Le poche righe che seguono non rappresentano un documento storico né un esercizio di immaginazione distaccata. È un frammento di futuro possibile, scritto da un uomo probabile che si ritrova trasformato in qualcosa che non sa definire. Non c’è eroismo, non c’è ideologia: c’è la voce cruda di chi avverte la guerra come un rumore improvviso che denuda la continuità del quotidiano.

In queste pagine, il diarismo diventa un atto di resistenza minima: un modo per trattenere un’identità mentre tutto intorno sta cambiando. La confessione a un diario non vuole spiegare la guerra, né giudicarla. Vuole mostrare cosa resta di una persona quando la storia decide di passargli sopra.

È una testimonianza immaginaria, ma non per questo meno vera.

"Caro Diario — anche se, in realtà, hai più l’aspetto di un taccuino (i dettagli della verità sono sempre importanti, soprattutto di questi tempi). Quindi scusami se ti chiamo Taccuino, ma è quello che sei.

Dunque… caro Taccuino, non so di preciso che giorno sia e perché propriamente abbia iniziato a scriverti; so solo che è marzo del 2028 e fa troppo caldo per essere il terzo mese dell’anno. Ti sto scrivendo appoggiato al mio elmetto, con una matita blu, nella trincea che abbiamo scavato, fatta di fango e mattoni.

Sì, hai capito bene: trincea. La stessa parola che ho pronunciato centinaia di volte durante un’interrogazione, a un esame all’università o come concetto per uno stato d’animo travagliato in una normale conversazione. Una parola a cui non avrei mai dato troppo peso, almeno non più di quello che avrebbe avuto in un racconto della Grande Guerra. Per non parlare di sostantivi, tecnicismi, parole così lontane che sembrano uscite direttamente dai sussidiari di storia delle elementari: parole come tregua, trattati e armistizi.

Eppure, ora che la guerra è scoppiata da un anno, quanto vorrei già pregustare il momento dell’annuncio di una qualche convenzione. La dichiarazione di uno di quei trattati di pace dai nomi ambigui, come quello dell’armistizio di Panmunjom, che a pronunciarlo sembra uno scioglilingua, o come quello di Villa Giusti, che nel sentirlo assomiglia a una casella accanto a Parco della Vittoria.

Sì, Taccuino, hai capito bene: siamo in guerra da un anno. E la vita, che sembrava andare piano, con i suoi giorni sempre uguali, con le pause caffè con i colleghi o le sere a casa ad addormentarmi mentre sceglievo qualcosa su Netflix, sembra quasi una reminiscenza di una vecchia serie già vista, dove conosci tutte le battute a memoria… sembrano ricordi di una vita sotto una palla di vetro, cristallizzati prima che tutto cambiasse in un solo momento. Quando le cose sono scivolate giù sempre più veloce, giù come in una valanga, giù come un masso maleodorante che aumenta il suo volume inglobando con sé tutto quello che incontra.

I razzi, quando sono comparsi dal cielo, mi sembravano fuochi d’artificio in pieno giorno. Quando ci siamo affacciati alle finestre e, per un istante, siamo rimasti affascinati dai bagliori delle code luminose senza capire bene cosa stesse succedendo. I boati dell’esplosione hanno poi fatto vibrare i nostri intestini, reni e polmoni, scuotendo i palazzi come fossero lenzuola al vento: è stato in quel momento che abbiamo capito. Ci siamo svegliati dal torpore, come quando qualcuno ti scuote perché hai fatto tardi a un appuntamento.

Ma come è stato possibile proprio a noi? Noi che eravamo inattaccabili. Noi che, in un istante, abbiamo perso l’equilibrio delle cose e dei pensieri.

Le prime vittime, le prime morti ammazzate dalle esplosioni e dai detriti, non sono stati i giovanissimi, ma vecchi e bambini. Figli, nipoti, vicini, conoscenti del quartiere… sono stati cancellati in pochi minuti. Le persone che incontravamo distrattamente ogni giorno, senza farci troppo caso e senza salutarci, ma riconoscendoci comunque e scambiandoci un cenno d’intesa la mattina, mezzi addormentati. Le fiamme rosse e arancioni, alte fino ai primi piani, e l’odore di plastica bruciata ora li avvolgono per sempre insieme ai ricordi che sono cambiati.

È stato lo shock più grande a cui io abbia mai assistito. Il secondo trauma, invece, è stato quando alla TV, a reti unificate, è apparsa la decisione dello Stato di entrare in guerra, per contribuire alla dose di vendetta da ripagare con altri morti, altri vicini di qualcuno.

Quando il postino mi ha consegnato la cartolina, pensavo fosse uno scherzo. L’ho aperta davanti a lui, nel cortile del palazzo. Ero in pigiama.

Repubblica Italiana
Ministero della Difesa
Comando Territoriale Regionale – Distretto Militare Campania
Prot. n. 4872/SM – Class. Riservata

Oggetto: Convocazione per presa di servizio in stato di mobilitazione nazionale

Alla cortese attenzione del Sig./Sig.ra
[Francesco Faraglia]
[Via ******* *** ]
[CAP **
* Comune ****** Provincia Na]

In riferimento al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del [02\04\2026], recante “Dichiarazione dello Stato di Mobilitazione Nazionale Straordinaria”, e in attuazione dell’art. [numero fittizio] del Codice dell’Ordinamento Militare, si comunica:

A seguito dell’aggiornamento dei registri del personale richiamabile e della valutazione delle competenze dichiarate in applicazione degli artt. 27 bis e 71 del Codice dell’Ordinamento Militare, Lei è obbligato/a a presentarsi per l’immediata presa di servizio presso:

Caserma “Vittorio Veneto” – 3° Reggimento Fanteria

Via Chiatamone, Napoli
Data di presentazione: [28] [05] [2026]
Orario: ore 07:30
Disposizioni operative

Al momento della presentazione, Lei dovrà essere munito/a di:

  • documento di identità valido;

  • codice fiscale;

  • eventuale documentazione sanitaria rilevante;

  • effetti personali essenziali per 72 ore;

  • presente convocazione.

Non sono ammesse proroghe, rinvii o richieste di differimento non accompagnate da certificazione medica o ordine dell’Autorità Giudiziaria.

Durata e assegnazione:

La durata del servizio sarà determinata in base alle esigenze operative in corso. L’assegnazione a reparti, funzioni o incarichi specifici verrà comunicata dopo la fase di inquadramento iniziale.
Sanzioni in caso di mancata ottemperanza.

Si richiama la Sua attenzione sul fatto che, in stato di guerra, costituiscono reati militari gravi:

  • Mancata presentazione alla chiamata: reclusione militare da 1 a 5 anni.

  • Rifiuto dell’ordine di mobilitazione: reclusione militare da 2 a 10 anni.

  • Allontanamento non autorizzato dal reparto (diserzione): reclusione militare da 5 a 15 anni, con aggravanti in caso di reiterazione o condotta dolosa.

L’Autorità Militare procederà senza indugio alla segnalazione alla Procura Militare competente.

Comunicazioni urgenti.

Per eventuali impedimenti documentati o richieste di chiarimento, è possibile contattare il Comando Territoriale Regionale – Ufficio Mobilitazione al numero 0555324512 entro e non oltre 48 ore dalla ricezione della presente.

Si confida nel Suo senso civico e nel contributo responsabile alla tutela della sicurezza nazionale.

Il Comandante del Distretto Militare:
Col. Ignazio Longobardi

Firma autografa sostituita a mezzo stampa ai sensi dell’art. 3, c. 2, D.Lgs. 39/1993.

Incredibile: convocavano me, che ho quarant’anni, sono senza figli e con un lavoro precario.

Come a notificarmi la mia inutilità nel contribuire al mondo. Carne sacrificabile da dare in pasto al lattante capitalista eterno e capriccioso, che non placa mai la sua fame di soldi e sangue.

Ma perché poi dovrei odiare chi ci ha bombardato e distrutto casa e vita solo per difendere i loro diritti che abbiamo aiutato a sterminare? Noi non abbiamo fatto lo stesso con loro?

Di quale colpa, di preciso, si sono macchiati? La colpa di cosa?

Sicuramente non quella di vedere i propri cari cancellati così come abbiamo visto i nostri. Ma forse è solo Dio che ci punisce. A volte penso che sia una punizione per tutte le volte in cui ho fatto finta di non vedere. Per quanto possa essere colpevole di non aver preso parte attivamente ai movimenti contro la guerra, non posso avere la condanna di espiare così le mie colpe. O forse sì?

Io, qui al confine, non ci volevo venire. Qui ero venuto in vacanza, e così voglio ricordarmi questo posto. Ma come devo fare?! Voglio scappare. Non voglio morire. E non voglio uccidere nessuno.

Quante cose vorrei continuare ancora a scriverti e raccontarti, Taccuì, ma proprio adesso che sento che la mia vena da scrittore improvvisato si è liberata, è suonata la sirena all’impazzata dalla cassa JBL in filodiffusione. Deve esserci un drone che vola sopra le nostre teste; l’altra settimana ci hanno rimesso la vita in sette, uno era anche della mia città.

Ti devo lasciare, Taccuì: devo rimettermi l’elmetto, perché qui non c’è altro posto per continuare a scrivere.

Ciao Taccuì, ci vedia-" Boom!