La propria destinazione non è mai un luogo,
ma un nuovo modo di vedere le cose.

(Henry Miller)

Estate… tempo di partenze! Viaggiare per turismo ormai è un fenomeno planetario globale che ha reso il viaggio, verso le iconiche mete, alla portata di tutti. Le grandi navi movimentano milioni di persone ogni anno; soltanto i porti italiani registrano un record di 13,8 milioni di passeggeri. Ormai tutti possono visitare comodamente “le perle del Mediterraneo, dei Caraibi o del mare del Nord” a prezzi accessibili. Tuttavia, pochi si soffermano sulle conseguenze dell’overturism, il turismo spinto oltre il limite della sostenibilità.

Recentemente un articolo comparso sul Gambero Rosso lascia l’allarme sul fatto che “Gallipoli, Santorini e Palma di Maiorca sono state mangiate dal turismo” e cita dati molto interessanti sull’overturism.

“C’è un momento preciso in cui un luogo smette di essere vivo e inizia a diventare immagine. Accade quando il turismo non si limita più a visitare, ma consuma. È successo in molte città del Mediterraneo: Gallipoli, Santorini, Bonifacio, Palma di Maiorca, Dubrovnik… Un tempo considerate paradisi da scoprire, oggi soffocano sotto il peso della loro stessa fama.”

Secondo i dati dell’Osservatorio Regionale del Turismo, Gallipoli, nel 2012, contava poco più di 300mila presenze turistiche l’anno. Nel 2019 erano già oltre 700mila. Nel 2023, le presenze hanno sfiorato il milione. Un numero impressionante per una città di 20mila abitanti, di cui solo 4.000 nel centro storico. Durante l’estate, la popolazione effettiva può superare le 50.000 persone al giorno, creando una pressione enorme su risorse idriche, raccolta rifiuti, rete fognaria e traffico. I dati di ARPA Puglia mostrano picchi di inquinamento acustico e marino nei mesi estivi, con superamenti nei valori di coliformi fecali in alcuni tratti di mare cittadino — spesso causati da scarichi abusivi o sovraccarico dei depuratori.

Ho voluto citare questo esempio che rappresenta uno schema che si ripete: il turismo concepito così divora i territori che vengono svuotati dalla popolazione locale e si trasformano in luoghi “consumati” da milioni di persone per un ristretto periodo dell’anno con conseguenze incalcolabili sull’ambiente, il tessuto sociale e la sostenibilità.

Ogni città racconta una traiettoria simile: prima l’autenticità, poi l’assalto, infine il tentativo di resistere. Con un interrogativo che torna sempre uguale: siamo ancora in tempo per non fare gli stessi errori, altrove?

Una riflessione importante e ineludibile: oltre ai danni permanenti inflitti dall’overturism, si rischia di perdere una dimensione del viaggio diversa, più arricchente che, forse, è già tramontata o in fase di estinzione.

Nel libro, La magia del Mare a vela, ho voluto raccontare un modo differente di vivere il viaggio, navigando in barca a vela perché “quando permetti a certi incontri fra viaggiatori o luoghi speciali di lasciare un segno dentro di te, il viaggio diventa ricerca, approfondimento, condivisione.”

Una chiacchierata fra persone sconosciute che si incontrano casualmente in una trattoria o su una spiaggia semi deserta, può diventare la scoperta di mondi nuovi, interiori ed esteriori. Modi di pensare e vedere le cose, che spingono alla ricerca, allo scambio, all’approfondimento. Uscire dalle proprie convinzioni per vedere la realtà da un altro punto di vista: tutto questo si trasforma in crescita, che diventa evoluzione, cambiamento, trasformazione. Quando torni a casa, dopo un viaggio nel quale hai permesso ai luoghi e alle persone di entrarti nel cuore potresti scoprire di essere cambiato. La persona che eri, quando sei partito, ha lasciato il posto ad una versione migliore di te stesso, più matura, arricchita dalle esperienze vissute.

Un buon viaggiatore non ha piani precisi,
il suo scopo non è arrivare.

(Lao Tzu)

Alla fine, dopo tanto viaggiare, scopri che l’aspetto più entusiasmante è il viaggio stesso e non il raggiungere la meta prefissata. In barca, a volte intraprendi una navigazione per raggiungere una determinata isola o porto. Quando il vento è sfavorevole e il tempo volge al brutto, cambi i tuoi propositi e ripieghi su altri posti che si rivelano altrettanto affascinanti e fucine di incontri inaspettati.

Da ragazza ho attraversato gli Stati Uniti, dall’Atlantico al Pacifico, in autobus, usando i mitici Greyhound. A quei tempi non era possibile visitare i luoghi, prima della partenza tramite Google Earth o Street View: i miei occhi si sono riempiti di meraviglia per la maestosità della Monument Valley o del Gran Canyon. Un’emozione che rimane nel cuore, per sempre. Sono le emozioni che proviamo che ci fanno ricordare un luogo o il sapore di un cibo o il sorriso di qualcuno che ti ha indicato la strada.

La smania di collezionare foto e selfie negli iconici luoghi, da esibire sui social, è cosa ben diversa dalla magia che si sperimenta in un viaggio vissuto come esperienza più o meno lenta per conoscere mondi diversi dal tuo. Da collezione di foto scattate e presto dimenticate, il viaggio diventa un insieme vivo di emozioni, incontri, immagini, profumi che restano indelebili nella memoria e che sommessamente, dentro di te, ti sussurrano che le relazioni positive fra esseri umani sono ancora possibili. Basta provare a cambiare registro.

Infine, quando nella vita, per vari motivi, ti diventa impossibile viaggiare il forzato impedimento ti insegna qualcos’altro: il valore del fermarsi.

Il fermarsi, da solo, non basta; deve essere arricchito con la dimensione dell’andare, dell’andare oltre. Per questo è così importante lasciare le cose note e incontrare quelle sconosciute, quelle che fanno paura. Tuttavia, se non avessi imparato l’arte di fermarsi, imparando a guardare la mia realtà con occhi diversi, gironzolando fra i vicoli della mia città e le stanze della mia casa, mai avrei compreso che il fermarsi è importante quanto il viaggiare e questi due aspetti rappresentano le facce della stessa medaglia.

In barca a vela, quando incontri la bonaccia che svuota di vento le tue vele, la accetti perché sai che fa parte del viaggiare. Dovrai aspettare che il vento inizi a soffiare di nuovo per riempire le vele e riprendere il tuo viaggio. Questo forzato fermarsi in barca ti consente di fare, ad esempio, piccoli lavoretti che avevi rimandato da tempo, rimettere in ordine il tuo diario di bordo personale. Fermarsi consente di fare il punto della situazione, il punto nave della tua vita. O, più semplicemente, ti permette di placare quell’irrequietezza interiore che ti spinge a raggiungere una meta dietro l’altra, un obiettivo dopo l’altro, senza veramente chiederti perché stai facendo tutto questo.

Il fermarsi ti mostra che, oltre alla dimensione del fare, dell’andare, c’è un’altra dimensione che, a volte, fa paura: la dimensione dell’”essere”, dell’“essere sé stessi”.

Potresti così scoprire che per “essere te stesso” è necessario “conoscere sé stessi”.

Ma questa è tutta un’altra storia.

Tra vent’anni sarai più deluso dalle cose che non hai fatto
che da quelle che hai fatto. E allora molla gli ormeggi.
Lascia che gli alisei riempiano le tue vele.
Esplora. Sogna.

(Mark Twain)