«Allora cosa avete deciso?» chiese Andrea gironzolando intorno ad Alberto Canestrelli, direttore della testata giornalistica Il Mondo Perfetto. Proprio come un moscerino instancabile.
«Io sono dei vostri, fidati» disse Canestrelli. «Avete già fissato posto e ora?»
«Il posto non è ancora certo. Pensavamo di fare un aperitivo.»
«Mi sembra un’ottima idea.»
«La Fabbri sarà dei nostri?»

«Non so» disse Nicola Verdi, fumettista. «Ci darà una risposta più tardi.»
«Spero non faccia la stronza» disse Andrea. «Non vorrà deludere le giornaliste. Dopo il team building di mercoledì staranno sbavando per creare un gruppo solido e determinato.»
«Sì, serve la collaborazione di tutti.»
«Lei pensa che la sua assenza verrà notata? Quanta importanza si dà!»

Canestrelli e Andrea, che aveva un diavolo per capello a causa dei dolori mestruali molto forti, decisero di andare alla macchinetta del caffè e approfittare del momento fiacco della giornata per fare una pausa ristoratrice. Cosa aveva di così particolare Andrea, tanto da renderla gradevole e simpatica alla maggior parte dei colleghi dell’ufficio?

Verdi la considerava l’unico vero essere umano all’interno di quella specie di giardino zoologico. Canestrelli aveva cercato di resistere, dimostrandosi inizialmente distaccato nel suo modo di porsi, e variando i suoi atteggiamenti a seconda delle circostanze. Ma Andrea gli incuteva un certo timore reverenziale, e, per quanto fosse lui il capo, non cedeva alla confidenza.

Andavano d’accordo e a Canestrelli piaceva parlare con lei e ascoltare i suoi racconti. Andrea era una donna forte e piena di esperienze alle spalle, che rendevano la sua vita interessante, almeno nelle storie assurde che inventava in continuazione. Non era però tipa da lasciarsi vincere dalla permalosità, anche se quando lui le mancava di rispetto, nei rari accessi d’ira prima che il numero del giornale fosse completato, se la prendeva più del dovuto. E questa era la quadratura del cerchio. Evidentemente lei teneva al giudizio del capo molto più di quanto non facessero tutti gli altri colleghi della redazione.

Andrea era piccola, minuta, con evidenti tratti di nanismo, i quali tentavano di devastare il suo aspetto, salvaguardato solo dalla carica emotiva che era capace di sprigionare attraverso i suoi comportamenti. La sua parlata aveva un accento indecifrabile, la sicurezza che trasmetteva la sua presenza era misteriosa. Non era mica poco. Se tra cinquanta zombi avesse vagato con tenue sicumera un essere umano, quello sarebbe stato Andrea Zanchetta, copywriter, correttrice di bozze e sconosciuta romanziera. Alle prese con le case editrici che avevano smesso di fare il loro lavoro come Dio comandava ed erano finite in una giungla di cui era diventato impossibile trovare l’uscita. Colpa della crisi economica, della crisi culturale, della crisi dei valori. E di altre centoventi crisi da cui il paese era sconquassato.

Ma il colmo era stata una foto che aveva cominciato a girare in redazione e che la maggior parte degli impiegati non aveva trovato di cattivo gusto. Nella foto, stampata su entrambi i lati, compariva la versione originale, in cui Andrea Zanchetta posava di fianco a due giornaliste che solitamente andavano in giro a fare le interviste, e la versione ritoccata al computer attraverso un preciso lavorio con cui la faccia di Andrea Zanchetta era stata sostituita da quella del piccolo Tattoo, che era Hervé Villechaize. Tattoo era un personaggio televisivo degli anni Settanta, protagonista della serie Fantasilandia.

Sulla differenza tra umanità e stupidità avevano concordato sia Verdi che la Fabbri. Ma per quanto riguardava Canestrelli, la storia era diversa. Lui era furibondo, era andato su tutte le furie, e ancora cercava i responsabili che voleva sbattere fuori dalla redazione con una pedata sul di dietro e con tanto di denunzia per diffamazione, violazione della privacy o molestie. A lungo Verdi aveva discusso sul fatto che le persone che incontravano quotidianamente al lavoro fossero specchi dell’imperfezione umana. Ma sulle imperfezioni fisiche bisognava davvero essere delle bestie per giocarci. E ora la natura del loro legame era cambiata. Perché erano subentrate la voglia di difendersi, di creare un ambiente di lavoro pulito, di dirsi tutto apertamente in modo da poter risolvere i problemi più stupidi e semplici della cerchia che intendevano tutelare buttando fuori le mele marce.

La signorina Fabbri soffriva di squilibri del sistema endocrino e doveva convivere con una scomoda quanto evidente obesità. Lo stesso Verdi si ritrovava divorato dalla parodontite e doveva evitare di sorridere apertamente. Sostituiva al sorriso smorfie o frasi di circostanza. Canestrelli aveva problemi alla pelle, spesso utilizzava il fondotinta durante le interviste. Soda e borace che curavano la pelle lo intrattenevano la sera a casa di fronte alla TV. Alcune giornaliste ritenute belle avevano avuto l’esaurimento nervoso e non avevano chiome voluminose.

Di fronte a tutto ciò, un’accennata forma di nanismo sarebbe dovuta passare sotto silenzio. E invece no. Così non era stato. «E dei nostri di difetti? Che ne facciamo?» aveva detto Canestrelli sempre più d’umore nero tanto più la sua ricerca si rivelava vana.

«La cosa più divertente è osservare tutte queste persone convivere con le stesse paranoie, cercare una vita normale, andare avanti e fare finta di niente, e poi entrare talmente nella parte da convincersi che il problema non esiste. È come osservare un insetto in trappola muoversi disperatamente alla ricerca della libertà, senza la consapevolezza di poter fare un solo passo.» «Sei cinico, Verdi» diceva Canestrelli. «Sei cinico e te lo ripeterò finché mi considererai tuo amico. E i nostri di difetti? Che ne facciamo dei nostri difetti?»

«Ce li teniamo, se non possiamo correggerli. E facciamo finta che non esistano, esattamente come fa chi mette in giro questi ridicoli scherzi che non sanno quanto possano fare male. Esattamente come fanno gli insetti in trappola. Pensa a quante persone decidono di vivere segregati per colpa di qualche imperfezione fisica e limitano il raggio d’azione per paura dell’insicurezza. Chi se ne frega! È solo un involucro che alla fine verrà gettato nella spazzatura.»

«Quella foto non è affatto spiritosa. È inaccettabile in un posto di lavoro rispettabile. Si guardassero loro come sono combinati.»

«Chissà se Andrea l’ha già vista» si chiese.

Di fronte alla macchinetta del caffè, Andrea Zanchetta, accomodata su alcune scatole di cartone, ascoltava Canestrelli raccontare di un sogno che continuava a fare da un po’ di tempo a quella parte.

«Mi trovo in una spiaggia che non ho mai visto prima, eppure ho la sensazione di esserci stato parecchie altre volte. Probabilmente questa spiaggia neanche esiste nella realtà. Comunque… dietro di me c’è una casa che pare disabitata. Il vento soffia sulle tende che si muovono in continuazione e da dove mi trovo, posso intravederle, così come, poco oltre, riesco a scorgere una porzione di un enorme letto sistemato sopra una pedana rialzata ricoperta di lenzuola bianche. Una donna sulla quarantina, conosciuta in paese, mi sta di fronte e mi osserva senza levarmi gli occhi di dosso. Un gruppo di suoi amici, poco distanti, aspetta silenziosi, ma nervosi, che lei li raggiunga. Noi non riusciamo a comunicare, non riusciamo a scambiarci una parola. Lei ha i capelli schiariti dal sole e una ciocca bianca di cui perde ogni tanto il controllo.»

Fece una breve pausa, come per riprendere un dettaglio del sogno: «Il viso abbronzato è rovinato da una cicatrice che parte dall’orecchio e che le arriva fino al labbro inferiore, da cui affiora ogni tanto una piccola stanghetta d’acciaio lucente che scintilla ogni qualvolta lei si intrattiene a giochicchiarci. Ha utilizzato un legnetto per scrivere sulla riva la frase carpe diem. Ho pochi secondi per riflettere. Devo agire o perdo l’occasione per sempre. Una cosa del genere non mi capiterà più, così penso. In quel momento mi accorgo di non riuscire a muovere nemmeno un muscolo. Persino i tentativi di parlare, dire qualcosa per farmi capire, solo qualche parola, risultano vani. Apro la bocca ma non esce niente, cerco di sforzarmi, di muovere un braccio per trattenerla. Niente. Nei sogni è impossibile muoversi a proprio piacimento. Lei va via, raggiunge gli amici, sparisce nella notte, e io lascio che la scritta venga cancellata dalla prima onda arrivata improvvisamente. Vedo sempre la sua immagine dopo ogni sogno in cui compaiono persone che non conosco. Ed è così reale.»

Canestrelli taceva e fissava il pavimento. «Mi capita di continuo di vedere immagini reali quando vado a letto e sono agitato. La prima notte che ho dormito insieme alla mia compagna, nella casa nuova, ho fatto un sogno assurdo e lei mi ha dovuto scuotere perché smettessi di urlare e mi svegliassi. Urlavo di lasciarmi, chiedevo che mi stesse facendo, e così via. Stavo sognando che lei mi tirava forte le dita e io non capivo per quale motivo. Per lei era inconcepibile che qualcuno si mettesse a urlare nel bel mezzo della notte. Quando si addormenta è impossibile svegliarla. Comincia a produrre un suono simile a un motore ingolfato in lontananza e io devo chiamare il suo nome per farle cambiare posizione e così andiamo avanti finché non prendo sonno. Per questo è meglio che sia io ad addormentarmi per primo. Lei era abituata a dormire con la musica ad alto volume. Figurati. Non vedeva l’ora di vivere con me. Sono sarcastico, naturalmente.»

«È assurdo pensare che arrivati a quest’età ci risulti inaccessibile la possibilità di vivere da soli. Condividere casa è alienante», disse Andrea.
Canestrelli annuì.
«Io non riuscirei a vivere a stretto contatto con qualcuno. Mi sembrerebbe di soffocare.»
Canestrelli fece una smorfia.
«Sai, ho visto la foto ritoccata», disse lei. Canestrelli cambiò completamente espressione.
«Non devi prendertela, sono solo ignoranti. Ma appena becco chi è stato, tranquilla che non gliela faccio passare liscia.»

«Lo so, lo so benissimo che tieni a me. È il loro modo di farti sapere che sanno che esisti, che ci sei, che fai parte della redazione. Ma non è facile da accettare. Diciamoci la verità, se anche mi fosse venuta la tentazione di dire qualcosa, che convenienza ne avrei tratto, alla fine, da un gesto privo di controllo?»
«I gesti non hanno mai una convenienza. Soprattutto quelli altruisti. Disinteressati. E basta.»
«Tu però mi stai difendendo» disse Andrea Zanchetta ridendo, come se non fosse importante.
«Già, ma questa è la mia redazione. Non è un gesto disinteressato. È il mio dovere.»

In quel momento, un giornalista, entrando, li interruppe timidamente. Attraverso pochi, incerti movimenti cercò di far capire loro che si scusava per il disturbo. Canestrelli aspettò che scegliesse la bevanda dal distributore e abbandonasse la stanza prima di riprendere a parlare. Erano entrambi in vena di confessioni. Andrea Zanchetta ne aveva una gran voglia. Nonostante i dolori fossero persistenti e la torturassero a ogni momento.

«Ecco una cosa che mi capita di frequente» provò a raccontare. «È una specie di percorso che intraprendo ogni volta che cambio lavoro. E forse questa cosa ti aiuterà a capire perché in fondo io non li disapprovo per lo scherzo della foto, ma cerco di giustificarli e di convivere con quelle che devo forzatamente considerare sciocchezze. Arrivo in una nuova struttura lavorativa e cerco di essere aperta. So che conoscerò nuove persone, e ognuno di loro sarà un mondo a parte, avrà ossessioni e idiosincrasie, e so che con queste persone ci dovrò convivere. Passi quelli con cui instauri un’amicizia, ma con gli altri devo tenere la situazione in mano, perché a furia di vederli, giorno dopo giorno, discussione dopo discussione, diverbio dopo diverbio, finisco per stufarmi di loro. Quindi qualche rapporto comincia a deteriorarsi e peggiora con il passare del tempo. Ma mi accorgo che quel rapporto, che per me è irrecuperabile, è come un cancro che ha cominciato lentamente a diffondersi verso gli altri rapporti; un solo rapporto malato incide su tutti gli altri. Per questo devo sempre evitare di isolarmi. Devo spendere energie e tempo per costruire qualche amicizia là dove posso, qualche sostegno che sia in grado di reggere il peso nel momento in cui la malattia inizierà il suo magheggio per arrivare a decretare la fine della mia avventura all’interno del posto di lavoro.»

«Questo, in genere, succede quando mi porto i problemi a casa. Arriva un momento in cui mi sembra che il gioco non valga la candela, che sia diventato asfissiante, soltanto che non si tratta di un gioco, ma del mio lavoro e della mia vita, e in quei momenti sento di non poter accettare più niente. Una specie di chiusura mentale. E comincio a farmi solleticare dall’idea di lasciare tutto e ricominciare daccapo da qualche altra parte. È un’idea che si fa sempre più insistente, fino a quando non posso tralasciarla, devo ascoltarla, assecondarla. E la mia vita assume da subito nuove connotazioni. Quello è il momento in cui faccio il pieno di ossigeno e mi sento viva per davvero. Se, però, sono arrivata talmente al limite da dover scappare, le scorie che ho accumulato, e che aspettano di venire espulse, sono una conseguenza che devo mettere in preventivo. Alcuni mesi dopo aver abbandonato il posto di lavoro, mi capita di vivere momenti in cui il cervello si concentra sui ricordi. Ricordo le persone che ho conosciuto, il modo di parlare con me, il loro odore, il modo di vestire. Le cose che dicevano solitamente in ufficio, le situazioni. Poi i sogni.»

«Mi capita spesso, diciamo, un anno dopo aver abbandonato il posto di lavoro, di sognare le persone, di riprodurre le vicende già vissute, sai, come per la scuola, quando magari hai terminato gli studi da sei, o dieci anni, e ancora ti sogni qualche professore che vuole interrogarti, che ti insegue fino al subconscio per farti sostenere l’esame di maturità che tu ricordi di avere già sostenuto. Allora ti vengono le paranoie sul fatto che devi riprendere a frequentare le lezioni e studiare per le interrogazioni, e quando ti svegli dici, porca miseria, meno male che è solo un sogno, perché non avrei retto a una cosa simile, un passo indietro di queste proporzioni, sarei impazzita. Insomma, una cosa di questo tipo. Sogno qualche ex capoufficio che si comporta come un professore, mi insegue e pretende qualcosa da me, allora so che le scorie di lì a poco verranno fuori, che sto spurgando e mi sto purificando.»

«Quando questo accade, la parte più triste del percorso è alle porte. È la parte finale. Penso sempre di aver agito troppo in fretta, di essere stata impulsiva. Magari avrei potuto aspettare, risolvere i problemi, sopportare i colleghi, impegnarmi di più, capire che quella poteva essere la mia vita, accettare gli eventi con maturità, invece di soffocare e fuggire. Anche se per me fuggire non è mai stato un problema. È un modo come un altro di cambiare le cose. Di andare avanti. La parte conclusiva è sempre la più fastidiosa: il ricordo romantico. Quando è passato tanto tempo, un anno e mezzo, fai anche due anni, e il ricordo dei luoghi, delle persone, delle vicende, è ormai trasfigurato. Penso a queste cose con nostalgia, e gli uffici e i miei ex colleghi, che avevo addirittura detestato, arrivano a mancarmi, e penso a loro come a qualcosa che ho perso.»

«Be’, questa è la parte ridicola della faccenda, perché mi basterebbe tornare per un minuto dentro quell’ufficio, o parlare per un minuto con la persona che detestavo, per rischiare di essere sopraffatta dalla nausea. Non so perché ogni volta faccio questo percorso, so solo che mi capita sempre più di frequente e che il percorso si ripete sempre uguale. Quindi, un giorno, quando lavoreremo in città diverse, sono sicura che non ti sognerò, perché ti voglio bene, ma penserò a te, e in un attimo di pura malinconia sentirò la tua mancanza. Di questo puoi stare certo.»

«Cavoli», riuscì a dire Canestrelli, sopraffatto. «È più di quanto potessi sperare. Loro non avranno la tua stessa sensibilità, ci mancherebbe, ma se consideriamo legittimo provare disgusto per ciò che rappresentano, per la pochezza delle idee, la loro piccola vita a cui si aggrappano come persone che non possiedono nient’altro, tanto più sarà legittimo il disgusto che provano nei nostri confronti al pensiero che non arriveremo mai, e oserei aggiungere per fortuna, ad abbassarci fino a dove loro si trovano ogni giorno.»

«Sì, esatto», disse Andrea Zanchetta sorridendo. «Come dire, a ciascuno il suo.» Giubilante di sé, Canestrelli si lasciò andare a un imprevisto slancio di affetto e abbracciò Andrea Zanchetta per tutto il tragitto che dalla macchinetta del caffè, lungo il corridoio, li riportava all’ufficio del fumettista.

Canestrelli poi tornò alla sua postazione, mentre Andrea Zanchetta, che lavorava solitamente nello spazio riservato ai giornalisti, si appoggiò per alcuni secondi alla parete divisoria del corridoio e guardando Verdi disse: «Non fare lo stronzo, capito. Cerca di convincere Fabbri che stasera sia dei nostri.»

«Devo pensarci su», disse Verdi. «Devo pensarci su», ripeté, senza levare gli occhi dalla tavola da disegno, ben sapendo che per la fine della serata sarebbe riuscito a inventarsi qualche stratagemma per evitare di chiamare la collega.