L’azione e le prospettive delle principali superpotenze, il livello degli squilibri regionali, le risposte ed i limiti interni a ciascun Paese: ecco i tre ambiti da cui cercheremo di partire allo scopo di capire qualcosa di significativo.

USA, Federazione Russa, Repubblica Popolare Cinese (e, da non escludere, l’India) sembrano incamminate su un accordo adeguato ai tempi che si stanno vivendo e, allo stato attuale delle cose, relativamente tranquillo: nessuno è in grado di traguardare scenari adeguati nel lungo termine (al di là delle solite cosucce in campo tecnologico, informatico e via dicendo); ma, a breve e medio termine, un tacito accordo e la prospettiva di un accordo palese appaiono abbastanza verosimili.

Si tratta solo di definire meglio alcune questioni in sospeso che, non ostante la loro gravità, come l’Ucraina, Taiwan o il senso del superamento del mondo a guida unipolare (certamente tramontato), costituiscono solo degli intralci – inquietanti, pericolosi, d’accordo – ma secondari, rispetto al “grosso” della faccenda: le tre-quattro superpotenze citate hanno prospettive, interessi prevalenti e comportamenti volti più a smussare od eliminare i conflitti che non il contrario.

Scendendo di livello, invece, il quadro muta radicalmente in peggio, come è dato di vedere quotidianamente: non ci sono le condizioni di una convivenza o coesistenza pacifica in quasi tutte le situazioni o regioni del mondo dove si registrano conflitti, quasi sempre armati, sanguinosi, devastanti per le popolazioni coinvolte. Alla soluzione (sufficientemente pacifica) di detti conflitti contribuiscono – ma in misura non abbastanza efficace – le prospettive di tutt’altra natura avanzabili da parte delle superpotenze: troppo gravi e ataviche sono le radici dei conflitti che richiederebbero una regia mondiale, ben diversa, di natura extraterrestre o divina che, facciamocene una ragione, allo stato dei fatti, non ci sono.

In alternativa, lo scorrere del tempo, l’esaurirsi delle munizioni, un dialogo diverso tra i giovani delle varie comunità ancora in conflitto tra loro e, soprattutto, un ruolo del tutto diverso e prorompente dell’elemento femminile (libero dallo scimmiottamento degli errori maschili) dentro le rispettive società, potrebbero rappresentare quella speranza di cui c’è tanto bisogno.

Al fondo di tutto (terzo e ultimo livello) stanno l’insufficiente realtà e la mancanza di prospettive, senza un profondo cambiamento del modello di formazione della ricchezza, per quanto riguarda le basi economiche di ciascun Paese: quelli considerati poveri perché non riescono a produrre abbastanza; quelli ricchi perché producono troppo e poi non sanno che farsene; e, nel mezzo, un discreto novero di Paesi che aspira a miglioramenti economici (che, molto spesso sembrano alla portata delle strategie delle classi sociali che hanno un peso nella Politica e nella Storia) quasi sempre non indirizzati nel modo giusto.

Quest’ultimo sembra avere a che fare con le caratteristiche peculiari della razza umana: l’ingovernabile ed inutile – se non dannosa – ricerca di massimizzazione del controllo individuale sui beni materiali (a prescindere dalla loro scarsità); l’insufficiente capacità di rispondere adeguatamente a tutti i bisogni immateriali della popolazione.

Si potrà dire che il primo aspetto tende a prevalere nelle realtà che si definiscono più povere, arretrate o in via di sviluppo; mentre il secondo riguarda maggiormente (pur senza escludere o limitare gli aspetti propri della disponibilità di beni materiali) le realtà definibili come particolarmente avanzate, progredite, post-industrializzate…

Storicamente, i grandi pensatori dell’umanità hanno cercato di attrarre l’attenzione dei propri seguaci sugli aspetti distributivi (del reddito) o di giustizia sociale; i loro critici, invece, dovendo sostenere il mondo così com’era, hanno teorizzato chi l’impossibilità di modificare radicalmente le cose, chi la superiorità di qualsiasi equilibrio sociale ottenuto grazie alla corrispondenza tra le capacità – in qualsiasi modo espresse – ed i risultati ottenuti.

La Storia ha, comunque, dimostrato che il perseguimento dell’utilità individuale (a maggior ragione se esclusivistica o giù di lì) non determina un adeguato benessere della comunità, ma solo un mondo di ingiustizie da legittimare e difendere con tutti i mezzi possibili (mezzi, in genere, a disposizione di chi le posizioni di potere le aveva già ottenute per diritto, discendenza, forza e furbizia).

Non sappiamo quanto le società primitive (prive della disponibilità e della ricerca affannosa di mezzi monetari) fossero più eque di quelle “evolute”, ma un aspetto siamo in grado di comprenderlo: i meccanismi economici e monetari legati al debito, soprattutto nelle società più ricche od evolute, oggigiorno, non sono più in grado di garantire una situazione sociale non disagevole.

Le ragioni sono fondamentalmente due: la redditività degli investimenti non è più sufficiente a remunerare tutti i costi nella gran parte dei casi (in Italia, ad esempio, rasenta il 95% delle imprese censite); il 70% delle produzioni immateriali necessarie a sostenere un adeguato servizio sanitario, educativo, del trasporto, della manutenzione degli immobili, di protezione dell’ambiente, di valorizzazione del patrimonio esistente, di recupero dei beni artistici ed archeologici, di pieno sviluppo delle capacità creative degli umani e del loro benessere fisico e spirituale, non è approntabile alle condizioni capitalistiche e di mercato; in altre parole, vi hanno accesso solo un 15% di benestanti (che possono pagare tali servizi) ed un altro 15% circa di nullatenenti che hanno accesso all’assistenza pubblica.

Cerchiamo, allora, per arrivare a una conclusione che ci riporti all’inizio del presente ragionamento, volto a cominciare a identificare cosa non funziona nei vari momenti della vita sociale locale e internazionale, di volgere il nostro sguardo alle origini del problema.

Il passaggio da una situazione primitiva (in cui la moneta non esiste nemmeno come unità di conto o di misura ed è, quindi, caratterizzata dal baratto vero e proprio) ad un’economia dove lo scambio presuppone una condivisa o, al limite, condivisibile, valutazione dei beni e dei servizi grazie alla moneta (ciò che non ha niente a che vedere con il baratto): esso ha portato con sé una successiva esigenza, quella di un mezzo materiale per effettuare i pagamenti.

Se, infatti, questo mezzo non esistesse (ma solo la valutazione dei beni e dei servizi in funzione di una comune unità di misura), sarebbe escluso o fortemente limitato il fenomeno – a qualsiasi livello – di accumulazione (controllo, proprietà, possesso) di detti mezzi; la loro funzione sociale-commerciale comporta un riferimento al valore della moneta come merce (aspetto stigmatizzato già da Aristotele); sicché essa (la moneta) assurge a principale riferimento del valore stesso; processo agevolato e supportato da eventuale “sottostante” o, ancora, dal valore intrinseco del mezzo fisico, come nel caso dei metalli più pregiati perché scarsi.

In alternativa, gli umani escogitarono metodi di contabilità ovvero di annotazione dei prezzi o valori di riferimento, allo scopo di giungere ai saldi: ai vari livelli del commercio, dunque, non si doveva possedere tutta la moneta necessaria, ma solo quella corrispondente ai saldi, in genere, temporali, mensili o annuali, difficilmente pluriennali (molto spesso in occasione di fiere e mercati ricorrenti).

La moneta, dunque, si sdoppia: quella scritturale o, potremmo dire, potenziale, finanziaria, “futura” e quella materiale: quest’ultima simbolo o, precisamente, simulacro della ricchezza…l’oro ne è l’espressione più conosciuta e riconosciuta.

Orbene, il debito è sostenibile in quanto il reddito che si forma (a seguito di varie attività) lo superi aritmeticamente; paradossalmente, quindi, se i saldi fossero sempre a pareggio o ci fosse un’autorità che – in base a regole o condizioni socialmente condivise – portasse i saldi stessi ad essere soddisfatti (pagati, cancellati, spinti in avanti nel tempo o consolidati), allora, la moneta non servirebbe più; ovvero il debito non sarebbe più dominante; e l’obiettivo di ogni ordinamento sarebbe quello di calcolare, con adeguata esattezza, di quanti beni e servizi la comunità stessa necessita.

In fondo, era questa l’idea di Keynes a Bretton Woods: una moneta (si fa per dire) che consentisse ai Paesi in ritardo di sviluppo di sostenere i saldi in disavanzo delle proprie bilance commerciali, per dotarsi di un apparato produttivo industriale che li rendesse, anche, più liberi e più autonomi); idea che fu bocciata dagli USA che volevano dominare il mondo da creditori (allora legati all’oro).

Sganciare il valore dal debito, sarebbe un passo fondamentale per cominciare ad affrontare la soluzione dei problemi a partire dalle dimensioni locali e nazionali; nella prospettiva che la saldatura con le cosiddette superpotenze contribuisca a quella crescita di coscienze necessaria al superamento dei conflitti che stanno caratterizzando, attualmente, troppe aree del Pianeta.