L’operazione militare lanciata dagli Stati Uniti contro il Venezuela il 3 gennaio 2026 è stata presentata dalla Casa Bianca come un atto di difesa nazionale. Donald Trump ha parlato di una risposta necessaria contro il narcotraffico e contro un regime accusato di esportare criminalità verso il suolo americano. Ma dietro la narrativa ufficiale si muove una partita molto più ampia, che intreccia petrolio, equilibri geopolitici, rivalità globali e una rilettura aggressiva della Dottrina Monroe. Caracas non è solo un bersaglio operativo: è un simbolo, un messaggio e un precedente che rischia di riscrivere le regole del diritto internazionale.

La versione di Trump: la guerra alla droga

Nel racconto offerto all’opinione pubblica statunitense, l’intervento militare contro il Venezuela è una conseguenza diretta della lotta al narcotraffico. Trump ha accusato apertamente il regime di Nicolás Maduro di essere un ingranaggio centrale di un sistema criminale che avvelena le città americane, facilitando l’ingresso di cocaina e favorendo l’arrivo di criminali sul territorio Usa.

Una narrazione semplice, efficace sul piano politico, ma fragile sul piano dei fatti. Dal Venezuela parte principalmente cocaina, non il fentanyl che rappresenta oggi la principale emergenza sanitaria negli Stati Uniti. La filiera della droga più letale passa infatti dalla Cina e dal Messico. Questo non significa che il narcotraffico non esista in Venezuela, ma suggerisce che non sia l’unica – né la principale – motivazione dell’attacco.

Il ritorno della Dottrina Monroe

Per comprendere davvero l’azione americana bisogna guardare più indietro, fino al XIX secolo. La Dottrina Monroe, formulata nel 1823, sanciva il principio secondo cui l’intero continente americano rientrava nella sfera di influenza degli Stati Uniti. Ogni interferenza esterna sarebbe stata considerata una minaccia.

Trump ha riportato questa visione al centro della sua politica estera. Non un ritorno all’isolazionismo, ma una riaffermazione muscolare del controllo sull’emisfero occidentale. Il Venezuela, alleato strategico di Russia, Cina e Iran, rappresentava una sfida diretta a questa impostazione. Colpire Caracas significa inviare un segnale chiaro: l’America Latina resta il “cortile di casa” di Washington.

Il nodo petrolifero: l’oro nero venezuelano

Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Un dato che da solo spiega gran parte delle tensioni. Un tempo partner delle grandi compagnie americane, Caracas ha progressivamente spostato il proprio asse energetico verso Pechino, Mosca e Teheran, diventando un fornitore strategico per i rivali geopolitici degli Stati Uniti.

Per Trump, questa situazione è inaccettabile. Riportare il petrolio venezuelano nell’orbita economica statunitense è un obiettivo dichiarato, mascherato dietro la retorica della “liberazione” del Paese. Le accuse mosse da Caracas – secondo cui l’intervento americano sarebbe motivato dal controllo delle risorse energetiche – non sono quindi prive di fondamento.

Narco-terrorismo come strumento giuridico

Un elemento chiave dell’operazione è la classificazione del regime di Maduro come entità “narco-terroristica”. Trump ha definito personalmente l’ex presidente venezuelano come il capo del Cartel de los Soles, un’organizzazione dichiarata terroristica dagli Stati Uniti.

Questa scelta non è solo semantica. Consente all’amministrazione americana di aggirare l’obbligo di consultare il Congresso, appellandosi all’Aumf, la legge del 2001 che autorizza l’uso della forza contro organizzazioni terroristiche. In questo modo, un’operazione militare su larga scala – con l’impiego di una delle più grandi portaerei americane – viene formalmente declassata a missione antiterrorismo.

Il ruolo del super testimone: Hugo El Pollo Carvajal

Sul piano giudiziario, l’azione americana si intreccia con un altro elemento decisivo: Hugo Armando Carvajal Barrios. Ex capo dell’intelligence militare venezuelana, fedelissimo di Chávez e poi di Maduro, Carvajal rappresenta oggi una potenziale bomba politica.

Dichiaratosi colpevole negli Stati Uniti nel 2025 per narco-terrorismo e traffico di droga, Carvajal non è ancora stato condannato. Un dettaglio che alimenta l’ipotesi di un accordo con la procura: la sua testimonianza potrebbe rafforzare il processo contro Maduro, trasformando l’intervento militare in un’azione sostenuta anche da un impianto giudiziario.

Geopolitica globale: un colpo a Russia e Cina

Colpire il Venezuela significa anche indebolire la presenza di Russia e Cina in America Latina. Mosca perde un alleato strategico a poche miglia dagli Stati Uniti, mentre Pechino vede minacciati i suoi investimenti energetici e infrastrutturali nella regione.

In questo senso, l’operazione va letta come parte di una strategia più ampia di contenimento globale. Non è un caso che l’intervento arrivi in un momento di forti tensioni internazionali, con l’ordine mondiale sempre più frammentato.

Il diritto internazionale sotto pressione

Le conseguenze più profonde dell’attacco rischiano però di manifestarsi sul piano giuridico. Dichiarare un’azione militare contro uno Stato sovrano come “operazione antiterrorismo” contribuisce a erodere ulteriormente le già fragili regole del diritto internazionale.

Non sorprende che proprio la Russia abbia accusato Washington di violare quelle norme. Un paradosso evidente, se si pensa alle giustificazioni usate in passato da Mosca per l’invasione dell’Ucraina. Ma è proprio questo il punto: ogni precedente abbassa l’asticella, rendendo il sistema globale sempre più instabile.

Conclusione: oltre la narrativa ufficiale

L’attacco al Venezuela non è solo una questione di droga, né una semplice operazione militare. È l’incrocio di interessi energetici, strategie geopolitiche, ambizioni imperiali e necessità politiche interne. Trump ha scelto Caracas per riaffermare la centralità americana nel mondo, usando un linguaggio nuovo per giustificare una logica antica.

Il rischio è che, dietro la promessa di sicurezza, si apra una stagione in cui la forza prevale definitivamente sulle regole. E in quel caso, il prezzo non lo pagherà solo il Venezuela, ma l’intero equilibrio internazionale.

image host Mappa degli attacchi statunitensi del 3 gennaio 2026 in Venezuela.