Era uno spirito tormentato? No, direi di no.
Era un introverso, o uno di quelli attenti solo alla sua personale pace? Nemmeno.
Allora era un rivoluzionario? Questa gli starebbe addosso un po' meglio, come giacchetta, ma a prezzo di molti, troppi, distinguo, per fargliela indossare davvero.

Era italiano, tedesco, o ...? E chi lo sa? Un po' di tutto, e niente del tutto.
Era un pittore? Sì.
Uno scrittore, e anche un giornalista? Sì.
Un umorista? Sì.
E anche: un avvocato (o meglio un laureato in giurisprudenza); e un maestro di sci; e un gestore di rifugi ad alta quota...

Ma allora, chi era Hubert Mumelter e perché oggi parliamo di lui?

Hubert Mumelter era un uomo che amava la montagna, e che la montagna, sono sicura, ha a sua volta riamato senza riserve.
Era nato, in montagna, d’altronde: a Bolzano, ultimi anni del 1800. E in montagna, novantunenne, morì, più precisamente a San Costantino.

Ora, se conosci queste zone dell'Alto Adige - e te lo auguro, perché, secondo me, sono di una bellezza unica - questa informazione potrebbe lasciarti qualche dubbio.

San Costantino, infatti, non è un paese, ma una chiesa: bella, né piccola né grande, che ti saluta da un piccolo rialzo erboso con il suo bravo campanile a cipolla (più precisamente: un bulbo barocco, ma rende decisamente meno l’idea), mentre vai da Fiè a Siusi.

Mumelter non stava nella chiesa, ovviamente, ma in una bella casa — qualcuno la chiama villa — nei dintorni, lato Sciliar (il monte che dà il nome all’Altopiano), verso il laghetto di Fiè.

La sua fu una vita lunga, attraversata da due guerre mondiali, una dittatura, un’annessione forzata, e parecchi inverni innevati; eppure, di Hubert Mumelter, sulla rete, non troverai quasi nulla: la biografia che ho consultato è la sola – oltre una striminzita voce di Wikipedia, più nota d’obbligo che racconto – ed è in tedesco.

Valeva poco come pittore, allora? Potresti chiederti tu.

Beh - a parte che, ahimè, essere artisti mediocri non necessariamente equivale ad essere ignorati da Internet - non è così.

I suoi acquerelli, pur non essendo rivoluzionari, sono belli: tecnicamente solidi, puliti nello sguardo, capaci di restituire la montagna a chi la conosce e a chi la sogna; hanno una quotazione modesta ma stabile e sono stati esposti in mostre abbastanza importanti sia a Innsbruck, sia a Vienna. E come ti dicevo all’inizio, Mumelter fu anche scrittore — tanto che nel 1962 ricevette il Walther-von-der-Vogelweide-Preis, premio locale ma autorevole — e fu soprattutto vignettista.

Come Daumier, aveva un tratto netto e riconoscibile, e una capacità satirica che non faceva rumore, ma colpiva.

Usava, cioè, la matita per dire ciò che la vita gli sussurrava, e che lui non poteva proprio non amplificare – ma sempre con la sua voce: senza gridare. E con precisione sottile ed implacabile. Negli anni Trenta, quando lo sci cominciava a trasformarsi da attività da pionieri a fenomeno turistico di massa, Mumelter se ne stava lì, con matita e occhi attenti, a disegnare.

I suoi “manuali” — Skifibel, Skifahrt ins Blaue — erano raccolte di vignette ironiche, in cui il campione perfetto e il villeggiante goffo si trovavano fianco a fianco, ridicoli entrambi. Quelle pagine avevano contemporaneamente la leggerezza del tratto e la profondità di chi conosce la montagna come un paesaggio dell’anima, prima che una meta turistica.

E, anche se lui certo non lo poteva immaginare, individuavano già quel turista da pacchetto vacanza, che non vuole imparare, ma solo scattarsi un selfie in un posto che gli hanno detto essere famoso – senza alcun interesse per la storia, il luogo, il passato e il futuro.

Quelle vignette, in pochi oggi le ricordano. Ma nel 1933 la sua Skifibel vendette 30.000 copie. In due settimane.

Negli anni Cinquanta Mumelter diresse l’Alpenpost, settimanale pubblicato a Bolzano e organo della SVP (Südtiroler Volkspartei): un foglio nato per dare voce alla minoranza tedesca su questioni culturali, politiche e sociali.

La questione era tutt’altro che semplice – basti pensare che ancora negli anni Sessanta l’Alto Adige fu spesso attraversato da ondate indipendentiste, a volte forti, a volte addirittura violente. Il nodo stava, in parte, nel passato allora recente.

Con l'annessione del Sudtirolo all’Italia dopo la Prima guerra mondiale, e poi con il fascismo, la popolazione di lingua tedesca era diventata, di fatto, una minoranza da assimilare: italianizzazione dei nomi, delle scuole, dei toponimi, perfino dei cognomi.

Analoga, forse anche peggiore, situazione, viveva la popolazione ladina: minoranza della minoranza, e spesso dimenticata a causa della polarizzazione tra “italiani” e “tedeschi” – anche se, a dire il vero, i Ladini abitavano queste zone da ben prima dei popoli germanici, e, storicamente, da tempi di gran lunga anteriori alla divisione tra Italia e Austria.

Nel 1939 si verifica l’evento che fa implodere lo status quo, ossia la cosiddetta Opzione concordata da Hitler e da Mussolini: ai sudtirolesi viene imposto di scegliere, se restare in Italia e diventare italiani, o partire per il Reich e diventare tedeschi.

Una scelta in teoria solo amministrativa, ma che in realtà divideva paesi, vicinati, perfino famiglie. Mumelter, stando ai pochi documenti disponibili, scelse la Germania, e si spostò, forse, per un tempo a Monaco di Baviera. Ma, appena finita la guerra, tornò a quella che era la sua sola casa, l’Altopiano dello Sciliar a pochi chilometri da Bolzano.

Dove, però, si era aperto un altro capitolo: molti tedeschi rientrati vennero guardati con sospetto, e in ogni caso il Sudtirolo era diventato una terra di rimossi, di “dimenticati” da entrambe le parti: da Roma che non capiva, da Vienna che si era voltata altrove, e anche da Berlino, che aveva giocato una partita tutta sua. Negli anni Cinquanta, il clima era teso: l’autonomia concessa nel 1948 era più formale che reale, e non mancavano attentati, proteste, interrogazioni parlamentari.

In questo contesto, l’Alpenpost di Mumelter provava a parlare una lingua nuova: lontana dai toni della propaganda, ma anche da quelli della rassegnazione, capace di cercare un equilibrio possibile, oltre le tensioni.

Un equilibrio da vivere dentro uno spazio condiviso, la montagna: non più semplice scenario, ma fonte viva di pluralità, matrice di un territorio comune abitato da tre popoli – tedeschi, italiani, ladini – diversi per lingua, ma uniti dalla stessa terra, madre unica delle loro diverse storie, diverse culture, diverse memorie. Questo era il cuore di un’idea che Mumelter, ostile a ogni totalitarismo, chiamava “sogno retico-ladino”: un Sudtirolo autonomo, trilingue, pacificato.

Un sogno che è ancora tale, più altrove che qui dove è nato, e che meriterebbe di essere sognato con più forza, in tutto il mondo – ed è per questo che oggi, tra tante storie, ho scelto di raccontare la sua. Tutto questo è profondamente negli acquerelli di Hubert Mumelter: l’amore per l’armonia, la serenità del paesaggio che ti entra dentro, il desiderio di viverla anche oltre lo spazio e il tempo in cui ti è concesso contemplarla.

Certo, i suoi quadri non sono eclatanti, e di certo non si possono dire sconvolgenti. Ma ogni volta che ne incontri uno, senti l’urgenza che c’è dietro.

È l’urgenza di quando vedi qualcosa di così bello, e così stupendamente impossibile da possedere, che l’unico modo per farne parte è fotografarlo.

O, se ne sei capace, dipingerlo.