Tutti i milanesi hanno una dimora di prestigio, anche quelli che non si possono permettere nemmeno un buco qualunque perché la città sta diventando sempre più un’enclave per straricchi. È la dimora in via Manzoni lasciata loro in eredità da Gian Giacomo Poldi Pezzoli d’Albertone (1822-1879), non per il dipanarsi fortuito degli accadimenti dopo la sua morte, ma per una decisione da uomo colto e, soprattutto, munifico: il Museo Poldi Pezzoli, confidenzialmente “Il Poldi”.
La padrona di casa indiscussa è la dama del Pollaiolo, dal profilo aggraziato e sempiterno, la padrona di casa che assicura la continuità dei giorni, affascinante pure lei, per non sfigurare, è Alessandra Quarto. Dama dallo sguardo determinato, una laurea in Architettura, dal 2003 al 2011 ha lavorato al Polo museale napoletano, dove si è occupata dei progetti di allestimento delle mostre, dei riallestimenti degli ambienti storici e di tutti gli eventi connessi alla tutela e valorizzazione di Capodimonte. Mentre dal 2016 al 2021 è stata vicedirettrice della Pinacoteca di Brera di cui ha progettato e coordinato l’intero riallestimento.
Il fondatore del Poldi era un raffinato collezionista e aveva pensato questa casa già con il ruolo di un museo per la crescita culturale dei giovani dell'Accademia, degli artigiani e della comunità, quindi con un disegno e una visione molto chiari. Nel suo testamento si legge ‘a pubblico beneficio’ – spiega Quarto –. Questo atteggiamento generoso ha creato un legame fortissimo con i milanesi, così le élite costituite da famiglie di imprenditori e dall’aristocrazia sentono di dover restituire qualcosa. Infatti il museo riceve ancora tante donazioni di intere collezioni, o anche solo di un oggetto.
Poi siamo al centro di Milano, in un posto magico.
Per chiunque, dicevamo.
Sì, si presta a essere un luogo dove le persone si incontrano, si confrontano. Io sono qui da tre anni e ho, abbiamo, cercato di renderlo anche uno spazio in cui non si viene solo ad affrontare temi che riguardano la storia dell’arte. L'idea è stata proprio quella di discutere anche dell’attualità, in modo tale da avvicinare persone che normalmente non visiterebbero il museo ma che, magari per partecipare a un dibattito, si trovano in un palazzo di meraviglie, uno scrigno con una collezione eterogenea: dipinti, sculture, armi, armature, tessuti, oreficerie, porcellane, orologi.
Veramente un mondo straordinario creato con un'attenzione particolarissima da Poldi Pezzoli per il suo appartamento che doveva poi essere aperto agli altri. Non a caso il Poldi è stato un modello per il Musée Jacquemart-André, la Frick Collection, l’Isabella Stewart Gardner Museum. Isabella ha visitato la casa di Gian Giacomo e ha scritto "Vorrei poter realizzare a Boston qualcosa di molto simile".
Con le aperture l’esclusività si è un po' smorzata?
È impossibile, forse, da smorzare. E non c'era quella volontà, ma quella di rendere il museo contemporaneo per poter parlare a una società che è cambiata. Rispetto al passato, significa dare degli strumenti alle persone per poter venire. Quando ho fatto una sorta di intervista al pubblico prima di arrivare qui, per capire un po' il posizionamento del Poldi, è emersa con forza, da parte di chi non lo visitava, una sensazione di inadeguatezza: “È per gli storici dell'arte, per i conoscitori”.
Invece si può mantenere alto il livello di rigore per gli studiosi, per gli appassionati, e trovare anche una modalità più divulgativa e questo però non significa screditare dal punto di vista scientifico il contenuto, ma cercare di renderlo accessibile anche per chi non ha frequentato l’università di Storia dell’Arte.
Così abbiamo iniziato a pensare a dei podcast, con uno storytelling degli oggetti che incuriosiscono per le storie che ci sono dietro; a un QR code per gli approfondimenti, dato che in una casa-museo lo spazio è ristretto e le didascalie devono essere ridotte. Ma oggi la tecnologia ci dà la possibilità di poter approfondire e di avere dei pannelli di sala un po' più ricchi di racconto. Chi di noi non ha uno smartphone?
E la mappa del museo dietro la quale abbiamo scritto “esplora in libertà”. Il visitatore-attore si sente libero di girare secondo le sue affinità, però, negli studi sull’accessibilità, viene fuori che compie un'esperienza perfetta quando si sente facilmente orientato.
La prima cosa è stata ascoltare chi viene e chi non viene per sapere perché non viene e adottare delle strategie giuste. L’ascolto funziona.
Come avete fatto ad ascoltare chi non viene?
Abbiamo dei servizi educativi che spesso esplorano i quartieri periferici, per andare fuori dal quadrilatero, da questo mondo elitario, e portano nelle biblioteche municipali le brochure dove vengono pubblicizzati i nostri laboratori e le nostre attività. Chiediamo: “Lo conoscete? Come mai non lo conoscete? Ne avete sentito parlare? Che cosa vi piacerebbe ricevere da parte di un museo così particolare?”. Abbiamo fatto in questi anni anche degli esperimenti per i nuovi cittadini di Milano per iniziare a far capire un po' la cultura del posto dove sono arrivati, la sua storia, con un linguaggio semplice. Per chi all'inizio non conosce bene né la città né la lingua.
L’esperimento, AscoltaMi, con il “mi” di Milano, era in collaborazione con dei mediatori culturali che avevano degli approcci in queste comunità. Per noi l’accessibilità non è soltanto fisica, ma anche linguistica, visiva, per il tipo di didascalie, e sensoriale, abbiamo fatto dei percorsi con dei supporti per gli ipovedenti, perché è importante allargarsi sempre di più, non escludere nessuno. Milano fino a oggi tendeva a non escludere nessuno, ma in questo momento è diventata una città complessa a livello economico. I ragazzi che vengono a studiare, per esempio, non trovano una stanza perché il costo dell'affitto è elevato e fare la spesa costosissimo.
Tendenza Londra?
Abbastanza. Ed è un tema di cui si discute, sappiamo che è l'altra medaglia di questo super lancio di Milano a livello europeo. È vero, qui ci sono le opportunità… però quando vado a Napoli a trovare i miei genitori penso a chi ha lo stesso stipendio, magari di dipendente delle pubbliche amministrazioni: a Milano fa fatica, a Napoli ancora riesce a fare qualcosa.
Qual è l’opera legata al tuo cuore? È la stessa amata dai visitatori?
Intanto in una collezione così straordinaria, Poldi Pezzoli aveva scelto tutti i pezzi con il criterio della unicità, avendo i mezzi per farlo, tutte le opere sono di grandissima qualità. Quelle iconiche per il pubblico sono principalmente Il ritratto di giovane donna del Pollaiolo, La Madonna del libro e Il Compianto sul Cristo morto di Botticelli.
Io, in special modo, mi sono legata al ritratto del Pollaiolo quando l'anno scorso abbiamo deciso di fare il restauro dal vivo, sotto gli occhi dei visitatori, dando la possibilità a tutti di scoprire che cosa significa prendersi cura del patrimonio e quindi sensibilizzare i ragazzi che, se non lo conoscono, non lo rispettano.
Avvicinandoci a questo capolavoro con la lente del restauratore ne abbiamo scoperto i particolari più incredibili, la materia, i pigmenti. Il disegno preparatorio è venuto fuori da una serie di indagini eseguite ed è eccezionale. Dettagliatissimo. Abbiamo fatto delle macro fotografie dalle quali si capiscono la perizia e la mano straordinaria del Pollaiolo. I capelli, il velo. Il lapislazzulo! Il cielo, che ormai era di una tinta virata sul verde, ha riacquistato i suoi colori originari. Vedere da vicino ogni singolo pelo del velluto della manica è davvero una scoperta della capacità sbalorditiva di questo artista del passato.
Oggi le indagini diagnostiche non servono solo a stabilire il grado di salute e di conservazione dell'opera e a dare indicazione al restauratore, ma sono utili per la ri-attribuzione. Studiare il pigmento significa anche datare con certezza quell’opera e il museo, ce lo diciamo continuamente, ha come primo obiettivo la ricerca, lo studio, la cura delle collezioni.
Vorreste ancora più visitatori?
In un museo così intimo, non vogliamo assolutamente grandi numeri che sono anche difficili da gestire. Il nostro obiettivo è far tornare le persone che vengono. Infatti alcune attività che abbiamo mandato avanti quest'anno si chiamano quality time: vieni al museo, fai con noi delle esperienze di lettura, di scrittura, ci sono vari laboratori, anche momenti per le neo-mamme con i bambini, in collaborazione con le psicologhe dell’Humanitas. Sappiamo che per una donna è una fase difficile, no?
Facciamo in modo che le persone scoprano la contemplazione, un esperimento riuscito è il Silent Book Party: vieni qui col tuo libro e dimentica gli smartphone e tutto ciò che è connessione. Un'altra attività che è andata molto bene è stata la mezz'ora in pausa pranzo con un’opera. Il Poldi chiudeva da mezzogiorno alle 14 e anche il sabato e la domenica. Già è un museo che chiude alle 18 e i professionisti che sono al lavoro non possono venire, se poi chiudi nella pausa pranzo a Milano, in via Manzoni… Sono arrivata a gennaio e a marzo abbiamo riaperto: è stata la prima cosa che ho fatto. La mezz'ora con un'opera raccontata da un curatore è una formula bellissima, sempre seguita con attenzione. È un’evasione, no? Invece che stare con il panino davanti al computer. Ha funzionato tantissimo e devo dire che altri musei hanno iniziato a farla.
Il restauro “dal vivo” di uno dei capolavori più amati della collezione ha permesso ai visitatori di osservare da vicino le fasi di restauro della Dama - Ritratto di giovane donna - di Piero del Pollaiolo, direttamente all’interno delle sale espositive.
Anche la direttrice fa la pausa pranzo artistica?
Per me è difficile. Però, vivendo qui dentro - arrivo alle 8, vado via verso le 18.30 e, se ci sono presentazioni, la sera non so mai a che ora - quando ho un attimo, salgo, giro, mi fermo, guardo. Se mi accorgo che un visitatore ha bisogno di fare una domanda, inizio a chiacchierare, a capire. Il confronto con qualcuno è sempre un momento di arricchimento che ti apre la mente. Fondamentale.
Questo mi viene molto dalla scuola napoletana dove l'allora direttore Nicola Spinosa diceva sempre: "Non considerate chiuso un progetto che state portando avanti, sarà aperto alle modifiche fino all'ultimo minuto perché raccontandolo, parlando con altre persone che hanno diverse professionalità, diversi sguardi sulle cose, non può che arricchirsi”. Ed è vero. Infatti, un aspetto che mi sta a cuore è la collaborazione con gli altri musei.
Da quando sono al Poldi abbiamo fatto una mostra con la Frick Collection e la National Gallery di Londra, l'anno scorso una con il Louvre, legata al Rinascimento lombardo, su Andrea Solario, quindi radicata sul territorio. L'idea è quella di valorizzare la nostra collezione e, con l'occasione di una ricerca, ci apriamo ai curatori internazionali in modo tale che possano portare uno sguardo diverso, e questo ci ha consentito, soprattutto con la mostra su Piero della Francesca, con la Frick, di riposizionarci anche a livello mondiale.
Nel 2027 ne organizzerete un’altra con il Louvre?
Sarà una celebrazione di Milano, città della produzione del lusso nel 1500. Oggi Milano è la capitale della moda e del design perché lo è già stata. Tutte le corti chiedevano agli artigiani milanesi di produrre per loro oggetti, armature, tessuti preziosi: ci sono le vie degli orefici, degli armorari, degli spadari. Nel caso di Piero della Francesca le opere erano dirompenti, questa esposizione sarà, invece, un percorso: non è mai stata fatta a Milano una mostra che ne celebra, appunto, l'altissimo livello dell’artigianato.
Lasciamo l’ufficio per una passeggiata fra le sale?
Magari.
Giusto per dare un’idea. Queste sale dei pittori lombardi erano bianche, un po' tristi, con gli sgabelli di plastica. Abbiamo rifatto le porte come erano in passato, recuperato gli arredi come ce l'aveva Gian Giacomo, abbiamo schiarito e dato un colore. Con un'attenzione alle opere. Non c'è confronto proprio. Questo altorilievo straordinario, Il matrimonio della Vergine, era messo lì, sopra un cassone, molto in basso, senza luce. Oggi è più in alto, illuminato, e si vedono le cromie con l’oro, il verde, il rosso che nessuno aveva notato.
Ed ecco la sala della mitica Dama. La rimetteremo a posto, a cominciare dal lampadario che, francamente, è assurdo, impattante e non fa nemmeno una buona luce. La nostra (sosta davanti al Pollaiuolo n.d.r.) era una giovane donna fiorentina che doveva andare in sposa e sfoggiare lo status della sua famiglia: la stoffa dell’abito, i gioielli, le perle, erano tutti oggetti della dote. Tra l'altro le maniche erano allacciate perché venivano utilizzate su più vestiti per la preziosità del tessuto. Perciò si dice “un altro paio di maniche”.
Questa altra sala l’abbiamo riallestita in seguito all’importante donazione da parte di Giovanna Zanuso del capolavoro di Gian Paolo Panini Interno del Pantheon, del 1743. Manca Il Prato della Valle del Canaletto, bellissimo, che adesso è in prestito alla Fondazione Cini, uno dei pezzi da novanta della collezione. Qui il sublime Gondole sulla laguna (Laguna grigia) di Guardi.
La passeggiata nell’incanto continua.
Questa è La Vergine leggente attribuita ad Antonello da Messina. Con le indagini diagnostiche abbiamo visto che sotto c’è un San Michele Arcangelo perché la tavola era stata riutilizzata due volte. Non erano pentimenti, ma proprio un riutilizzo.
Entriamo nello studiolo, sopravvissuto, insieme allo scalone al bombardamento dell’agosto 1943. Il soffitto è tutto in foglia d'oro e siccome non era illuminato ci siamo inventati queste piantane che non disturbano e mostrano ai visitatori che splendore avesse in mente Poldi Pezzoli.
Un’altra novità è stata togliere una tenda e far vedere la scultura di Lorenzo Bartolini Pirro precipita Astianatte dalle mura di Troia che è sempre stata lì sulla terrazza, ma che nessuno conosceva. È bellissima, veramente: l’abbiamo appena restaurata e illuminata, per cui la sera c’è un gran colpo d’occhio. Ecco la firma della fonderia.
Era stata messa qui per poter essere vista da Via Manzoni, poi il ristorante di sotto ha ricevuto il benestare della Soprintendenza per alzare un'enorme pensilina per cui la scultura non si vede più. Io ho fatto il sovrintendente e conosco l’ambiente. Ci sono sovrintendenti che ti rompono le scatole al punto che non puoi neanche vivere. Altri…
Abbiamo restaurato questa penna perché era della mamma di Gian Giacomo e l'abbiamo voluta rimettere in sala. Finalmente è a posto anche Luca Giordano con i napoletani: abbiamo rimesso un arazzo che era in deposito, ricreando un po’ l’atmosfera.
Ah, le collezioni di orologi, quella di Falk. Le porcellane. Insomma, non sembra, ma sono tante sale. Si ha l’impressione che il Poldi sia piccolo, ma non è vero. Certo, è piccolo rispetto a Brera. A proposito di relazioni con i grandi musei: adesso prestiamo una cera agli Uffizi per la mostra sulla ceroplastica. Il cui titolo è Cera una volta.
La Sala d’Armi, al pian terreno, è stata ideata nel 2000 dallo scultore Arnaldo Pomodoro e ospita la collezione di armi e armature antiche del Poldi Pezzoli, una delle più importanti in Europa.
C’era una volta, e c’è ancora, il Poldi Pezzoli. Una favola.















