Il sale di Armonia, figlia di Venere e di Marte.

(Fabio Fazzari, Il rito di Isacco)

Mercurio, materia prima, imbiancamento.

(James Hillman, Psicologia alchemica)

In realtà la forma che è l’intelletto umano
è l’inizio, la metà e la fine del processo;
è resa visibile mediante il colore giallo.

(Dorneus, Philosophia Chemica)

Due sono i dettagli che mi ipnotizzano quando contemplo uno dei ritratti più suggestivi del Parmigianino: la cosiddetta Schiava Turca (Parma; Complesso monumentale della Pilotta) ritraente una dama di alta società del suo tempo, non certo turca ma con un copricapo che ricorda il “mazzocchio” leonardiano che, con il tempo, assunse un senso vagamente orientale nella comune percezione.

Due sono i dettagli a mio parere essenziali in quest’opera allusiva e misteriosa: gli occhi e il Pegaso alato che ne sigilla il copricapo. C’è un filo rosso che li unisce? Sì, e lo troviamo ovviamente nella mitografia greca. Pegaso nasce dal sangue di Medusa, amante di Poseidone, decapitata da Perseo per poi divenire il “cavallo degli eroi”, essendo cavalcato anche da Bellerofonte, mentre Mantegna ce lo mostra condotto da Hermes sul Parnaso delle Muse. Un animale che unisce le essenze delle acque primordiali a quelle dell’aria, dell’etere (suo antenato titanico). Antonino Liberale nelle sue Metamorfosi ci mostra un Pegaso inviato da Poseidone a fermare con un colpo di zoccolo una crescita del parnasico Elicona dagli abissi in quanto il monte crescendo stava diventando eccessivamente esagerato, sfidando il cielo.

Poseidone è anche infatti il nume degli abissi, dei fondali invisibili, dal sottoterra acqueo da cui sorge la terra stessa, più che delle acque come oggi le conosciamo. Un animale mitico quindi non estraneo anche a sensi e processi cosmotetici e stabilizzanti. Pegaso quale emblema appare quindi naturalmente allusivo in senso alchemico proprio per questa sua natura ibrida, borderline, unitiva. Da un certo punto di vista Pegaso unisce due polarità complementari di Poseidone e di Medusa: il primo quale discendente di Urano e la dea iperborea serpentina quale discendente di Etere. Non a caso la testa di Medusa sarà poi ripartita nell’Egida fra Zeus e Atena.

Nel copricapo ciclico-ourobico della Dama del Parmigianino il cavallo alato appare in una forma trionfale: rampante, posto al centro e al culmine del capo nonché inscritto in un cerchio aureo-solare. Il dipinto potrebbe chiamarsi più a ragione: “il trionfo di Pegaso” e la dama che lo reca appare sottilmente saggia quanto seduttiva come una novella Medusa. Il “turbante” appare scandito da più linee dorate concentriche che sembrano irradiarsi dal centro pegaseo, la mano mostra l’indice e il medio ravvicinati e tiene fermo un ventaglio di piume bianche. Il vestito mostra colori freddi, blu-argentei.

Lo scialle riprende i colori del turbante. Il ventaglio unisce nelle sue sfumature entrambe le polarità cromatiche: azzurre e arancio e potrebbe alludere alla sintesi trasmutatoria tra volatile e fisso, tra aria e terra. Questi colori mi ricordano quelli di un celebre cameo di Alessandro Magno con le corna di ariete di Amon Ra, citato anche dall’esperto di alchimia Fabio Fezzaro nella sua opera: Il rito di Isacco (Mimesis).

Bianco, azzurro e l’arancio proprio del sardonice (Ap.21,20) ritenuti da questo autore segni allusivi dell’opera ermetica. Lo sguardo intenso e ipnotizzante della Dama/Medusa s’irradia con il trionfo di Pegaso e il doppio cerchio delle linee calde (scialle e copricapo) rinviano alle forme del magnete, ai suoi giochi curvi e doppi. Freddo e caldo, acqueo e igneo, mercurio e zolfo in perfetto equilibrio e il ventaglio fermo segno di questa reciproca compenetrazione. È la Diana alchemica questa dama che sembra alludere a segreti e misteri? Stiamo contemplando un emblema della citrinitas, della xanthosi?

E non è l’azzurro segno dell’eros, del fuoco celeste o alchemico come ricorda James Hillman nella sua celebre opera sulle valenze archetipali dei colori? Non facile il riportare ad unità un complesso così ricco di allusioni, aure e carismi. Certamente la Dama che mostra Pegaso sulla sua fronte potrebbe anche evocare i sensi dei culti femminili più antichi della Grecia; cioè la dea che “genera gli eroi”, come ben chiosò J. Bachofen nella sua celebre opera: Le madri e la virilità olimpica dove l’autore coglie lo snodo epocale e mitografico fecondo dato da un momento di equilibrio e alleanza fra i culti pelasgici e asiatici e i culti maschili dorici.

La “Dama Pegasea” è la dea che crea e plasma gli eroi per investitura o per contrapposizione e che assume le più varie forme di manifestazione: Nemesi, Hera, Gea, Nefele, Medusa, Onfale, Pentesilea e Pegaso non a caso appare sua manifestazione iniziatica e ancillare. È Pegaso che fa di Bellerofonte e di Perseo un eroe importante per l’Ellade, come la stessa migliore pittura mitologica europea celebra: dal Tiepolo a F.Leighton, dal Mantegna fino a T.Van Thulden. Pegaso mostra tramite la propria genealogia assai illustre, ricca e potente l’esigenza spirituale di ricomporre in unità le stirpi dei Titani maschili e femminili usciti dall’Uovo del Khaos.

L’ammiccante Dama di Parmigianino irradia nel suo profondo e dinamico equilibrio cromatico-compositivo un’aura di indipendenza e sovranità autosufficiente animata da una luce che s’irradia dall’alto e dal cuore riportando in tranquillità speculare le “acque” superiori e quelle inferiori in un’allusività cosmica e neo-edenica tanto biblica quanto greca. La stessa erronea denominazione del dipinto sembra tuttavia comunque acutamente evocativa in quanto è proprio in Asia Minore che appaiono attestati ancora in epoca romana gli ultimi culti femminili e cibelici dell’antichità: la Pessinunte di re Mida con il suo tempio della Magna Mater da cui proveniva uno dei sette Pignora Imperii di Roma: un ago/lingua di pietra nera.