Vorrei poter scavare nel tempo e nei legami per trovare quel filo rosso che unisce abbandono e attesa in un ricongiungersi circolare.
(M. M.)
“Sicuro che vuoi andare da solo? Ti faccio compagnia, anche io sono emozionata quanto te”, disse Lidia nel sistemarmi la cravatta.
Smorzando la tensione, con un sorriso a metà, risposi che preferivo di no. Dopo l’incontro avrei chiamato lei e mia madre, più in apprensione di noi due messi assieme.
Arrivo in Via della Gatta, esattamente sotto la statua egizia della gatta. La leggenda narra che il suo sguardo è rivolto in direzione di un tesoro e che il suo miagolio abbia salvato un bambino sul cornicione. Mi viene da sorridere, i gatti sono sempre stati presenti nella mia vita.
Il portiere mi indica il piano e l’interno. Fuori dall’ascensore, quel corridoio mi annebbia la vista, procedo a passi corti, indecisi, quasi fossero sabbie mobili ricoperte da tappeti.
La mail ricevuta una settimana fa è un ruggito di alligatore in quel momento:
“Il direttore editoriale la riceverà il giorno 11 marzo 2026 presso la sede della casa editrice Lytron in Via della Gatta 5 a Roma, alle 10.30”.
Quel ruggito piano piano si trasforma in un tamburo a percussione.
Penso troppo, spero troppo, come quando avevo otto anni.
Oggi, come allora, non ho nessuna convinzione che qualcosa di desiderato possa accadere.
Sono in anticipo.
Quel divanetto nel corridoio sembra aspettare me, un automa impacciato, tra ingranaggi e ricordi, in un’attesa di marmo e miele. Esattamente come vent’anni fa…
È facile capire come nel mondo esista sempre qualcuno che attende qualcun altro, che ci si trovi in un deserto o in una grande città. E quando questi due esseri s’incontrano e i loro sguardi s’incrociano, tutto il passato e tutto il futuro non hanno più alcuna importanza.
(Paulo Coelho)
Alla Dimora dei piccoli viaggiatori, marzo non era un mese. Era una gioia ma anche un dolore, a volte singolare, a volte plurale. La direttrice entrava in sala mensa, prima della colazione e chiamava nel suo ufficio i prescelti che ritornavano con una scatola di cartone con sopra scritto il proprio nome.
Significava che presto se ne sarebbero andati.
Quella mattina chiamò un solo nome, il mio.
Mi alzai facendo strisciare la sedia sul pavimento con attenzione, per paura di disturbare e cacciare via quelle parole appena sentite e con gli occhi bassi mi diressi verso la porta del refettorio, sicuro che gli occhi degli altri bambini avrebbero seguito i miei passi, con rabbia, con invidia.
L’avevo provata anche io quella delusione di non essere chiamato, nei giorni precedenti.
Samir, il mio amichetto caro, mi diede una pacca sulla spalla e mi sorrise. Nel corridoio, il rumore del mio cuore copriva quello dell’aspirapolvere che stava passando Teresa che appena mi vide, fece il segno di vittoria con le dita. Avevo la gola secca e deglutivo di continuo ma ero troppo piccolo per capire che quella che ingoiavo era voglia di famiglia. Anche nei cartoni animati in tv c’erano famiglie e ogni piccolo viaggiatore della dimora ne sognava una tutta per sé.
“Tieni Luigi, è per il tuo viaggio”, mi disse la direttrice. Sette parole, non una di più, non una di meno. Quelle che volevo sentire e che racchiudevano tutti gli anni trascorsi alla Dimora fin dall’età di tre anni. Eccola la mia scatola di cartone, troppo grande per un paio di scarpe, troppo piccola per contenere una mamma e un papà. Leggera, vuota, ma con la sensazione che dentro ci fosse qualcosa di enorme. Come enorme e infinita fu quell’ultima notte.
Amico mio accanto a te non ho nulla di cui scusarmi, nulla da cui difendermi, nulla da dimostrare: trovo la pace. Al di là delle mie parole maldestre tu riesci a vedere in me semplicemente l'uomo.
(Antoine De Saint-Exupery)
Io e Samir parlammo tanto. “Voglio diventare un soldato per salvare il mio popolo”, e mentre lo diceva, gli rispondevo: “Io sono un giornalista che scrive di cosa succede per farlo sapere a tutti”.
E ci stringemmo i mignolini, come quando si fa pace.
Andammo a letto, ma prima, io accarezzai quei muri ruvidi e silenziosi color limonata, i letti in ferro, la maniglia della porta, lo specchio dentro l'armadio troppo alto per vedermi intero, e il comodino di legno con un cassetto così piccolo in cui non entrava neanche quel quadernino che tenevo sotto il materasso, facendo attenzione a non far cigolare le molle ogni volta che lo prendevo e lo posavo. Scrivevo sotto le coperte con la lucina che mi aveva regalato Omar, il cuoco dell’orfanotrofio, e io ogni sera scrivevo almeno una frase, prima di dormire.
Oggi ho scritto: “Mi hanno dato una scatola con il mio nome”.
Ci scrivevo cose che non volevo dimenticare: il gatto nero che ogni tanto entrava in cortile e al quale io davo da mangiare di nascosto, la pioggia sul tetto della camerata, le smorfie strane della direttrice, disegni di case, piccole, grandi, di montagna, al mare, in città, i nomi dei bambini che venivano chiamati e i colori delle loro scatole.
Adesso posso aggiungere il mio nome e il mio colore, l’azzurro.
Chiusi il quaderno e lo misi dentro la scatola, insieme alla biglia arcobaleno di Samir, ci eravamo fatti la promessa di rimanere amici per sempre e di scambiarci le nostre biglie nel momento in cui uno dei due fosse andato via.
E quel momento era arrivato.
Seduto ai bordi del letto con le gambe penzolanti che non arrivavano al pavimento, stringevo la scatola al petto con le mani infreddolite.
Un attimo prima erano poggiate sulla finestra e le luci di fuori riflettevano sul vetro appannato, chiuso dalle persiane, un muro impenetrabile.
Con occhi sconfitti, ripresi la scatola. Volevo guardare fuori, forse avrei visto arrivare i miei nuovi genitori. Anzi no, era notte e, a dir la verità, non avevo mai avuto genitori, quindi non erano nuovi ma solo genitori e basta.
Da quando avevo imparato a leggere e scrivere, erano ormai tre anni che spedivo a Babbo Natale una letterina. E se oggi, mi avesse regalato quello che chiedevo, sarebbe stato perdonato per non averlo fatto prima, anche quando non sapevo scrivere.
Scandivo il tempo con i rintocchi dell’orologio a pendolo del corridoio. Ad aspettare, ero abituato, ma stavolta non aspettavo. Attendevo.
Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa.
(Jules Renard)
Rotolavo nel lettino, mi raggomitolavo e riprendevo la scatola alla quale regalavo tanti baci e tornavo a sedermi. Ogni tanto con le manine mi toccavo gli occhi, non piangevo. Non avevo più lacrime o le conservavo per un’occasione felice, attendendo il sapore delle lacrime di gioia. Ricordo che mi davo pizzichi sulle braccia.
Si, ero sveglio, non riuscivo a dormire, tenevo il mio futuro tra le mani, ma anche il mio passato. Mi addormentai senza rendermene conto. Fece subito giorno.
La direttrice venne a svegliarci ma io ero già lavato, vestito e con la mia scatola tra le mani. Dopo che furono usciti tutti i bambini, mi disse di aspettare in stanza. Erano arrivati.
Camminavo piano verso la porta, per origliare nel corridoio, ma ritornavo subito indietro, sedendomi composto sul letto, oppure rimanevo in piedi con la scatola tra le mani.
Il tempo correva. No, ero io che come granello di sabbia, nella clessidra, sgomitando con gli altri granelli, non riuscivo a stare fermo.
Al decimo rintocco dell’orologio nel corridoio, vidi la luce sotto la porta.
La maniglia, cigolante, si abbassò.
Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.
(Gabriel Garcia Marquez)
Oggi non ho una scatola tra le mani ma una cartellina, con dentro la raccolta di racconti Il miglio azzurro. Storie di uomini e donne e delle loro vite, tra cui quella di un cuoco immigrato del Gambia, di nome Omar.
Oggi come allora sono davanti a una porta e mentre sento il rumore della maniglia abbassarsi, nello stesso momento, nella tasca della giacca, le mie dita toccano una piccola biglia liscia.
Oggi come allora, il viaggio continua. In un corridoio di marzo.
Per me c’è solo il viaggio sulla strada che ha un cuore. Là io viaggio e l’unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio, guardando, guardando, col fiato sospeso.
(Carlos Castaneda)















