L’attesa non è stasi: è azione verso.

Nell’attendere si agisce sulla prospettiva.

Sapere che si può coesistere con un’idea e la sua possibile concretizzazione, ma anche semplicemente farlo credere. Donarsi uno spazio formativo per una propria visione o una visione di sé che per sua natura contenga una pluralità di intenti: sfondo ad immagini, definizioni e volontà.

Questo si esemplifica nella figura del mito di Penelope: essa attende Ulisse e compie il rito sociale della rappresentazione di un comportamento.

Omero detta l’estetica della condizione e il condizionamento avviene in lui che traccia le forme di questo legame tra la passione coniugale, il prospetto eroico della conquista e il ritorno blasonato e trafelato alla terra del cuore. Dietro a tutto… l’attesa.

L’accettazione femminile è alla base dell’intera operazione.

Un’unica narrazione per il ruolo di Lei e la traccia si imprime nella memoria collettiva come carisma della donna.

Tutto ciò non corrisponde però alla verità della natura umana e alla sua scala emozionale: l’opera di Omero possiede un suo taglio critico e da esso si può prendere la distanza e rigenerarlo donandogli una nuova proporzione, un nuovo respiro.

Da questo punto parte l’azione di Patrizia Fratus che è “Autrice” e come tale pondera le forme ed il loro eco lasciandole liberate persino da sé stessa, o per lo meno con l’intenzione di sconnetterle dall’obbligo di un’identità per assurgere all’infinito dell’esperienza: per questo ha creato Penelopi. Con la modifica di una sola vocale ottiene la moltiplicazione dell’eroina omerica e l’aggancia alla polifonica scala delle personalità che esistono al di là delle relazioni testuali e per il plurale della diversa fattualità che da esse germina. Fratus pone così l’accento sul concetto di dettato come forma univoca e misurabile per interrogarsi e interrogare su cosa sia la verità di una narrazione.

Esiste la Verità?

Cosa si può fare per tracciarla?

Dal momento che narriamo, diamo un punto di osservazione e dunque un’interpretazione, quanto più questa è ritenuta di interesse universale, quanto più la verità che sembra in essa trasparire si cristallizza in un modo e al contempo si calcifica nella pigrizia neurologica dell’umano che spesso accetta senza quesiti.

Oggettivare significa sapere che ogni corpo osservante può vedere sulla base dell’osservato e non solo su ciò che di lui è narrato.

Fratus diviene vettore del prospetto neutrale da cui il pensiero può liberarsi ed emergere nella sua personale criticità attraverso l’uso plurale della figura della sovrana di Itaca.

Chiede all’umano: “Tu cosa vedi? Non lo interroga su cosa sa, ma lo spinge a definire, come in uno specchio, con un suo medium tracciatore, ciò che la sua mente vede ed immagina.

Per fare ciò, ci ricorda che la consorte di Ulisse non vive la medesima sorte del compagno, ma per lei l’attesa diviene la quinta dove esercitare il suo ingegno di donna attraverso la sapienza registica che si dipana lungo la “trama” del suo filante operato di vita.

Ci rammenta che essa tesse e al contempo disfa, che opera per la sua natura, non per ciò che gli altri vedono di lei ma per essi intavola il teatro del consenso nel fare ciò che più si aspettano: devozione.

Da regina, non solo di un popolo ma anche di sé stessa, entra con intelligenza ed astuzia nella natura progettuale di architetto della volontà ogni volta che riparte da zero con la tessitura: come a dire che la sua sapienza del sistema le fa trovare, “nell’apparenza concreta” dei suoi gesti, lo spazio per la libertà di essere altro rispetto al dettato di ciò che il mondo esige. Questa trama di abnegazione coniugale infinita è solo un effetto ottico, in verità la costante è l’interruzione e il suo principio.

Agire di simulazione, per la benevolenza del pubblico, favorisce la sua visione. Attraversando l’ombra lunga del ricordo di Ulisse, si proietta nella luce cosciente di amministratrice della vita.

Non una, ma infinite sono le attitudini per affrontare un quotidiano che fa dell’attesa la tensione all’approdo e dell’approdo un sistema che non è “giunto”, ma diviene continuamente.

Fratus stabilisce che ognuno può essere un neutro tracciabile ma anche tracciante rispetto al tracciato e che collezionare pensieri significa trasformare: mutare le forme, non cessarle.

Fratus ci racconta che la morte, disvelata dalle elucubrazioni platoniche, è un pensiero soggettivo, non l’oggettiva presenza della fine che di fatto è solo sembiante coercitivo dell’esistere come unica possibile realtà. La parola trasformazione è di gran lunga più calzante al senso dell’esistenza: addizione, moltiplicazione, sottrazione, divisione e su tutto soggettività concorrono all’esperienza non alla sua fine. Ogni corpo ha un suo ingombro e un suo DNA, una fisionomia che di superficie si ammanta ma tradotta in termini atmosferici è sinfonica allo sguardo di ognuno e logica delle sue funzioni (l’occhio è l’organo direttamente collegato al cervello).

Fratus ci ricorda che dalla natura giunge l’escatologico ruolo che la coscienza svolge: noi, a differenza di tutte le creature del mondo, non nasciamo “imparati”, dobbiamo apprendere. Per apprendere ci sono due strade: una è accogliere e vivere secondo il dettato (che notoriamente parte dalla famiglia per poi dilatarsi ad altri sistemi e morali socialmente imposti), l’altra è sperimentale, ossia porsi nelle cose in simbiosi dialettica.

Patrizia, avvalendosi del mito che di fatto è parola, narrazione, ci propone la riflessione sulla fragilità del verbo rispetto alla sua confutazione pratica e ci chiede di osservare il mondo con occhi vergini. Una donna, un uomo sono tali nella loro volontà di riconoscersi eguali nelle rispettive differenze. L’essere umano è tale se costruisce la sua volontà con coscienza.

Se prendiamo il contenuto del narrato, esso porta in sé un giudizio, una posa, un suono la cui vibrazione possiede eco e memorabilia, discriminanti e gerarchizzazioni, comode o scomode e comunque poggianti sulla morale. Esiste di fatto una terza via tra la morale e l’immorale che è l’amorale, cioè l’immaginazione libera dal dettato che diviene la storia di noi privati di un racconto e delle sue norme ma viventi nella pratica perché essa si forma nel riscontro oggettivo che nasce dal confronto e dalla ponderazione.

Senza la morale si esce dalla parola imposta e si accede all’azione definitoria che è di ognuno, dove si costruiscono mondi possibili e si raccontano nuove storie e si creano nuovi scenari, passando dal sé collettivo al sé privato e viceversa. Nell’agire “amorale” il pensiero non possiede binari o barriere, ma poggia sulla non conoscenza e sull’immaginazione che si compone e si arricchisce, definendo le forme attraverso la loro libera lettura e trasformandole in soggetti puri di confronto intimo, uscendo dal conforto dell’ecumenismo sociale. Nella storia dell’uomo, linearmente dettata, è dunque la morale che porta al “Violare”.

Questo fattore aumenta la sua planimetrica estensione domiciliare, nel tempo presente, in quanto si innesca la forzatura dei ruoli come modelli del dettato.

Oggi siamo ad un punto apicale di questo fenomeno perché l’eterico ha conquistato il concreto esperire e le forme sono sempre più statiche e ossessivamente perpetuate dalla piantumazione tecnologica: condivise non nel tempo ma attraverso la simultaneità che è il nuovo tempo, il modulo del pensiero unico.

Tutto è prodotto dall’industrializzazione della mente. Catene di montaggio che costruiscono le tessere formali dell’uomo per come deve essere. Fuori da tale schema vi è la più infima delle confidenti: l’alienazione, fertilizzante della frustrazione e sue derive.

Fratus invita a riflettere sul vasto ed infinito universo dell’umano come progetto autonomo di spinta relazionale e pone al centro del suo operato la guerra tra i generi come la più atavica della storia. Femmina e maschio, maschio e femmina stressati dalle forme imposte, dal come devono essere.
Cos’è l’uomo?

Cos'è la donna?

Cosa siamo nell’atto di pensarci? Noi, oppure ciò che ci hanno detto?

Il temperamento dell’io deve penetrare la certezza, farla deflagrare ed erotizzare il personale archetipo dell’identità perché si torni a circolare non a correre. Perché si lavori sulle curve che di fatto ci permettono di disvelare che l’esistenza è a spirale, che ci “ri-guarda”, ci “ri-volge” canti che per la legge del suono e sua natura, hanno “ri-verbero”: tornano e circolano donandoci nuove emozioni e ricchezza immaginativa di noi. La traccia è interpretazione, verità e relativismo, accettazione del principio o sua violazione, ma anche bacino infinito della spinta ad immaginare: saperla non significa conoscerla e condividerla.

Ogni affermazione ha un suo plurale. Nel plurale di una definizione vi è l’insieme delle sue lettere, ma anche il più di una forma.

Patrizia Fratus ha posto, con Penelopi, la germinazione anatomico-oculare di un cervello liberato che chiede di definire per ciò che è, non per ciò che deve essere, in un oltre che supera ogni dettato dell’osservante per riporre al centro l’osservato e chi ne fruisce, nel potenziale immaginativo che è di ognuno.