Nel 2019 il critico d’arte contemporanea e scrittore Stefano Chiodi pubblica per i tipi di Quodlibet un breve saggio che ha il merito di riattivare l’attenzione su un tema estetico importante: Genius loci. Anatomia di un mito italiano.

L’autore collega la dimensione estetico-linguistica-ermeneutica indicata da questo termine ad un certo tipo di “modernismo fascista” quanto all’operazione della Transavanguardia di Achille Bonito Oliva (A.B.O.) che inizia con la sua mostra appunto “Genius Loci” ad Aci Reale, nel 1980. Nome e data emblematici per il suo voler chiudere il tempo delle ideologie avanguardistiche artistiche per un “ritorno al reale”.

A mio parere, invece, questo saggio, ancora pubblicato, indica una tipica espressione del lato oscuro del genius loci italiano: il vezzo masochista dell’anti-italianità (unico nostro lusso possibile, per l’autore), un certo provincialismo finto-progressista, supino e ancillare, servilmente all’esaltazione di un retorico globalismo. Non a caso questo saggio si conclude con una “sbrodolata” elogiativa del dito medio di Cattelan davanti alla Borsa di Milano.

In quest’opera provocatoria Chiodi ci vede e stravede persino riferimenti all’arte romana antica e di tutto e di più, mentre chi scrive vi vede solo il piegarsi di un artista all’onnipotenza della Finanza: non a caso il digitus infamis non è rivolto verso il potere (la facciata del Palazzo), ma verso chi guarda; verso di noi! Detto questo, non concordo assolutamente con la dura critica che Chiodi rivolge ad A.B.O. e l’appoggio incondizionato a Germano Celant nel suo rifiutare con disprezzo come “anacronisti” e “neomanieristi” tutti gli artisti figurativi o non conformi ai dogmi del globalismo estetico elitario e di massa.

A.B.O. realizza un’impresa straordinaria che tutto il “sistema Italia” avrebbe dovuto appoggiare: l’ultimo movimento artistico importante italiano; cioè la Transavanguardia. E la sua idea di riprendere il concetto antico di genius loci mi sembra veramente geniale per sintetizzare l’urgenza di una nuova istanza connettiva, identitaria, vitalistica. Non è l’Italia unica al mondo per la sua iquesti carismi non dovrebbero avere luogo nell’arte?

Il saggio di Chiodi fallisce pienamente nel suo provincialismo anti-italiano, ma non perché sceglie dei valori piuttosto che altri (sempre opinabile), ma per motivi oggettivi dati dall’incorrere in tre tipi di fraintendimenti ermeneutici. Eccoli:

  • confondere la coscienza nazionale e l’identità nazionale con il differente tema del genius loci. Chiodi ripete la vecchia critica radical chic contro il lato stereotipale e folkloristico del tema dell’“italianità” in quanto identità fittizia e onirica (seguendo Arbasino), dimenticando che i canoni del globalismo artistico sono ancora più fittizi e artificiali (in quanto quasi del tutto mediatici-virtuali) di ogni idea di coscienza nazionale, italiana o meno. Detto questo appare evidente che il genius loci è un carisma territoriale e particolaristico, quindi non c’entra nulla con le grandi sintesi culturali e storiche collettive quali sono appunto le percezioni identitarie nazionali.

  • Il genius loci esiste, non è solo un’invenzione di marketing culturale-politico fascista o di A.B.O., ma corrisponde ad una dimensione mitografica attestata e persistente quanto ad una dimensione antropologica ed ermeneutica archetipale ed esistenziale. Un daimon localizzabile, cioè un’intensità persistente, stabile, riconoscibile. Che vi sia una componente di invenzione e di artificio in questo concetto non è anomalo perché in ogni ermeneutica come in ogni tipo di arte vi è appunto una componente fittizia, illusoria, proiettata. L’arte è anche sempre artificio, artigianato, plasmazione e trasfigurazione di materiali, quindi non c’è nulla di strano o ideologico nell’accettare anche una dimensione identitaria, territoriale e carismatica nelle opere d’arte. Id-entità deriva dal greco-sanscrito id che significa visione, cioè un vedere che è conoscere-partecipare e l’arte è visione e partecipazione.

  • Il terzo fraintendimento di Chiodi deriva dal confondere il genius loci quale fattore ambientale che influenza un’artista o una sua opera con il “genius loci” quale tratto espressivo ed essenziale di una singola opera d’arte. Mentre questo autore non può non riconoscerne l’esistenza nell’ambito dell’architettura e del paesaggio, non si capisce perché lo detesti e demonizzi nel campo delle arti visive.

Genius loci indica un qualcosa di sacro, di misterico, di magico, di esperibile intuitivamente, quasi sciamanicamente, sia nel reale che, ermeneuticamente, in qualsiasi tipo di opera d’arte. Un fascino magnetico, centripeto, autogeno. Tutto quello che più si oppone al processo di omologazione e conformazione amato molto da molti critici d’arte. Ci può essere qualcosa nella realtà che non abbia a che fare con l’arte? Anche in considerazione del fatto che spesso questo concetto viene usato in realtà in senso metaforico per quello che possiamo chiamare “carisma autoriale” con le sue istanze di autenticità e di riconoscimento.

Il tema del genius loci possiede antiche e nobili origini: la nuova mitologia romantica del popolo come reazione all’Illuminismo, le dimensioni cultuali all’interno dell’archeologia, i processi ritornanti e invarianti nelle morfologie espressive come le pathosforme di Warburg.

I fraintendimenti di Chiodi emergono in evidenza dalle citazioni del suo saggio: La disperazione dell’artista di fronte alle rovine di Füssli, il Pesce in schiena del mare Adriatico di Enzo Cucchi (1980), un dettaglio del portico dell’Annunziata di Firenze, l’Alfa Romeo di Pasolini, la provocatoria mano in saluto romano di Picasso del 1949 come copertina della monografia delle sue sculture, il celebre fotogramma surreale della statua di Cristo in volo nell’incipit della Dolce Vita di Fellini.

Insomma: nulla che c’entri con il genius loci! Se tutto nell’arte è immaginario perché dovremmo trovare in un’anti-italianità di maniera (mero conformismo ideologico e provinciale) “l’unico genius loci possibile” come sostiene Chiodi? Se l’Italia è una colonia sub-statunitense, perché non abbiamo imparato dalla lezione di A.B.O. che restava nel “villaggio globale” dell’arte, ma da italiani, non da servili succubi spaesati?