L'art est une lettre d'amour. Ce peut être un cri désespéré. C'est toujours un appel à la tendresse humaine.
Queste parole, scritte da Claude Rahir in una calda sera di Tokyo mentre osservava la sua torre appena terminata, sono la chiave per comprendere l'intera vita e opera di un maestro che ha trasformato ogni viaggio in un abbraccio, ogni materiale in un messaggio di pace.
Il Parco della Pace di Ravenna è stato il luogo dove questo sogno ha preso forma. È lì che l'ho incontrato per la prima volta, negli anni Ottanta, mentre la sua Fonte di vita prendeva forma sotto le sue mani instancabili. E da lì, come un sasso lanciato nell'acqua, il suo gesto si è espanso in cerchi concentrici fino a raggiungere i quattro angoli del pianeta.
Ravenna 1984: il Parco della Pace, un'impresa di civiltà
Siamo nel 1984. La Guerra Fredda è al suo culmine, il Muro di Berlino è ancora in piedi, e l'Europa è scossa da manifestazioni contro la corsa al riarmo. In questo clima di tensione globale, Ravenna sceglie di rispondere con un atto di coraggio culturale: il Parco della Pace.
Ma perché Ravenna? Perché il mosaico?
Ravenna è nota nel mondo per la straordinaria bellezza dei suoi mosaici bizantini. Le sue chiese – San Vitale, Sant'Apollinare in Classe, il Battistero degli Ariani – custodiscono capolavori che hanno attraversato i secoli e parlano una lingua fatta di tessere d'oro e di luce. Per secoli, Ravenna è stata la città che ha saputo trasformare la fede e il potere in bellezza, fondendo Oriente e Occidente in un linguaggio universale.
Il Parco della Pace nasce da questa eredità. L'idea fu lanciata dall'Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei (A.I.M.C.) e trovò il sostegno del Comune di Ravenna, sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana e il patrocinio del Parlamento Europeo, del Consiglio d'Europa e dell'UNESCO. Una commissione artistica di altissimo livello – presieduta da Giulio Carlo Argan e composta da Palma Bucarelli, Mario Manieri Elia, Achille Bonito Oliva e Pierre Restany – selezionò gli artisti con un compito preciso: esprimersi con il mosaico, il linguaggio che Ravenna ha donato al mondo, e farlo sul tema della pace e dell'amicizia tra i popoli.
Il Parco non fu collocato nel centro storico. Fu scelta la periferia, un quartiere popolare, un'area verde destinata a diventare spazio di incontro e di relazione. Una scelta non casuale: l'arte, per essere davvero universale, deve abitare i luoghi della vita quotidiana. Il Parco della Pace non è un museo all'aperto: è un giardino, un luogo di passeggio, un'aula di comunità.
Come scrisse il Sindaco di Ravenna, Mauro Dragoni, in occasione dell'inaugurazione:
La città che una volta fu capitale di un impero, vuole oggi essere capitale di amicizia e di pace. La presenza di artisti di vari Paesi, l'utilizzazione di materiali provenienti da tutto il mondo consentono al Parco Ravennate di esprimere un messaggio di universale ispirazione di pace. È questo, del resto, il senso profondo della sua intitolazione: "Segno di pace e amicizia fra i popoli".
Jean Arrouye, Presidente dell'A.I.M.C., sottolineò lo sforzo collettivo che rese possibile l'impresa:
Senza la generosità della città di Ravenna, che ha messo a disposizione il terreno e sostenuto finanziariamente e con costanza l'iniziativa, senza il lodevole contributo della Regione Emilia-Romagna, della Provincia, della Camera di Commercio e dei vari Enti privati che hanno offerto il loro aiuto e competenza, senza l'entusiasmo e lo zelo dell'Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei, senza la creatività e la dedizione fattiva degli autori, oggi il Parco della Pace non potrebbe esistere.
Claude Rahir e Le chaos et la source de vie
Claude Rahir intitolò la sua opera Le chaos et la source de vie (Il caos e la fonte di vita). Un titolo che è già una dichiarazione d'intenti. L'opera è una fontana-mosaico di 18 metri di diametro, composta da due grandi semicerchi che si intersecano come un abbraccio cosmico. Al centro si erge un cubo di marmo di Carrara, simbolo di ordine e principio generatore. Ma il vero cuore pulsante, ciò che dà compimento al titolo, è l'elemento liquido: la fonte della vita.
L'acqua sgorga dalla sommità del cubo, scende lungo le sue pareti e si riversa nella vasca sottostante, creando un continuo gioco di riflessi, luce e movimento. È ciò che anima i materiali – ciottoli, quarzi, ardesie e ghiaie provenienti da ogni angolo del pianeta – e li unifica in un respiro comune. Come testimoniano i suoi lavori in Giappone, a Wakamatsu e a Funabashi, Rahir concepiva l'acqua come la linfa indispensabile della sua poetica. In tutte le sue creazioni, l'acqua è un richiamo costante, una presenza che attraversa la materia e la rende viva – la risorsa vitale che trasforma il caos dei materiali in un paesaggio abitabile. Senza di essa, il giardino di marmo resta muto, un sogno incompiuto.
Un'amicizia oltre il tempo: Nodebais, 1986
Fu nel 1986, in occasione del 3° Congresso Internazionale sul Mosaico, organizzato dall'A.I.M.C. a Louvain-la-Neuve, che ebbi il privilegio di essere accolta nella sua casa di Nodebais, in Belgio. Loro non sapevano ancora che stavano scrivendo, con quel gesto semplice, una delle pagine più belle della mia vita. Mia figlia, Susanna, giocava nel giardino con Julie, mentre io e Kira, la moglie, parlavamo di arte e di vita. Rahir ci guardava con i suoi occhi di bambino e diceva che la vera creazione è il tempo che si decide di donare agli altri.
Oggi, mentre scrivo, penso alle sue figlie Natascha e Julie, che mi hanno chiesto di ricordare il loro padre. Penso a Kira, che non è più fra noi.
Il restauro e il silenzio dell'acqua
In seguito a un intervento di restauro ultimato nel 2021, Le chaos et la source de vie è stata ufficialmente risanata e restituita alla città. I lavori sono stati eseguiti dal laboratorio di restauro della Fondazione RavennAntica in collaborazione con il corso di laurea in Conservazione e Restauro dell'Università di Bologna.
Sono stati salvati il cubo, le pietre e la geometria. Ma hanno messo a tacere l'elemento liquido. La vasca è scomparsa, sostituita da una pavimentazione in pietra disposta a cerchi concentrici. L'acqua non sgorga più. Resta il cubo bianco di Carrara, immobile e silenzioso.
Il visitatore che si ferma davanti a questo monolite potrebbe chiedersi: cosa rappresenta, oggi, questo cubo senza l'acqua? E, soprattutto, che ne è della "fonte della vita" che prometteva il titolo? Senza il suo flusso vitale, l'opera rischia di apparire come un enigma, un segno indecifrabile, un titolo che racconta una storia ormai interrotta.
Eppure, proprio in questa assenza, l'opera ci consegna una domanda ancora più profonda. Ci ricorda che la bellezza ha bisogno di cura, che i sogni collettivi vanno alimentati, che la pace non è un traguardo ma un impegno quotidiano. Il silenzio del marmo, oggi, non è una fine, ma un appello: ci invita a non rassegnarci, a tornare a far scorrere l'acqua, a riaccendere la fonte della vita – dentro di noi, prima ancora che nella pietra. Perché senza la fonte, il caos rimane solo caos.
I materiali che compongono l'opera provengono da ogni angolo del mondo: ciottoli, ardesie del Belgio, cristalli, marmi dalla Grecia, dal Giappone, dall'Antartide, dalla Polonia, dal Perù, dalla Turchia, dalla Germania, dalla Spagna, dalla Bolivia, dalla Colombia, dalle Isole del Pacifico. Ogni ciottolo porta con sé la sua storia.
Amo le pietre – diceva Rahir –, amo la loro storia, amo la luce.
In una sua lettera da Ravenna, scritta l'8 settembre 1984, Rahir descrive con vivacità il clima del Parco: gli abitanti del quartiere che portano bottiglie di vino, gli operai italiani che usano la pompa del cemento come gru per sollevare una pietra, il cocktail americano-sovietico per brindare all'amicizia tra i popoli. E in mezzo a tutto questo, il lavoro instancabile della giovane organizzatrice che lui chiamava "Patrizzia", una figura che nei suoi scritti ricorre con affetto:
Patrizzia, épuisée, viendra boire un apéritif avec nous. C'est elle qui assume tout... Elle vient parmi nous chercher un peu de tendresse et de folie...
Quelle parole – épuisée, tendresse, folie – raccontano meglio di qualsiasi cronaca lo spirito di quel cantiere: la stanchezza condivisa, il bisogno di leggerezza, l'amicizia che nasceva tra una tessera e l'altra, tra una riunione e un brindisi improvvisato.
Il pensiero della Commissione: le fondamenta teoriche
Vale la pena soffermarsi sulle parole di Giulio Carlo Argan, che nella sua prolusione a Ravenna del 28 settembre 1984 offrì una lettura profonda del significato del Parco della Pace.
Argan partiva da una considerazione che oggi suona profetica: l'arte non ha un'efficacia immediata sulla politica contingente, ma possiede un valore dimostrativo. La cultura si preoccupa della pace a un livello superiore rispetto alla politica stessa. Mentre i governi trattano e i generali pianificano, gli artisti costruiscono ponti.
Ravenna, città-ponte tra Oriente e Occidente, erede di una tradizione musiva che ha saputo fondere dispute teologiche e politiche in un pensiero universale, è il luogo ideale per questo gesto simbolico. Non a caso il mosaico è stato scelto come linguaggio: è un'arte che unisce un massimo di materialità – le tessere, le pietre – a un massimo di simbolismo – la luce, l'oro, l'immagine sacra. È lo strumento perfetto per dire la pace.
Argan sottolineò la specificità del mosaico: non una semplice tecnica decorativa, ma una vera e propria teoria del colore che si esprime attraverso il contrappunto delle tessere. Il mosaico risolve l'aporia tra materia e simbolo, tra oggettualità e immagine, e per questo ha un futuro nell'arte contemporanea.
Pierre Restany, fondatore del Nouveau Réalisme, introdusse il concetto di cultura del progetto. In un'epoca in cui i grandi committenti tradizionali non esistono più, bisogna inventarne di nuovi. E il Parco della Pace, con la sua vocazione di laboratorio aperto al confronto tra tradizioni nazionali diverse, rappresenta esattamente questa invenzione.
Achille Bonito Oliva vide nel Parco della Pace la rinascita del mosaico attraverso un'osmosi tra tecnica, artigianato e arte. Palma Bucarelli insistette sull'importanza che il mosaicista sia insieme ideatore ed esecutore dell'opera, per preservare la "vivezza, la bellezza, la qualità" del mosaico. Mario Manieri Elia, infine, immaginò il parco come un "cantiere aperto", un luogo dialettico di confronto e crescita.
Le opere, il mondo, la tendresse
L'opera di Rahir è un atlante geografico ed emotivo. Ogni suo intervento è un tentativo di ricucire il pianeta, un ciottolo alla volta.
Inaugurazione del Parco della Pace di Ravenna, 30 aprile 1988, Claude Rahir illustra l'opera Le chaos et la source de vie, foto di Giorgio Biserni.
Belgio: le radici
A Louvain-la-Neuve, l'Università Cattolica conserva la sua creazione più celebre, Petites histoires d'une grande université, un affresco di circa 650 m² che racconta la storia dell'ateneo dal 1425 al 1980. Per realizzarla, Rahir lavorò in un cestello sospeso, senza poter mai vedere l'opera nella sua interezza, se non a lavoro ultimato.
Je peignais dans une nacelle, sans jamais voir mon œuvre dans son ensemble. Il fallait croire.
Ma pochi anni dopo, scomparve in gran parte dietro un nuovo edificio. Oggi, di questo monumentale dipinto non rimane che un frammento, consumato dal tempo!
A Jodoigne, realizzò Le Lion in quindici giorni, dopo nove anni di attesa. Scrisse con commozione:
J'ai vu déplacer une petite montagne avec des grues de vingt tonnes. J'ai vu des Avocats qui perdaient leurs bottes dans le béton... Enthousiasme, amitié, mémoire populaire...
Giappone: l'arte che si fa comunità
Se l'Italia gli aveva insegnato l'arte del mosaico, il Giappone gli donò una nuova visione del mondo. Rahir fu profondamente attratto dalla cultura e dalle filosofie orientali, e questo si riflette nelle sue opere, caratterizzate da andamenti a curve parallele e concentriche che richiamano le composizioni zen di meditazione.
A Wakamatsu, un quartiere popolare di Tokyo, fu incaricato di decorare una torre dell'acqua di 41 metri. Il progetto, intitolato La conquête du ciel, era il più impegnativo della sua carriera.
Rahir non si limitò al cantiere. Frequentò i piccoli bar, mangiò nei ristoranti cinesi del quartiere, imparò il giapponese. Diventò una presenza familiare per tutti. L'architetto Hideō Uda scrisse:
Questa rara personalità al mondo... Quest'uomo allegro li ha tirati fuori dalla loro squallida routine quotidiana fatta di lavoro, televisione e sonno. A poco a poco, è diventato una presenza indispensabile.
Quando la torre fu completata, Rahir e il suo assistente Irie San salirono in cima con una bottiglia di sakè. Dal basso, i bambini gridavano il suo nome: «Lairu San! Lairu San!»
Un grand moment dans ma vie d'artiste. Pas de vernissage, pas de matsuri, pas d'encens, mais de l'air chaud qui montait avec mon nom et de la tendresse, et la grosse patte d'Irie San qui serre la mienne:"Lairu San, congratulation!"
E conclude:
C'était une grande tour, la Kira nô Tawa, mais elle n'a jamais été une tour d'ivoire. Les artistes qui s'y enferment ou qui passent leur temps à sculpter leur piédestal, ceux-là reçoivent peut-être l'admiration mais ils ratent le merveilleux parfum de la tendresse. Au fond, j'avais une faim incommensurable de Tendresse. L'art est une lettre d'amour. Ce peut être un cri désespéré. C'est toujours un appel à la tendresse humaine.
A Funabashi, nel centro commerciale Laiaport, realizzò un'opera monumentale di 900 metri quadri: una cascata di pietra che portava il mare dentro la città.
Corea: l'incontro con la cultura millenaria
Ma fu la Corea a segnare più profondamente l'anima di Rahir.
A Seoul, nel 1987, fu invitato a decorare il giardino del nuovo Museo d'Arte Moderna. L'opera, Poussières d'étoiles, è un bassorilievo a mosaico di 65 metri per 8, un turbine lirico di motivi geometrici e forme giocose.
Prima di iniziare i lavori, Rahir fu invitato a partecipare a una cerimonia sciamanica tradizionale – un rito di benedizione che gli agricoltori coreani usavano da secoli per propiziare i raccolti. Per chi non conosce quella cultura, avrebbe potuto sembrare un gesto esotico o folkloristico. Ma Rahir lo visse con profondo rispetto: si lasciò coinvolgere, ascoltò le preghiere, osservò i gesti antichi. Capì che quel rito diceva una verità universale: ogni creazione che nasce dalla terra, ogni gesto creativo, ha bisogno di essere accolto, benedetto, curato.
Fu un momento di grazia, prima ancora che di lavoro. Poi il Direttore del Museo pose le tre prime pietre, provenienti dal Belgio. Rahir raccontò: la prima era per sua moglie Kira, la seconda per la figlia Natascha, la terza per la piccola Julie. Fu un momento di gioia condivisa.
Alla fine dei lavori, Rahir scrisse:
Je suis très content, très heureux, très étonné de la beauté que j'ai pu mettre au-delà de mes mains. J'ai enfanté dans la peine. J'ai mal au genou gauche, mal aux poignets, les doigts écorchés en coupant les ardoises. Mais je suis un artiste heureux.
Guyana Francese: tra le stelle e le pietre
A Kourou, nel 1985, fu invitato al Centro Spaziale Europeo per realizzare una pittura murale sul tema della conquista dello spazio. Scrisse un poema per l'occasione:
Comète de Haley,
Toi qui naquis bien avant Le commencement du système Solaire Que caches-tu, obstinée,
Derrière tes poussières Stellaires?...
E agli ingegneri disse:
Vous ne fabriquez pas des autobus! Vous avez envoyé le premier messager vers une Comète Vierge de 4,6 milliards d'années. Ni les Russes, ni les Américains, ni les Japonais n'ont réussi pareille caresse ni tenté pareil attouchement...! Ça c'est la France! Ça, c'est l'Europe!
Bolivia, Giamaica, Russia
In Bolivia, a Yurack Casa, realizzò quattro pannelli murali per una chiesa: Natività, Distribuzione dei pani, Buon Samaritano, Resurrezione. In Giamaica, all'Università delle West Indies, dipinse Mass Communication. In Russia, scrisse una lettera per sostenere il Parco della Pace a Mosca:
Qui peut vraiment exprimer l'espérance de Paix sur la planète? Sans paroles, sans texte, sans référence idéologique, politique, religieuse...? Avant tout, les artistes.
La filosofia di Rahir: un catalizzatore di relazioni
La ricerca artistica di Rahir non si esaurisce nella scelta dei materiali o nella forma dell'opera. Essa si manifesta pienamente nel suo modo di lavorare, nel suo rapporto con le persone, nella sua capacità di trasformare ogni cantiere in un'esperienza comunitaria.
Rahir è stato, prima ancora che un artista, un catalizzatore di relazioni. Ogni sua opera è stata un'occasione per tessere legami, per far sì che persone diverse – operai, assistenti, bambini, mamme, ingegneri, anziani – si incontrassero intorno a un progetto comune. Non imponeva, non decideva dall'alto: ascoltava, coinvolgeva, restituiva.
E in questo, c'è un insegnamento che va oltre l'arte. Ma qual era, in fondo, la sua lezione più profonda?
Per scegliere con libertà, bisogna conoscere il valore di ciò che si sceglie. Ma il valore non è un'idea astratta: diventa reale nel momento in cui viene condiviso, trasformandosi in esperienza, progetto, ricerca. Rahir lo sapeva: la bellezza non si impone. Si costruisce insieme, condividendo il sapere e rendendo visibile il lavoro. È così che chiunque, da semplice spettatore, diventa protagonista.
Ecco perché le sue opere non sono semplici oggetti estetici: sono dispositivi di relazione, spazi in cui il valore si fa concreto e la libertà di scegliere diventa possibile perché il sapere è stato condiviso.
La materia come memoria. Le pietre, per Rahir, non sono materiali inerti: sono custodi di memoria geologica e umana. Ogni ciottolo proviene da un luogo lontano, porta con sé la sua storia e diventa un messaggero di unità.
L'arte come lettera d'amore.
L'art est une lettre d'amour. Ce peut être un cri désespéré. C'est toujours un appel à la tendresse humaine.
Questa frase, scritta a Wakamatsu, è il manifesto della sua visione. L'arte non è un monologo, ma un dialogo. Non è un prodotto, ma un processo. Non è un'immagine, ma un incontro.
Il cantiere come comunità. Rahir non era un artista solitario: lavorava con assistenti, operai, artigiani, bambini, mamme, anziani. Li coinvolgeva, li ringraziava, li rendeva partecipi. Le sue cerimonie di posa delle pietre, le offerte di sakè, le risate collettive trasformavano il cantiere in un luogo di comunità.
I nomi come traccia di affetto. Rahir amava scrivere i nomi delle persone amate nell'intonaco ancora fresco. A Seoul, a Kourou, a Ravenna, i nomi delle figlie, della moglie, degli amici sono incastonati nelle pietre. La doppia anima: Oriente e Occidente. Le sue composizioni a curve parallele e concentriche, i giochi di Yin e Yang, l'attenzione al rapporto tra materia e vuoto, tutto parla di un'armonia cosmica che richiama i giardini zen. L'arte di Rahir non si guarda: si abita.
L'ultimo saluto: un'amicizia oltre il tempo
Tra i molti legami che Rahir seppe tessere, uno dei più profondi fu con chi scrive. Nelle sue lettere, mi chiamava «la Romagnole qui agit, qui organise, qui travaille». Un'amicizia nata nei giorni frenetici del cantiere ravennate e durata oltre la distanza e il tempo.
Nel 2006, Rahir sapeva di essere malato. Nonostante la fatica e la distanza, volle tornare a Ravenna per un ultimo saluto. Fu un commiato silenzioso e profondo, come solo gli amici veri sanno darsi. Un anno dopo, il 14 febbraio 2007 – giorno di San Valentino, la festa degli innamorati – Claude Rahir ci lasciava. Come se il destino avesse voluto suggellare con un ultimo gesto poetico la sua convinzione più profonda: che l'arte, in fondo, è sempre una lettera d'amore.
Ma quel gesto – tornare per dire addio – racconta più di qualsiasi biografia la sua anima: un uomo che non sapeva lasciare i fili dell'amicizia spezzati, che doveva chiudere il cerchio, che aveva bisogno di guardare negli occhi chi aveva amato.
Oggi, quel legame vive ancora nelle pietre del Parco della Pace e nelle pagine di questo articolo. Vive nelle figlie Julie e Natacha, a cui ho promesso che avrei scritto un memorandum su Claude – sulla sua arte, ma anche sull'uomo che era. Perché Ravenna comprenda fino in fondo il valore intrinseco delle sue opere: non solo bellezza, ma testimonianza, impegno, amicizia. E vive in me, ogni volta che guardo una pietra e penso a lui.
La sua eredità è più viva che mai. Le sue opere, sparse in ogni angolo del pianeta, continuano a parlare un linguaggio universale di pace e amicizia tra i popoli.
Ravenna custodisce la sua Fonte di vita, che dopo anni di incuria è stata restaurata. Seoul celebra la sua memoria con mostre e iniziative. I bambini di Wakamatsu, ormai adulti, ricordano ancora l'uomo barbuto che dipingeva la torre e scriveva il loro nome nel cemento.
Rahir ci insegna che l'arte è relazione, che ogni gesto creativo è un atto di amore, e che la bellezza può ancora essere un ponte tra i popoli. In un'epoca di muri e divisioni, la sua lezione è più attuale che mai: il mondo si può ricucire, un ciottolo alla volta.
J'étais l'enfant fragile et les Dieux se sont penchés sur moi. Et ils me sèment un peu partout sur la planète. Je leur rends dans la mesure de mon talent. Je voudrais être ou avoir été l'artiste de la Belle Espérance. Un pont lointain de tendresse, lien dans la trajectoire de la terre où l'amour s'ra roi, où l'amour s'ra loi.
Claude Rahir non è stato semplicemente un artista. È stato un viaggiatore, un filosofo, un amico. Un uomo che ha trasformato la sua vita in un'opera d'arte collettiva, tessendo relazioni tra Oriente e Occidente, tra passato e futuro, tra materia e spirito. La sua arte è il suo testamento: un invito a non avere paura del caos, a cercare la fonte di vita negli incontri, a sporcarci le mani con la realtà.
Perché, come diceva lui stesso, l'arte è una lettera d'amore. E lui, con la sua vita, ha scritto la lettera più bella: quella indirizzata al mondo intero.
E a noi, che lo abbiamo amato.
Bibliografia
Claude Rahir, La Griffe d'Amour - lettres de voyage d'un artiste autour du monde..., Luce Wilquin Éditrice, 1993.
Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei (a cura di), Mosaico d'amicizia fra i popoli - Parco della Pace di Ravenna, Longo Editore, 1988, Ravenna.
Bollettino dell'Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei n. 1 – luglio 1985.
Un ringraziamento
A Julie e Natascha, per avermi affidato la memoria del loro padre.
A Kira, che non è più con noi, ma che vive in ogni pietra che Claude ha toccato.
A mia figlia, che quel giorno a Nodebais, senza saperlo, ha imparato che l'arte è anche il tempo che si dona.
E a Claude, ovunque tu sia: grazie per avermi insegnato che la bellezza si costruisce insieme, un ciottolo alla volta.















