persone più in vista presenti al ricevimento allo scopo di promuovere i miei futuri concerti, ma non ci fu nulla da fare, Erik seppe come rapirmi o forse fui io con una occhiata complice a far capire al mio amico che ero pronto a lasciare quel posto.
Afferrati gli ultimi calici di Champagne, ci facemmo spazio tra la folla, zigzagando tra camerieri in livrea, critici musicali, turisti giapponesi e canuti habitué delle serate musicali basilesi, in pochi minuti ci ritrovammo fuori dal teatro e da lì sulla riva del fiume, soli, ebbri l’uno dell’altro, felici di esserci ritrovati.
Un'enorme chiatta olandese carica di carbone sfilava sul fiume davanti ai nostri occhi mentre Erik ed io ci raccontavamo le nostre vite in quel modo concitato e caotico che normalmente è prerogativa degli innamorati. L’ultima volta che ho visto Erik, aveva 12 anni; ora è un uomo. A scuola – eravamo nella stessa classe – primeggiava in logica e matematica; gli insegnanti facevano a gara per portarlo come esempio; noi ragazzini “normali” nulla potevamo di fronte a tanto genio e ci inchinavamo mortificati, ma anche in ammirazione, immaginando il futuro radioso che attendeva il nostro compagno.
“La magia durò ancora qualche tempo, diciamo poco dopo l’università – mi raccontò Erik – quando venni reclutato da un’importante finanziaria di Zurigo e trascorsi un periodo negli States dove studiai da broker. Tornato in Svizzera, iniziai a fare la bella vita: avevo una villa sul lago, molti amici, una ragazza che mi voleva bene, sognavo da lì a poco di avere una famiglia, dei figli. Invece arrivò l’anno nero del crac finanziario americano e anche da noi scoppiò la bolla delle speculazioni e nel giro di pochi giorni perdemmo tutto. La mia vita cambiò. Gli amici mi voltarono le spalle, la mia ragazza mi tradì, caddi in depressione e passai lunghi mesi in clinica. Voglio dirti un'ultima cosa – continuò Erik – oggi, quando ripenso a quegli anni, sono grato di essere caduto in basso, mi sono come svegliato da un sogno o forse sarebbe più giusto dire ho visto per la prima volta il castello di illusioni che io stesso mi ero costruito e…”
“Ma ora cosa fai? Sei tornato a lavorare?” chiesi io timidamente.
“Sì, ma ho cambiato completamente ambiente, basta banche, basta filibustieri del mondo azionario… non posso rischiare di crollare un’altra volta. Ora mi occupo di risorse umane… ehm… Faccio il caregiver, mi prendo cura di una persona, una donna anziana, che vive proprio a due isolati da qui, in Florastrasse… al 12. Sì! Florastraße 12, la signora si chiama…”
“Brunner! Ilse Brunner…”
“Ma come, la conosci!?”
“Beh, ho abitato nell’appartamento sotto il suo per oltre dieci anni.”
“Adesso che me lo dici, lei mi parla spesso di un bambino che giocava sul retro, nel giardino…”
“Mi stai dicendo che parla di me?”
“A questo punto credo proprio di sì. Anche perché lei non ha figli, non più almeno. Il suo unico figlio è morto quando era piccolo, una brutta storia purtroppo, è annegato nel Reno…”
“Oh no, questa non lo sapevo. Chissà che dolore…”
“Di suo figlio Thomas non parla praticamente mai, di te invece...”
Ascoltavo Erik, impegnato nella sua narrazione; era inarrestabile, simile al fiume che avevamo davanti. Io, invece, ero immobile, quasi paralizzato dallo stupore; stentavo a credere di essere realmente protagonista di una coincidenza così straordinaria. Le emozioni mi travolgevano completamente. Sarei dunque tornato in Florastraße? Sarei tornato dalla leggendaria Frau Ilse? Stentavo a credergli. Per un attimo mi sembrò che tutte le esperienze avute in quegli anni non fossero state altro che un unico lungo cammino per arrivare là dove mi trovavo. Prima di tornare a casa. Erik, senza smettere di parlare, frugò nella tasca della giacca, tirò fuori un Brezel e fece il gesto di offrirmelo.
“E quello dove l’hai preso?” Chiesi io con lo stupore di un bambino al cospetto di un mago.
“Questo l’ha fatto Andreas Beck questa mattina. Ricordi le nostre fughe? Quanti Brezel riuscivi a rubare al vecchio Andreas, eh?”
“Ma com’è che ti ricordi tutte queste cose!? Passami subito quel Brezel, fratello, le tue storie mi hanno messo appetito…”
“Tieni, tieni. Dimmi piuttosto di te. Vedo che sei diventato un vero musicista, ma che bravo. Dai, racconta, dove sei stato in tutti questi anni?”
“Ti racconterò tutto, abbiamo tempo. Dimmi tu piuttosto, quando vai la prossima volta da Frau Ilse?”
“Ahhh… sei curioso eh?
“Si sente?”
“Ascolta, oggi è domenica, ci andrò lì domattina, potresti accompagnarmi… potremmo farle una sorpresa alla vecchia…” Rispose Erik sorridendo.
“Dici che gradirà?”
“ E me lo chiedi?”
Quando la mattina successiva mi recai in Florastrasse, cadeva una pioggerellina sottile; alle mie spalle, come sempre, scorreva il Reno, per un attimo credetti di essere tornato al tempo della mia infanzia. Mi sbagliavo.
Con mio disappunto, la casa apparve ai miei occhi più piccola rispetto a un tempo e nel complesso anche un po' dismessa. Nel piccolo giardinetto di fronte alla porta d’entrata c’era una bicicletta abbandonata e su quello che una volta era il mio poggiolo c’era un ombrellone e una griglia, cosa che trovai volgare, addirittura offensiva. Oltre al livello del tetto sbucava la chioma rigogliosa di un albero, segno che il noce piantato dal giudice Meier era cresciuto bene, tanto da superare l’altezza della casa; fu quindi quell’albero a darmi la misura del tempo.
Erik, che mi stava aspettando sulla porta d’entrata, mi guardò con espressione divertita, evidentemente si pregustava l’incontro tra me e Frau Ilse. Lo salutai distrattamente; ero bramoso di entrare in casa. Lui evidentemente capì e non iniziò uno dei suoi discorsi senza fine, limitandosi ad aprire la porta, lasciandomi passare. Salii la scala velocemente. Mi fermai un attimo di fronte alla porta della nostra casa. Si sentiva un buon profumo di pancetta arrostita. Notai sul pianerottolo una lunga fila di scarpe di diverse misure, segno che lì, ora, c’era una famiglia con molti bambini.
Proseguii e finalmente raggiunsi l’ultimo piano; Erik sfiorò il campanello, si udì un suono distante e dopo qualche secondo la porta si aprì. Frau Ilse, come per magia rimpicciolita, apparve luminosa più che mai sullo sfondo scuro del locale alle sue spalle, mi gettò uno sguardo e disse: “Piccolino, sei tornato?!”















