Ancora una volta, questo tormentato paese deve assistere al pietoso teatrino della politica che cerca di appropriarsi di un caso di cronaca per trasformarlo in una cassa di risonanza per la sua propaganda. Ancora una volta si assiste alla penosa corsa a salire sul carro della santificazione di uno, che codici legali alla mano, risulta essere ormai un pregiudicato, riconosciuto colpevole di reato. Ancora una volta i politici cercano di bypassare le leggi che essi stessi hanno ideato, con la discutibile idea che i giudici abbiano sbagliato ad applicare la legge, in perfetto stile dell’orwelliano Fattoria degli animali, nel quale “tutti i maiali sono eguali, ma alcuni sono più eguali degli altri” e la politica si arroga il diritto di scegliere i “più uguali”.

Si sta cercando in tutti i modi di impedire la giusta esecuzione della pena dopo un processo, che ha percorso i tre gradi canonici, come se le leggi che hanno cagionato la sentenza non fossero più valide. Si vorrebbe dare ad un colpevole l’aura dell’eroe senza macchia e senza paura. Si prova a farne un esempio, con il risultato di spostare il dibattito dalle politiche per la sicurezza al caso simbolico, per coprire la manifesta incapacità dell’esecutivo di affrontare il problema della sicurezza con idee e mezzi reali, che non siano quelli della becera propaganda. Con questa “visione” di rendere la difesa sempre legittima si affossa lo stato di diritto e si avalla un ipotetico stato di anarchia in cui ognuno si fa giustizia da sé, implicitamente ammettendo il fallimento della compagine governativa in materia di sicurezza, nonostante l’effluvio di decreti emergenziali fin qui profuso.

È legittimo chiedersi se questo sia il modello di cittadino da assumere come simbolo. Uno che ammazza due rapinatori che l’avevano preso di mira ma, secondo le sentenze definitive, l'azione non è stata ritenuta riconducibile alla legittima difesa, con una pistola illegalmente detenuta (fatto che costituisce di per sé figura di reato), manomette e altera la scena del delitto (reato), macchiatosi già anni prima del reato di aggressione a mano armata (reato patteggiato). Certo non un comportamento da prendere subito ad esempio, soprattutto in un paese che è riuscito a dedicare ad un pregiudicato perfino un aeroporto, e non uno scalo piccolo e nascosto ma uno dei principali scali italiani, porta d’ingresso per milioni di stranieri.

Si tratta, insomma, di uno con una strana idea della legalità. Ha problemi con il fidanzato della figlia e si presenta davanti a lui per minacciarlo con una pistola. Dopo aver subito l’ennesima rapina, decide che è il momento di dire basta e insegue i malviventi eliminandoli con colpi alle spalle mentre erano in fuga. Uno sceriffo autoproclamato. E la politica in difficoltà lo arruola subito, propalando l’idea che tutti dovrebbero potersi comportare così davanti alle aggressioni, tacendo colpevolmente del fatto che toccherebbe allo stato che rappresentano la difesa dai delitti.

E si è scatenata una insana smania di chiedere la Grazia, prerogativa del solo Presidente della Repubblica, ancora prima che il reo entrasse in carcere per scontare la pena. Non si può tenere in carcere un eroe che tutta la popolazione vorrebbe fuori. In realtà sempre i soliti politici, fanno credere che qualche migliaio di like ai loro post sui social dovrebbero rappresentare tutto il popolo italiano, per fortuna non è così, solo che i commenti non allineati non vengono considerati.

Grazie alle intemperanze dei politici si vuol far credere che si sia formato un movimento “Io sto con Roggero”, che in realtà pare molto minoritario, ma approfitta del favore dei media vicini ai partiti governativi, che alimentano la stessa discussione sterile che si è già verificata nel caso della casa del bosco, anche quello basato sulla contestazione dell’operato dei giudici.

Si eleggono a eroi personaggi non degni di tale status e si dimenticano o non si conoscono affatto gli eroi veri. Come Giancarlo Paladini. Lui, sì, eroe vero. Vero e silente. Non ha mai cercato ribalte né sovraesposizioni. Ha combattuto le sue battaglie in solitudine, senza che mai nessuno pensasse di costruirgli intorno una rete di protezione. Perché Giancarlo, tabaccaio di Brindisi, in uno di quei quartieri per i quali si strombazzano sempre soluzioni migliori, ma che restano sempre gli stessi, ostaggi di gruppi malavitosi che segnano le vite delle tante persone oneste che ci vivono, o lavorano, ha un triste record. È il tabaccaio più rapinato d’Italia, avendo subito qualcosa come quaranta rapine, alcune delle quali anche molto cruente, che lo hanno portato fino all’ospedale per più giorni.

È un vero esempio di resilienza perché ogni volta che lo hanno colpito si è rialzato, con una fatica che nessuno al di fuori di lui potrà mai conoscere, ma non ha mai permesso che i malfattori che si accanivano contro di lui, lo cambiassero, rendendolo cattivo o astioso, rabbioso con tutto e tutti. Ha voluto restare una persona fondamentalmente buona. Utilizzando lo stesso metro del gioielliere-sceriffo, Giancarlo avrebbe dovuto fare un bel carico di armi (cosa non difficile in quel quartiere), vestirsi da Rambo ed attendere i rapinatori successivi o cercare quelli precedenti. Staremmo a parlare di una strage. Quaranta colpevoli, almeno, stecchiti per le strade. E invece no, la reazione del mite Giancarlo è stata semplicemente quella di cercare di migliorare la sicurezza passiva del suo negozio, dotandosi di protezioni antiproiettile e sperare che questo potesse evitare nuovi attacchi.

Sono questi gli esempi che meriterebbero risalto, quelli di cittadini che affrontano le malefatte altrui senza trasformarsi in giustizieri fai da te, che accettano la legge pur sapendo di non avere la certezza di una protezione efficace. Da questi esempi bisognerebbe partire per creare i risultati positivi, magari aumentando le pattuglie sui territori, rinforzare la presenza dello Stato, creando deterrenza per i malfattori e anche migliorando le operazioni di intelligence per assicurare alla legge i colpevoli, per non doversi sentire rispondere, magari, “abbiamo poche possibilità di prenderli”.

È facile costruire eroi mediatici attorno a vicende che dividono l'opinione pubblica. Più difficile è accorgersi di chi affronta ogni giorno la violenza senza cedere alla tentazione della vendetta. Eppure, è da questi esempi silenziosi che uno Stato di diritto dovrebbe trarre la propria forza, che non si misura dal numero di like dei propri tifosi, ma dalla capacità di produrre effetti tangibili sulle vite dei cittadini a partire dalla tanto agognata sicurezza.