A Gubbio, tutto è normale. Tutto è vissuto e rispettato, la tradizione è linfa in un tessuto vitale, sangue nelle vene, adrenalina. Tutto quanto si fa, lo si fa con questa passione, una città che vive.
Gubbio riesce a regalare l’esperienza del Medioevo, come se fosse una città rimasta cristallizzata nel tempo, come se ancora tra vicoli e strade acciottolate potessimo vedere sbucare da un momento all’altro qualche carretto o un signorotto a cavallo. Invece nelle piazze giocano i bambini, le persone stanno a chiacchierare e nel letto del fiume asciutto, in estate si disputano tornei di calcio.
Gubbio è viva, non vive il suo Medioevo e tantomeno non vive nel Medioevo. La città è pregna delle sue tradizioni non come rievocazioni perché vive di legami, di priorità, di sangue e di emozioni autentiche.
La vita è proprio questo, riuscire a tramandare con i gesti, con gli esempi, con il sangue sulla pietra, come un rito antico, tutta la vita e le generazioni che ci hanno portato fin qui: come un genitore che insegna al figlio ad allacciarsi le scarpe, un gesto semplice, un nodo per la vita.
Ogni anno le stagioni tornano; il calendario segue lune e tempi che non coincidono mai con quella che è la vita moderna, ma ha la sua stretta vertigine e è cadenzata da un ritmo lento ed ancestrale, un modo sano di vivere che non rincorre sempre il tempo.
Il legame della terra col sangue, con la gente, con la vita che si sussegue e torna di tempo in tempo a germogliare dal DNA originario.
Gubbio è questa, è la vita che respiri ad ogni angolo, è l’essere rimasta fedele a se stessa, nonostante i secoli, è il risultato della vita di tutti i suoi cittadini che l'hanno costruita da sempre. Da lontano sembra un dipinto da non toccare.
Le facciate ci parlano del Medioevo: la pietra di dolomia biancastra che illumina al rosa al tramonto. I più bei tramonti del mondo sono qua e li ammiri tutti. Quando ti affacci da Piazza Grande, ci si perde a guardare verso un immenso orizzonte ovest, che sembra non finire oltre le colline che piano piano si spengono, mentre sul fianco del Monte Ingino si accende l’Albero di Natale più grande del mondo. Qui tutto, o quasi, si fa per il Patrono della Città, Sant’Ubaldo, che riposa incorrotto nella teca, in Basilica e guarda la sua città dall’alto. Sua, sì, perché fu proprio lui a volerla di pietra dopo che un incendio la distrusse.
L’albero di Natale è grande, ci puoi camminare dentro, fatto di luci colorate che custodiscono ai piedi il presepe, quello vivente, come San Francesco lo aveva immaginato, fatto di gente comune. Ed è proprio qui, dove sorge la chiesa dedicata al Santo Patrono d’Italia, nel luogo in cui ricevette il suo saio. E nella cripta della chiesa di San Francesco della Pace, è sepolto proprio il lupo ammansito dal Santo poverello di Assisi. Un lupo nella Cripta, custodito da un sarcofago che ha tutta l’aria di uno di quelli templari.
Gubbio si regge sulle sue millenarie pietre scavate nelle cave locali, riciclando di tanto in tanto pietre sagomate di templi umbri e romani. La città è patria dell’Università dei muratori, che ben conoscevano i segreti del costruire, talmente bene che poco è stata scalfita da ripetuti sismi. Quei segreti conosciuti dai costruttori di cattedrali.
Un’arte talmente importante nel corso del Medioevo che l’Università era la più ricca della città, quella che alla Cattedrale donava il maggior peso in libbre di cera, quella che ancora oggi cura l’organizzazione della Festa dei Ceri che corrono tra vie e facciate delle case dove campeggia la porta del morto: non è un segno, ma è ancora l'entrata di casa, di molte case di eugubini che aprono il portone e salgono le scale ripide, ogni scalino un ricordo di padri, nonni, mamme e figli. Legami sacri, vissuti. La porta è un uscio stretto, in genere sormontato da un arco acuto, rialzato da terra di circa 50 cm. La scala iniziava all’interno; fuori si mettevano due scalini in legno che si facevano rientrare la sera, da lì usciva diritto anche il morto. A fianco l’ampia porta del fondaco di famiglia, magazzino per i commercianti, fucina per gli artigiani.
Porte che si affacciano su vie e piazze, dove trovi fontane d'acqua fresca potabile e la maestosa fontana del Bargello, il responsabile della polizia locale. Conosciutissima per essere la fontana dei matti, forse perché a volte dalla fontana zampilla il vino. I turisti arrivano, fanno i loro tre giri in senso antiorario, come i tre Ceri in Piazza Grande, e diventano Matti Patentati; nessuno sa ancora come sia nata questa strana tradizione che piace così tanto ai turisti. Una tradizione che nulla ha a che fare con il rito, quello si consuma di fronte al Palazzo dei Consoli.
Mentre si sa da dove viene la Festa dei Ceri. È forse l’emblema della città, la condensazione dei secoli, della passione umana, di quel senso di appartenenza vivo e continuo, il rispetto della terra, della famiglia, della vita. non è un inno, non è una tradizione, non è folclore. È un dovere verso la comunità, tutta e in totale, verso la città e nei confronti di chi ci ha portati fin qui. Descriverla è impossibile, perché sono i sentimenti materializzati in un susseguirsi di eventi scanditi da riti. Riti cristiani pagani, e forse per questo ancora più sacri. Come la processione del Cristo Morto del Venerdì Santo, pregna di canti sommessi e silenzi.
Come il tiro con la balestra all’italiana e la sfida storica tra Gubbio e Sansepolcro che ha radici nella seconda metà del ‘400, nata come campo di allenamento tra due città sorelle che dovevano mantenersi pronte a uscire in campo di battaglia, un gioco d’arme che mette in campo una rivalità oggi fatta di paziente bravura e precisione millimetrica nel colpire il centro del tasso.
Gubbio sembra la città più eccentrica per antonomasia, schiva, superba, arrogante, fatta di palazzi maestosi, snelli che sembrano scolpiti sulla rocce, pietre su pietre che si inerpicano tra pendii umanizzati e fossati incanalati, senza interruzione di continuità con la terra, con la storia e con il tempo. Sempre fedele a se stessa, perché ogni cittadino è sempre fedele alla sua Gubbio.
“Gubbio è un’altra Umbria” come la definisce Piovene, quella più interna di una regione inventata nel secondo dopoguerra. Qui, non ci si passava per caso, dovevi proprio venirci, ed era un viaggio! strade scomode, difficoltose tra l’appennino e così lontana da tutto, in più, anche murata, cinta da alte mura chiusa a chiave la notte e ben controllate. Così la raccontano i grandi viaggiatori che restano affascinati, da una città per la quale vale la pena un viaggio! La sua grandezza era già nota ai romani, qui costruirono il teatro, le terme, la loro città, anche se la strada Flaminia si snoda più lontano, ai piedi dell'Appennino, di là dai monti, non proprio un crocevia, e non proprio una città che seguiva i dettami costruttivi classici.















