“Orfeo” è un disco necessario per me. È figlio di un periodo delicato a livello personale, dove l’arte, in tutte le sue forme, ha rappresentato un luogo sicuro nel quale trovare risposte. La letteratura e l’arte pittorica sono state alleate della musica per supportarmi in un viaggio introspettivo che probabilmente rimandavo da troppo tempo. Trovare assonanze e un senso di empatia così intenso in opere provenienti da contesti ed epoche così diverse mi ha fatto capire quanto la ricerca interiore sia universale nella sua essenza. Siamo stati, siamo e saremo sempre umani, molto più simili tra noi di quanto immaginiamo, indipendentemente da quando e dove siamo vissuti. Credo sia la magia dell’Arte vista come onesta rappresentazione del proprio universo interiore.
Dalle prime battute con le quali Roberto Fedriga presenta Orfeo si capisce chiaramente l'importanza di questo lavoro. Un'opera minuta, un EP di quattro brani pensato, scritto e realizzato in solitudine ma dal cuore grande, dall'afflato universale, partito da profonde e intime riflessioni esistenziali. Tra il viaggio e la terapia, l'incontro con le proprie aree oscure e la valenza salvifica della musica e della pittura. I quattro pezzi di Orfeo uniscono mito classico, introspezione contemporanea e suggestioni visive provenienti dall’espressionismo nordico, che influenza anche l’identità visiva: ogni brano dell’EP ha una copertina che evoca vere e proprie tele emotive, dove figure evanescenti emergono da vortici di colore e luce. Anche l'artista ha rinunciato alle canoniche foto presentandosi con due ritratti di ispirazione munchiana. Rivela Fedriga:
Tutti, credo, veniamo chiamati prima o poi ad affrontare il nostro personale “inferno”. Spetta a noi poi decidere se rimanerci o quantomeno tentare la risalita. Non sempre è possibile. Non sempre basta la volontà. Il primo passo è però l’accettazione. Comprendere cosa si sta vivendo senza filtri. Accettare l’inferno, sentirne l’odore e percepirne il buio profondo. Arrivare ad autorappresentarsi all’inferno, per specchiarsi, accettare, prendere un respiro profondo e sperare di aver voglia di tornare a galla.
L’EP prende avvio dal mito di Orfeo, figura archetipica del poeta che attraversa l’oscurità per amore e conoscenza. In questa rilettura contemporanea, l’inferno non è un luogo mitologico ma uno spazio interiore: un territorio emotivo in cui si incontrano memoria, perdita e consapevolezza. Il progetto si sviluppa come un percorso narrativo in quattro tappe, in cui il protagonista attraversa diverse forme di crisi e trasformazione: dalla ricerca dell’altro alla discesa dentro sé stesso, fino a una fragile forma di accettazione. Il punto di partenza del viaggio è Euridice, il pezzo d'apertura legato alla memoria, all'assenza che genera la ricerca; Autoritratto all'Inferno è una discesa senza sconti nei propri inferi, ma anche un dialogo immaginario con Edvard Munch, amatissimo da Fedriga; in Antieroe o antimateria il protagonista si interroga sull'identità e il senso Ultimo settembre chiude un cerchio e genera nuova consapevolezza.
Accanto al mito classico, un’altra importante fonte di ispirazione è la pittura di Edvard Munch. L’estetica espressionista del pittore norvegese — fatta di figure solitarie, paesaggi emotivi e tensione psicologica — ha influenzato sia l’immaginario visivo del progetto sia la scrittura dei testi. Autoritratto all’inferno nasce anche dal dialogo con alcune sue opere e con i suoi celebri autoritratti, in cui l’artista si rappresenta immerso in atmosfere interiori inquietanti. Il titolo stesso del brano richiama direttamente questo universo pittorico, e nei versi emergono immagini e tensioni emotive che si rifanno alla stessa dimensione espressionista: la figura umana isolata, la crisi dell’identità, il confronto con la propria ombra.
Nato nel 1984, Roberto Fedriga ha un passato rock, ha studiato canto jazz, e gestito gli studi di registrazione Undersound, ma il suo orizzonte è la canzone d'autore. Tim Buckley, Tom Waits, Nick Drake e John Martyn lo influenzano profondamente nella tecnica ma soprattutto nella ricerca dell’interpretazione come obbiettivo principale dell’espressione musicale. Nel 2014 debutta con un album omonimo (al quale partecipano Nik Mazzucconi e Guido Bombardieri), nel 2018 pubblica Frenologia con la rock band dei Magora, nel 2023 arriva il suo secondo Lp La mia malattia.
Tutti i brani di Orfeo sono stati scritti da Roberto Fedriga, che ha curato anche l’esecuzione della parte strumentale e del cantato. Ad arricchire il tessuto sonoro contribuiscono alcune preziose collaborazioni, che donano un colore intenso e contribuiscono a creare un’atmosfera immersiva e profondamente evocativa: Marco Remondini al violoncello e al sax, Roberta Visentini al clarinetto. Il mix è stato realizzato da Carlo Cantini, già in La Mia Malattia. La produzione artistica è curata dallo stesso Fedriga, con il prezioso e determinante supporto di Boris Savoldelli.
Orfeo
Testi e musica: Roberto Fedriga. Voce e strumenti: Roberto Fedriga. Violoncello e sax: Marco Remondini. Clarinetto: Roberta Visentini. Mix: Carlo Cantini. Produzione: Roberto Fedriga e Boris Savoldelli.
Orfeo: i 4 brani
Euridice
Il punto di partenza del viaggio. Euridice rappresenta ciò che si perde e continua a vivere nella memoria: la figura dell’assenza che genera movimento e ricerca.
Autoritratto all’inferno
Il momento più intenso e introspettivo dell’EP. Un confronto diretto con la propria identità e con la parte più oscura di sé, in dialogo con l’immaginario pittorico di Edvard Munch.
Antieroe o antimateria
Una riflessione sull’identità contemporanea. Il protagonista perde i tratti dell’eroe tradizionale e si muove in una dimensione sospesa, quasi cosmica, tra dissoluzione e ricerca di senso.
Ultimo settembre
Il brano conclusivo chiude il percorso con una malinconia luminosa. Una stagione che finisce e lascia spazio a una nuova consapevolezza.
Orfeo: una conversazione con Roberto Fedriga
Orfeo è un viaggio in quattro tappe. Abbiamo la sensazione di un disco importante per il tuo percorso di autore ma anche umano, è così?
Assolutamente sì, è un disco che definirei necessario per me. È figlio di un periodo molto delicato a livello personale, dove l’arte, in tutte le sue forme, ha rappresentato un luogo sicuro nel quale trovare risposte. La letteratura e l’arte pittorica in questo caso sono state alleate della musica per supportarmi in un viaggio introspettivo che probabilmente rimandavo da troppo tempo. Trovare assonanze e un senso di empatia così intenso in opere provenienti da contesti ed epoche così diverse mi ha fatto capire quanto la ricerca interiore sia universale nella sua essenza. Siamo stati, siamo e saremo sempre umani, molto più simili tra noi di quanto immaginiamo, indipendentemente da quando e dove siamo vissuti. Credo sia la magia dell’Arte vista come onesta rappresentazione del proprio universo interiore.
All'indomani del lavoro di band con i Magora, c'è stata una mutazione nel tuo modo di affrontare la musica. La mia malattia ce lo ha dimostrato, ora Orfeo: cos'è successo?
Da un certo punto di vista Orfeo è la naturale evoluzione de La mia malattia. Anche in questo caso la scrittura mi ha dato la possibilità di arrivare a “leggere” dei livelli interiori che da solo non avrei mai avuto il coraggio di affrontare. Ho avuto ancora la sensazione che i miei testi avessero un effetto premonitore. Forse è proprio questo il motore che mi spinge a scrivere: creare una connessione sincera e scevra da condizionamenti con quella parte di me, un po’ più buia, un po’ più vuota, che ho sempre cercato di nascondere, in primis a me stesso.
Più che la figura mitologica di Orfeo, nel disco è centrale l'Inferno come simbolo di discesa e ascesa, ce lo spieghi?
Tutti, credo, veniamo chiamati prima o poi ad affrontare il nostro personale “inferno”. Spetta a noi poi decidere se rimanerci o quantomeno tentare la risalita. Non sempre è possibile. Non sempre basta la volontà. Il primo passo è però l’accettazione. Comprendere cosa si sta vivendo senza filtri. Accettare l’inferno, sentirne l’odore e percepirne il buio profondo. Arrivare ad autorappresentarsi all’inferno, per specchiarsi, accettare, prendere un respiro profondo e sperare di aver voglia di tornare a galla.
Inevitabile pensare all'Autoritratto all'Inferno, tant'è che Munch è diventato un riferimento per l'intero lavoro, come mai?
Ho sempre amato Munch. Davanti alle sue opere ho sempre percepito la profonda onestà nel rappresentare la sua visione della realtà. È stato estremamente facile per me empatizzare con lui. Mi ha fatto sentire sicuramente meno solo nel mio viaggio. Il mio brano (omonimo di una sua opera) è un mio personale omaggio non solo al grandissimo Artista, ma soprattutto all’uomo coraggioso che ha affrontato per tutta la sua vita un viaggio invisibile dentro di sé. Un Uomo che ha avuto la forza di creare qualcosa di così intenso, capace di arrivare in punti così profondi di noi che nemmeno immaginavamo di avere.
Per questo disco hai fatto tutto da solo: una scelta artistica doverosa, in linea con l'opera, o una necessità in tempi difficili per la musica?
È nato tutto in modo talmente intimo che nemmeno immaginavo una possibile pubblicazione. Ho scritto e suonato la parte strumentale, influenzato più dal mondo classico rispetto al passato. Ho poi avuto il preziosissimo supporto di Marco Remondini al violoncello e al sax e Roberta Visentini al clarinetto, che hanno dato ai brani un respiro nuovo e che sono riusciti a comprendere perfettamente il messaggio e addirittura a “rilanciare”. Il mix è stato curato come per La mia Malattia da Carlo Cantini. La coproduzione ha visto ancora e come sempre la presenza fondamentale del mio amico fraterno Boris Savoldelli.















