A tutti, chi più chi meno, succede, nei momenti più impensati, che entri in testa una canzoncina, una filastrocca, oppure l’aria di un’opera o una poesia imparata a memoria da bambini. Solitamente non ci si pensa troppo, ma a volte ci si chiede come mai.

Perché adesso? Qui, in questo momento e in questo contesto. Non ho fatto una ricerca in proposito, ma mi sembra di poter affermare che il più delle volte si tratta sempre delle stesse frasi ed è anche difficile togliersele dalla testa. Sembra che non se ne vogliano andare.

Non molto tempo fa, del tutto inaspettatamente, come un lampo improvviso, mi è entrata in mente la canzone, probabilmente tratta da una filastrocca popolare, Marameo perché sei morto.

Non ricordo che avesse mai fatto parte di questo mio strano e personale repertorio di pensieri parassiti; comunque, di fatto, non riuscivo più a liberarmene. Continuavo a ripetere mentalmente le parole, cercando di ricordare tutte le strofe.

Ma che cosa significa davvero questa canzone?

La curiosità mi ha allora spinto a fare una ricerca online, e qui sono iniziate le scoperte — e sono aumentati gli interrogativi. Sembra che la filastrocca abbia origini molto antiche; il testo “ufficiale” della canzone, invece, è stato scritto nel 1939 da Mario Consiglio e Mario Panzeri.

Cantata inizialmente dal Trio Lescano, ebbe in seguito numerosi interpreti, fino a tempi relativamente vicini a noi. La canzoncina piacque alla gente, in generale, e ai bambini in particolare, ottenendo un buon successo.

Il regime fascista fu, per di più, un inaspettato e del tutto involontario sponsor. Nella paranoia che caratterizza tutti i regimi, infatti, la canzone fu censurata perché, nella notoria stupidità dei gerarchi addetti alla censura, si ritenne alludesse — con tono di scherno — alla morte di uno dei personaggi chiave del regime stesso, avvenuta in quello stesso anno.

Gli autori dimostrarono di averla scritta prima del decesso del “grande gerarca” e questo li salvò dall’accusa di sovversione. Tuttavia, per prudenza, la canzone non venne quasi mai trasmessa alla radio, che all’epoca era l’unico mezzo di comunicazione di massa.

Maramao perché sei morto
pan e vin non ti mancava
l'insalata era nell'orto
e una casa avevi tu.

Maramèo (o maramào) – Parola scherzosa che si pronuncia, di solito, imitando il verso del gatto e contemporaneamente poggiando il pollice della mano destra sulla punta del naso e chiudendo a pugno velocemente le dita tese, l’una dopo l’altra, a partire dal mignolo: ha il significato di “non me la fai!”, “non mi prendi!” e simili.

(Vocabolario Treccani della Lingua Italiana)

Il motivo della morte di Marameo è ignoto e, se vogliamo, incomprensibile.

L’interlocutore lo chiede, ma non ottiene risposta. Marameo aveva tutto ciò che, materialmente, si può desiderare e, nonostante questo, è morto. È stato il caso o una scelta?

Restiamo perplessi di fronte ai motivi: non c’è una risposta certa, non c’è nulla che faccia pensare a un intervento esterno, e neppure un gesto volontario sembra plausibile.

Allora perché?

Avevano forse ragione quei paranoici dei gerarchi a leggerci una qualche allusione alla fine del regime? C’era tutto, secondo loro: pane, vino, l’insalata nell’orto, una casa e le gattine innamorate. La morte inspiegabile diventa allora inaccettabile.

Marameo non parla solo di morte. Parla della fine di un’epoca.

Che cosa accade quando un mondo che sembrava stabile, ordinato, autosufficiente crolla senza una causa evidente?

In una logica lineare siamo portati a cercare subito una causa precisa. Individuarne una ci rassicura, ci dà l’illusione del controllo. Una società, però, non è solo la somma delle sue componenti — persone, istituzioni, strutture — ma il prodotto di un sistema di relazioni tra tutte queste componenti, ed è necessariamente in continua trasformazione.

Il fascismo non è stato solo un regime politico. È stato un progetto di semplificazione radicale del reale. Il mondo doveva essere leggibile, ordinato, gerarchico. Il dubbio era un nemico. L’ambiguità un difetto. La pluralità un rischio.

Marameo, come figura simbolica, rappresenta il fallimento di questo progetto: un sistema che si crede completo, ma che non tollera il caso, la deviazione, l’imprevisto. Non c’è colpa, non c’è errore, non c’è punizione esemplare.

Marameo, perché sei morto?

C’è la fine improvvisa di un mondo che si credeva autosufficiente. Marameo non muore perché ha sbagliato. Muore nonostante avesse tutto ciò che il regime prometteva: sicurezza, ordine, stabilità, autosufficienza. Questo rovescia una narrazione centrale del fascismo: l’idea che l’ordine totale garantisca la sopravvivenza e che il consenso protegga dal collasso.

La canzone insinua un dubbio devastante: e se il sistema fosse fragile proprio perché chiuso, proprio perché totalizzante?

La chiusura, invece di proteggere, amplifica il rischio di collasso. Il sistema non vede più ciò che non rientra nella sua griglia interpretativa. Marameo muore perché il mondo non è una macchina perfetta. Muore perché la complessità non può essere abolita per decreto.

Sono rimasto colpito, recentemente, dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio italiano che, insignita del premio Margaret Thatcher (sic!) [12 dicembre 2025, n.d.r.], ha detto di sentirsi “un soldato dell’idea”.

Il mio pensiero è andato immediatamente al più noto degli slogan fascisti: Credere, Obbedire, Combattere. Uno slogan che sintetizza perfettamente la negazione della complessità.

  • Credere elimina il dubbio: è la negazione del pensiero critico e della riflessività.

  • Obbedire, ciò che viene richiesto a un bravo soldatino, annulla la responsabilità e cancella il ragionamento.

  • Combattere presuppone l’esistenza di un nemico, non di un avversario, e riduce il conflitto a un’opposizione binaria.

È una sequenza che produce consenso rapido, ma al prezzo di una profonda regressione cognitiva. Questo è l’obiettivo di una società totalitaria. L’ultima cosa che si chiede a un soldato è di ragionare. Un soldato deve obbedire e combattere, è pagato per questo, nel passato come oggi.

Il pensiero va inevitabilmente ad Hannah Arendt e alla sua riflessione sulla “banalità del male”. “Soldato dell’idea” significa essere al servizio di un’idea. Significa credere acriticamente che possa esistere un’idea sottratta all’analisi critica.

Che idea potrebbe mai essere?

Solo la militanza religiosa estrema sostiene qualcosa di simile. La censura di Marameo non è un incidente marginale. È il segnale che il potere riconosce il pericolo dell’ironia. L’ironia apre spazi di ambiguità. E l’ambiguità è incompatibile con i sistemi totalitari. Indebolisce ogni autorità che pretende di parlare “una volta per tutte”.

Il potere ha bisogno di semplicità, linearità, certezze. L’ironia lo scombussola, lo mette in discussione in un modo per lui intollerabile. Oggi le forme del potere sono cambiate. Ma la tentazione di semplificare resta. Algoritmi che decidono per noi, narrazioni identitarie che promettono protezione, deleghe continue in nome dell’efficienza.

Il meccanismo è lo stesso: ridurre la complessità per evitare la responsabilità. La democrazia non promette sicurezza totale. Promette processi aperti, revisione continua, conflitto regolato. Per questo è faticosa. Per questo è fragile.

In un sistema democratico, le decisioni sono sempre provvisorie; non esiste una verità finale, ma processi di revisione. La democrazia non elimina l’incertezza: la istituzionalizza. La democrazia non è l’opposto del caos. È l’opposto della semplicità forzata.

È un sistema che accetta il conflitto, la lentezza, l’incompletezza. Per questo appare fragile. E per questo è costantemente minacciata. La democrazia è inseparabile dal pensiero complesso: richiede la capacità di tenere insieme unità e molteplicità, ordine e disordine, certezza e incertezza.

I sistemi complessi non possono essere governati attraverso modelli rigidi. Ogni tentativo di semplificazione estrema produce fragilità strutturale. L’ordine imposto dall’alto tende a ignorare le dinamiche interne, fino al collasso.

La complessità insegna che non esistono mondi chiusi. Che il caso non può essere espulso. Che le scelte minime contano. E che le non-scelte hanno conseguenze.

La democrazia non è la garanzia di un esito felice. È la responsabilità di restare vigili.1

Note

1 Questo articolo intreccia riflessione personale e rielaborazione di temi del pensiero della complessità (in particolare Edgard Morin, Mauro Ceruti e Alberto Felice De Toni), senza ricorrere a citazioni letterali.