“Come farò tutta sola? Pensare che mi stavo affezionando così tanto al tuo amico...”
“Non capisco…”
“Non te l’ha detto che tra una settimana mi abbandona?”
“Scusi, continuo a non capire. Vuoi dirmi che Erik non verrà più ad accudirla?”
“Proprio così.”
“Ma come? Erik, scusa un momento, ieri sera tessevi le lodi di questa esperienza e ora vengo a sapere che te ne vai… credo di aver perso qualche passaggio.”
“Hai ragione, posso spiegarti, ma non qui, non ora.”
“Sai cosa ti dico ragazzo mio? Forse questa visita non capita a caso, forse la soluzione
è qui davanti a me...che ne diresti di sostituire Erik per un po'? Per i primi tempi, diciamo in questa prima fase di emergenza? In fondo chi più di te può dirsi a casa in questo posto?”
“Ehm, veramente io… io sono molto impegnato, mi spiace deluderla, lei è veramente gentile a pensare a me, ma credo anche che...”
“Sono stata troppo precipitosa? È il mio difetto più grande. Perdonami. Ma non dimenticare la mia proposta, dormici sopra e poi mi fai sapere. A scanso di equivoci ti dico che con il tuo amico c’è un rapporto di grande sintonia, di massima stima, però ho sempre saputo che questo giorno sarebbe arrivato, ora che ci penso glie l’ho augurato io stessa, per questo motivo non potrò mai volergliene, è tutto giusto… siamo stati molto bene insieme, vero Erik?”
“Assolutamente. Due anni sublimi. Ilse, non è facile lasciarti, credimi...”
“Adulatore! Chissà cosa penserà il nostro ospite…”
E poi volgendo lo sguardo verso di me:
“Erik è così, tu lo conosci. Di buono c’è che in questi anni credo di essere riuscita a scalfire quella corazza da scienziato che lo imprigiona da anni. Là sotto batte il cuore di un poeta, l’ha ben capito anche lui. In questi due anni bellissimi, anzi sublimi – Frau Ilse si gira verso Erik e gli strizza l’occhio – se ne è reso conto lui stesso.”
“Lo scienziato poeta, bello…” dico guardando il mio amico con espressione tenera.
“Ma ora ragazzi, direi di fare un buon caffè. Per festeggiare questo giorno speciale vi ho fatto una Waehe di albicocche, in frigo dovrebbe esserci ancora della panna. Dopo però mi devo stendere un po' perché da stamattina il mal di schiena è tornato a farmi compagnia.”
“Grazie, Frau Ilse, lei è veramente gentile.”
“Oh ti prego basta con questo Lei e questa Frau, perché non mi chiami semplicemente Ilse?”
“D’accordo, ma tu mi devi perdonare se le mie parole non sono all’altezza di questo momento eccezionale. Già solo tornare in Florastrasse dopo tutto questo tempo per me è un’emozione incredibile; ritrovarmi a parlare con lei, poi, ehm, volevo dire con te… beh, ha del miracoloso. Sono così pieno di immagini, tutto mi risuona dentro, in profondità, potrei esplodere, urlare. Ricordi quando venni a bussare alla tua porta per recuperare la mia palla e venne ad aprirmi un uomo seminudo che mi fulminò con lo sguardo, immagino fosse tuo marito…”
“Ma no, quello era Jean Paul, il mio grande amore di quei tempi. Sono anni che non ci sentiamo più, qualcuno mi ha detto che è invecchiato male e passa il suo tempo a lamentarsi. Ma da giovane era un Adone, due spalle così e un petto infinito sul quale riposavo la stanchezza dopo le nostre maratone di giovani amanti… certo non era fatto per mettere su famiglia, ma questo purtroppo l’ha capito troppo tardi. Ora i suoi figli non lo vogliono vedere e lui si sente come un cane bastonato. Però che tesoro è stato Jean Paul, anche un po' un mascalzone, come tutti voi uomini.”
Io ed Erik ci scambiammo un’occhiata complice lasciandoci facilmente distrarre dal profumo delle albicocche dalla polpa leggermente bruciacchiata mentre Frau Ilse ci fece strada, conducendoci verso una piccola terrazza dall’altro lato della casa, un posto pieno di piante, soprattutto ninfee di una varietà gigante mai vista, a quanto pare cinese, contenute in vasche di metallo piene d’acqua fino all’orlo.
Trascorremmo là una buona ora tra racconti, ricordi e molte risate. Poi qualcuno suonò alla porta; Erik mi disse che quella era l’ora dell’infermiera, una donna che veniva ogni giorno per accudire Frau Ilse e aiutarla nei rituali che precedono la notte. Quando ci congedammo io e Frau Ilse ci guardammo un’ultima volta in silenzio. Ancora oggi sono convinto che tutto quello che seguì fu deciso in quell’attimo, senza proferir parola, e, se questo fosse vero, avrebbe dell’incredibile.
Trascorsi la serata con Erik, in un appartamento super moderno nella zona di Wettsteinplatz, una casa inaspettatamente grande con tanto di terrazzo rivolto al Reno, un lusso che mi colse di sorpresa.
“Ehi, vedo che ti tratti bene, amico! Ma non eri in bancarotta?”
“Non farti impressionare, questa casa non è mia, è in affitto. Un affitto caro come il fuoco che mi permetto solo perché posso contare su una rendita mensile che mi ha lasciato mio padre...”
“Ah! Ma cos’è questa storia che vuoi lasciare Frau Ilse? Sembrava tutto perfetto tra di voi, potresti spiegarmi?”
“Mi vergogno a dirlo ma è tutta una storia che ho montato, in realtà non c’è nessun lavoro in vista, nessun ritorno al carrierismo di un tempo. Almeno per ora.”
“E allora perché questa decisione?”
“Per amore di una donna, una certa Judith, ci siamo conosciuti sul treno, lei sta in Argovia dalle parti di Aarrau, un artista, una persona speciale, molto diversa da me… Purtroppo anche molto gelosa. Non ha mai sopportato Frau Ilse, lo so è una signora anziana, non ha nulla temere, però sai com’è, la gelosia è un sentimento assolutamente irrazionale. Lei dice che stare con una vecchia mi uccide, insomma che butto nel cesso la mia intelligenza e qualsiasi prospettiva di cambiamento, di rilancio.”
“E tu cosa ne pensi?”
“Io so amo Judith e mai e per nessuna ragione al mondo vorrei perderla”
“Capisco…”
“Tu piuttosto, stai considerando l’offerta di Frau Ilse?”
“Beh, mi hai messo nei guai con questa storia...”
“Ma io non ho fatto niente! È Frau Ilse che ha immaginato tutto; hai visto anche tu quanto è svelta, una presenza di spirito non comune in persone della sua età.” “Al momento mi sembra una follia anche solo pensarci. E poi non saprei come conciliare una esperienza del genere con il calendario dei miei concerti, sinceramente non mi sentirei pronto a sacrificare tutto, sono anni che lavoro per raggiungere il successo che ho appena iniziato ad assaporare.”
“Hai ragione! Però l’incontro di oggi con Frau Ilse è stato bellissimo. Vi ho visti bene assieme. Io che la frequento da due anni sento di non poter vantare la metà dell’intesa che si percepisce tra voi due. Se fossi in te ci penserei. Potresti prenderti un anno sabbatico o qualcosa del genere, non so, e poi un pianoforte in casa c’è, potresti sempre suonare e lei sarebbe sicuramente felice di ascoltarti… insomma…”
“Boh, ti prometto che ci penserò, anzi, come mi ha proposto lei, ci dormirò sopra. A proposito mi fai vedere dove mi hai sistemato per la notte, questa casa è un labirinto di stanze, non ho mai visto tante porte in vita mia.”
“Prima però direi di farci un paio di birre, che ne dici?”
“Non dirmi che in questa casa c’è anche una cucina con un frigorifero ben rifornito...”
“Direi di sì, e poi abbiamo da brindare...”
“Brindare a cosa?”
“A Frau Ilse... e al tuo prossimo lavoro!”
“Stupido! Ti ho appena detto che…”
“Si capisce che hai già deciso sai? Il vecchio Erik ti conosce bene…”
Due giorni dopo
“Ho trovato il tuo comportamento poco serio, non certo il modo di fare di un musicista che aspira a costruirsi una solida carriera... Da quando siamo a Basilea sembri aver perso la testa. Anche per incontrarti oggi non so quante chiamate a vuoto ho dovuto fare, per non parlare dei messaggi, insomma vuoi dirmi cosa ti sta succedendo?”
Avevo deciso di incontrare la mia agente austriaca in Andreas Platz perché sapevo che là c’era un cafè arredato con mobili scuri, un po' come a Vienna, inconsciamente sentivo che il nostro incontro sarebbe stato difficile e in quel modo credevo ingenuamente di proteggermi.
Julia Hammer, questo è il suo nome, veniva da una famiglia di musicisti: padre e fratello maggiore erano entrambi attivi nella Wiener Philharmoniker; lei, per qualche motivo che non ero mai riuscito a scoprire, musicista non era mai voluta diventare, preferendo ruoli da manager nei quali aveva peraltro dimostrato subito di eccellere. La mattina del nostro incontro si era presentata in perfetto orario sfoggiando una pettinatura severa mai vista prima con i capelli tirati indietro, raccolti a cipolla. Fissavo il suo viso aggrottato e teso indugiando nel risponderle, non sapevo come formulare un pensiero che fosse coinciso e comprensibile, poi qualcosa dentro di me prese il sopravvento e parlai, udendo simultaneamente la mia voce quasi fosse di un altro:
“Mi sono rotto il cazzo di fare concerti, di suonare in pubblico, di fare questa vita..
“Oh mio Dio, ma ti sei bruciato il cervello? Ma cosa ti è preso così di colpo? Non dirmi che c’è di mezzo una donna...”
“Sì.”
“Ah ecco, l’ho sospettato fin dall’inizio... e chi sarebbe questa corruttrice di giovani musicisti? Come si chiama la ragazza?”
“Non è una ragazza, è una donna…”
“Ma sì, certo, ragazza, donna, è solo per dire...”
“È una rispettabile signora di ottant’anni…”
“Oh mio Dio, ma questa è necrofilia!”
“Julia! Posso capire tutta la tua delusione, ma non ti permetto di fare battute sarcastiche.” (in quel momento arriva una giovane cameriera che depone con cura sul tavolo due grandi tazze di caffè con latte e un cestino con tre Gipfeli dall’aria fragrante.)
“Eh no, tu arrivi con una simile storia, in un minuto butti nel cesso tutto il nostro lavoro, permettimi di dire che sei pazzo e forse anche stronzo, non so ancora quale dei due aggettivi ti rappresenti meglio al momento...Vorrei conoscerla questa ottantenne, ma chi diavolo è questa donna che appare dal nulla e stravolge la tua vita. Spero almeno sia appassionata di musica... o vuoi dirmi che...” “Le farò da badante...” “Mi sembra giusto!” “È una storia lunga, per molti aspetti delicata, non ho voglia di condividerla, scusa...” “Ma sì, hai ragione, cosa importa. Direi a questo punto di chiudere qui questa nostro rapporto.” “Julia io..”
“Che cosa vuoi da me? Lasciami stare. Credevo così tanto in te. Ho sognato così tante cose, tutte bellissime, tutte ancora tutte da fare… e tu...” “Julia, anch’io ho sempre lavorato bene con te...” “Lasciami stare.. ti prego, è meglio che vada.” “Julia... Julia...”
Rimasto solo al tavolo, cominciai a bere il mio caffè come se nulla fosse, poi presi quello di Julia, che aveva lasciato intoccato, e ci intinsi uno dei tre Gipfeli. Mentre compivo questa operazione, vidi la mia mano tremare. Sì, la mia vita era cambiata.
Telefonai subito a Frau Ilse per comunicarle la mia decisione, poi mi diressi a piedi verso il Reno. La città improvvisamente apparve come un’unica, grande creatura fluttuante, ed io ero libero e potevo finalmente danzare con lei.
Il passaggio di consegne con Erik fu semplice. Per qualche giorno lavorammo fianco a fianco nella casa. Nonostante fossi spesso preda di sentimenti estranianti e contraddittori, riuscii presto a fare bene, soprattutto grazie all’entusiasmo contagioso di Frau Ilse, che dimostrò subito di essere molto felice della mia presenza. Quello che inizialmente era eccezionale divenne presto una consuetudine; trascorsero così i primi giorni, le prime settimane e poi i mesi, un unico tempo che ricordo ricco e prezioso fatto di momenti semplici, pranzetti preparati con cura, brevi passeggiate, conversazioni profonde, risate, a volte lunghi silenzi.
Un giorno, per caso, ci mettemmo a parlare di famiglie e antenati e Frau Ilse con estrema naturalezza mi rivelò di non conoscere i suoi genitori ma per certo di essere nata nel fiume Reno, “Poco lontano dal vecchio ponte di Loierbach, là dove il fiume fa una curva stretta e la riva altrimenti boscosa è interrotta dai resti di un antico muraglione, l’ha il fondale è più profondo, là sono nata io.”
Di fronte all’espressione stupita del mio volto, Frau Ilse rispose con un sorriso e, senza preoccuparsi in alcun modo di apparire bizzarra, continuò il suo racconto:
“Fino a cinquant’anni fa il luogo era ben conosciuto dai pescatori, era risaputo che nelle reti, oltre alle anguille e a qualche giovane salmone, potevano capitare piccole lemurie, a volte singole, molto più spesso in branchi. Si trattava di creature mezze pesce e mezze umane con la pelle diafana costellata di luccichini multicolori. I pescatori le amavano; ogni volta che le vedevano, ne erano incantati, pur sapendo che non avrebbero potuto tenerle a lungo fuori dall’acqua, pena la loro morte. Erano esseri delicatissimi, pervasi da una luce incredibile che li rendeva magici. Mio padre, ehm… intendo dire l’uomo che mi adottò, lui stesso un pescatore, volle provare ad allevarmi e mi portò nella sua Galgehuusli (tradizionale baracca sul fiume attrezzata con grande rete) all’epoca la sua casa.
Per lungo tempo non rivelò a nessuno della mia presenza – mi teneva in una rete in acqua agganciata ai pali fissati sui fondali – foraggiandomi giornalmente con piccoli pesci vivi e mollica di pane. Quando divenni più grande, mi trasferii in una vasca e lì avvenne la metamorfosi del mio corpo. Scomparvero le branchie sul collo, così come il sottile velo di squame sulla schiena, ma la cosa più inaspettata fu la comparsa degli arti al posto della coda. Passai un periodo simile a un rettile anfibio e, nel giro di pochi mesi, le zampe divennero vere braccia e gambe, e la mia vita cambiò. Improvvisamente fui umana. Di quel periodo non conservo dei veri ricordi.
Queste sono storie che mi sono state raccontate e devo dirti che io stessa stento a crederci perché sono così incredibili da assomigliare a delle fiabe più che alla realtà, ciò che è indubbio è l’amore che mio padre fu capace di infondermi fin dai primi giorni e questo mi basta. Non smise un attimo di amarmi e proteggermi anche quando ci trasferimmo qui nella casa di Florastrasse.”
Di quella sua vita straordinaria e del suo padre adottivo Frau Ilse mi parlò altre volte, le sue parole erano pervase sempre da profondo senso di gratitudine. Del figlio morto invece non fece mai menzione e io non osai mai toccare l’argomento temendo di urtare i suoi sentimenti. Una volta sola trovai una foto di lei giovane in compagnia di alcuni pescatori nella quale si vede lei tenere tra le braccia un bambino che potrebbe essere stato suo, una creaturina pallida, senza sorriso.
E poi ci fu la storia di una presenza misteriosa, almeno fino a quando Frau Ilse me ne parlò, successe tutto nel periodo in cui io, di comune accordo con lei, ripresi, seppure blandamente, la mia attività di musicista, ciò comportò un piccolo cambiamento nelle nostre abitudini, invece di fermarmi a cena, dopo aver cucinato, cominciai a uscire di casa due volte alla settimana per raggiungere alcuni colleghi musicisti freschi di conservatorio con i quali meditavo di creare un ensemble mozartiano. A Frau Ilse avrebbe pensato Gertrud, la figlia più grande della famiglia Wegmann, quella del piano di sotto.
Frau Ilse non oppose alcuna resistenza di fronte a questi cambiamenti, anzi li accettò di buon grado. Io rincasavo di notte, a volte alle prime luci dell’alba, in tempo per cominciare la giornata e quella era la cosa importante. Successe che già durante la prima settimana notai qualcosa di strano, la tavola apparecchiata normalmente per una persona la ritrovavo con due piatti, tutto era diventato doppio, le posate, pure i bicchieri. Volli immaginare che Geltrud avesse deciso di fare compagnia a Frau Ilse, invece, durante una conversazione casuale, venni a sapere che non solo lei non si era mai fermata a cena, ma anche che ignorava chi potesse essere la/l’ospite. Lasciai passare alcune settimane, non fu facile trattenere la curiosità e, inutile nasconderlo, anche una certa gelosia.
Non so perché ma immaginavo sempre un uomo, uno dei tanti pretendenti che avevano costellato la vita di Frau Ilse, uno tornato alla carica con un tardivo corteggiamento, nel frattempo sparecchiavo e come un segugio analizzavo le tracce lasciate sulla tavola, il piatto dell’ospite risultava sempre semi intonso quasi che non si fosse degnato di toccare cibo, ma nel suo bicchiere c’era sempre un resto di vino, per il resto la scena sulla tavola era sempre scomposta, c’erano briciole di pane dappertutto a volte pezzi di carta con piccoli appunti e molto altro ancora. Resistetti a lungo fermamente convinto di voler rispettare la vita segreta di Frau Ilse e fui sorpreso quando una sera lei si rivolse a me dicendo:
“Sei un caro ragazzo, apprezzo molto il rispetto che dimostri nei miei confronti ma sento anche la tua apprensione. Non devi preoccuparti, la mia visitatrice è una persona a modo con la quale trascorro delle serate molto interes...”
Prima che potesse terminare la frase, forse preda di un impulso liberatorio dopo tutte quelle settimane di tensioni e misteri, esclamai ingenuamente:
“Ah! Ma allora è una donna!”
Frau Ilse prima sorrise, poi con naturalezza mi disse:
“No, si chiama Jonas…”
“Scusa, non riesco a capire...”
“Hai ragione, ci sono cose che alla tua età non si possono capire.”
La nostra conversazione quella volta terminò così, la voce soave di Frau Ilse ebbe il potere di consolarmi all’istante pur lasciandomi pieno di domande e di dubbi. Decisi di tenerle per me e tutte le volte che succedeva di sparecchiare e trovavo due piatti, evitavo di chiedere ulteriori spiegazioni.
Una volta sola successe che rincasai prima del previsto e già sul pianerottolo udii una voce maschile provenire dall’interno, preso dall’emozione mi ritrassi per non disturbare e rimasi, lì immobile, in ascolto. La conversazione tra i due pareva vivace, Frau Ilse cinguettava e rideva spesso e il suo interlocutore, si capiva che con lei ci sapeva fare. La sua voce era molto profonda, virile e piena, così la sua risata, a riprova della sua personalità. Il suo accento era strano, avrei detto slavo anche se spesso usciva con espressioni dialettali della zona del Jura, singole parole, sufficienti però a farmi ricredere.
Ai vari momenti di ilarità seguì un silenzio interminabile, bastò a confondermi e ad abbassare la guardia, la porta all’improvviso si aprì e mi trovai davanti uno strano figuro tutto vestito di nero, la parte superiore della testa quasi calva ma dietro una folta chioma biondo oro completamente libera. L’uomo per nulla sorpreso dalla mia presenza mi guardò di sfuggita e poi si affrettò verso le scale che prese a scendere in tutta fretta fischiettando. Preso alla sprovvista manco mi accorsi che sull’uscio di casa era nel frattempo apparsa Frau Ilse la quale dapprima mi scrutò pensierosa, poi strabuzzando gli occhi mi disse:
“Ora l’hai vista!”
Ed io, prima ancora di sindacare su quella misteriosa attribuzione di genere, chiesi:
“Era lei?”
A quel punto il volto di Frau Ilse si fece serio e fissando assorta la scala aggiunse con un sussurro:
“Sì, proprio lei.”
Venne il giorno dell’incidente, uno di quei banali incidenti domestici che purtroppo hanno conseguenze permanenti sulla mobilità degli anziani. Frau Ilse una mattina mancò un appoggio in cucina e cadde lunga distesa sul pavimento fratturandosi il bacino e parte del femore. Fortunatamente io ero presente in casa in quel momento e potei attivare i soccorsi in fretta, così nel giro di un’ora si ritrovò sotto i ferri del chirurgo e i danni furono limitati. Nonostante ciò, a causa della sua età e probabilmente per la sua costituzione fisica, la riabilitazione postoperatoria non le restituì più le normali capacità motorie e ben presto si dovette rassegnare all’uso permanente della sedia a rotelle.
Quella novità rivoluzionò inevitabilmente la nostra routine giornaliera. Si dovettero apportare subito dei cambiamenti nell’arredo della casa per permettere il movimento della carrozzella, l’appartamento era rimasto a lungo intatto, un luogo pieno di oggetti sedimentati mai spostati da anni, vederlo liberato e arioso provocò all’inizio un misto di inquietudine ed euforia. Poi tutto si acquietò, ricostruimmo insieme la nostra quotidianità con un’altra novità importante: l’infermiera che normalmente si prendeva cura dell’igiene del corpo di Frau Ilse, vista la familiarità tra me e lei, mi propose di aiutarla. Frau Ilse accettò di buon grado, io non mi tirai indietro.
Così arrivò il momento del bagno – il famoso rituale! – ci ritrovammo soli, un po' imbarazzati, la dovetti spogliare da capo a piedi e fu molto toccante e tenero soprattutto quando, preparata la vasca con l’acqua alla temperatura giusta, venne il momento di prenderla in braccio, in quell’attimo ci guardammo increduli e ci venne da ridere. Sicuramente rideva dentro di me il bambino che anni prima aveva a lungo sognato quella scena, gioiva commosso il mio essere adulto protagonista ora di quei momenti incredibili. Tenni innumerevoli volte tra le braccia quel corpo ossuto e tremante, sentendo ogni volta che lei si affidava, si lasciava prendere, il tocco delle sue mani era sempre pieno di riconoscenza.
Una volta nella vasca Frau Ilse si abbandonava lunga e distesa e chiudeva gli occhi. Molte volte rimanevamo in silenzio ad ascoltare il gocciolio del rubinetto nell’acqua ferma. Altre volte mi chiedeva di leggere poesie francesi, soprattutto i classici, Baudelaire o Lamartine, senza però disdegnare alcuni contemporanei quali Bonnefoy che anch’io cominciai ad apprezzare. A volte mi chiedeva di bere qualcosa e quello significava champagne che correvo a prendere in frigorifero preoccupandomi di servirlo in certe irrinunciabili coppe di cristallo dal verde acceso che lei adorava.
In estate l’acqua della vasca era appena tiepida e dalla finestra del bagno si poteva seguire il sole tramontare e allora tutto si accendeva e il corpo bagnato di Frau Ilse diventava quasi scarlatto e lei rideva come una bambina dicendo di essere un pesce tropicale. Mi chiesi mille volte se la storia della sirena fosse una storia vera o solo una reminiscenza infantile di una donna dalla personalità originale, poi capitava di vederla giocare nella vasca, quando immergeva completamente la testa nell’acqua e i suoi lunghi capelli sciolti iniziavano a danzare come alghe scure e tutto il corpo pareva mosso da scosse elettriche e quando tratteneva il respiro lo faceva per un tempo lunghissimo, assolutamente non umano e allora, mi dovevo ricredere.
Terminato il tempo delle immersioni, la riprendevo in braccio e la deponevo sopra una dormeuse di velluto viola sopra alla quale avevo preventivamente deposto degli asciugamani, procedendo a massaggiarle il corpo, soprattutto le gambe, cosa che apprezzava moltissimo. Accanto al divanetto avevo già preparato gli indumenti per la notte, camicie così sottili da apparire impercettibili, solo d’inverno qualcosa di più. Il rituale del sonno era breve, nella camera da letto c’era un pianoforte e bastavano poche note per farla addormentare. Solo una volta, sopraffatto dalla tenerezza, volli chinarmi e baciarle la testa, intimidito mi ritrassi subito e fu allora che udii quel suono curioso, come un verso animale, simile alle fusa di un gatto.
Una mattina di fine estate Frau Ilse mi chiese di scendere a fare un giretto lungo l’argine del fiume. La notte prima una pioggia generosa aveva rinfrescato la città, le aiuole era tornate color verde elettrico e anche il Reno sembrava essersi alzato di qualche centimetro.
Altre volte avevamo fatto dei piccoli giri nel quartiere, in quei casi mi preoccupavo di portare prima giù la carrozzella e poi tornavo su da Frau Ilse e la prendevo letteralmente in braccio per poter scendere comodamente le scale. Spesso lungo il tragitto incontravamo qualcuno tra gli inquilini, una occasione per fare battute umoristiche e poi ridere.
Una volta in strada puntavamo verso Unterer Rheinweg e per prima cosa ci fermavamo a guardare l’acqua. Altre volte andavamo a bere un corroborante caffè in uno dei tanti locali sparsi lungo l’argine. Quella mattina Frau Ilse era particolarmente vitale, la sentivo canticchiare, era molto bello vederla così felice. Forse per questo quando mi chiese di poter fare un bagno veloce – cosa che non aveva mai fatto in tutti quei mesi – non mi parve una cosa strana e diventai immediatamente suo complice.
Eppure, avrei dovuto capire che stava succedendo qualcosa di strano, Frau Ilse all’improvviso mi disse guarda che lunedì mattina sarebbe venuto il signor Hoffmann per accordare il pianoforte. Che motivo c’era di chiamarlo dopo che per mesi avevamo riso e goduto di quei suoni stonati? Saggiai la temperatura dell’acqua, poi insieme decidemmo il posto, il sole nel frattempo si era alzato e così la temperatura dell’aria sembrava partecipare alla creazione del momento propizio.
Mi avvicinai a lei e la presi in braccio come avevo fatto altre volte, poi discesi i due gradini di pietra e gradualmente mi immersi insieme a lei nel fiume. Rimanemmo così per un tempo indefinito mentre il corpo di Frau Ilse, perso tutto il suo peso, rimanendo saldamente aggrappato a me con una mano, poteva fluttuare libero nell’acqua scura. La vidi aprire e chiudere gli occhi più volte poi all’improvviso la sua voce mi sussurrò qualcosa, qualcosa che non riuscii a capire o forse non volli capire. Sentii la sua mano staccarsi dal mio braccio e istintivamente la afferrai con più forza per tenerla vicino, allora che lei mi guardò e mi disse che estrema chiarezza lasciami andare e fu più forte di me ubbidirle. La vidi staccarsi da me e fluttuare nella corrente per un istante per poi scomparire. Non provai né pena né tristezza, solo un grande senso di pace.
Mi volsi verso l’argine temendo che qualcuno potesse aver assistito alla scena, vidi solo un uomo vestito di nero che prontamente si volse e si allontanò.















