Immaginiamo di svegliarci una mattina come le altre e di vestirci con il corredo sociale che ci riguarda. Giacca e cravatta, se richiesto, o abiti meno formali che si fa prima a indossarli. Una tazza di caffè alla svelta e una cartella con quello che ci occorre nell’arco della giornata di lavoro, insomma, pronti per varcare la soglia di casa. Quando siamo sul punto di farlo, si scopre che è stata sostituita con un metal detector, sì, come quelli che abbiamo attraversato ai controlli in aeroporto. La novità non ci garba, ma dobbiamo stare al gioco perché uscire di casa è necessario, anzi, siamo già in ritardo.

Il fatto è che il segnale di allarme scatta puntualmente ogni volta che proviamo a superare l’uscita e quindi ci tocca tornare indietro, toglierci un altro indumento, visto che c’è sempre qualcosa a far urlare il dispositivo. Proseguendo nella tiritera, sotto lo sguardo di un tizio in divisa che vigila sul buon funzionamento dell’apparecchio e sul nostro contegno, una novità che ci coglie di nuovo impreparati, ci assale un dubbio: vuoi vedere che il segnale d’allarme scatta perché il “detector” legge nei nostri pensieri, o magari li rintraccia nei post che abbiamo siglato sul telefono?

Ma non c’è modo di saperlo perché intanto siamo rimasti praticamente in mutande. E ancora non basta. Via anche quelle: nudi e verosimilmente vergognosi: ecco come ci vogliono. Ora possiamo andare, buona vita! Questo itinerario apparentemente assurdo è alla base del film di Ilker Çatak, regista e sceneggiatore tedesco di origini turche, già autore di La Sala Professori, candidato agli Oscar nel 2023, e con questo film vincitore dell’Orso d’Oro all’ultimo festival di Berlino. Niente male per un film maker di quarantadue anni.

C’è una coppia di protagonisti impegnati nel mondo teatrale, lui drammaturgo e regista, nonché docente universitario, lei attrice di grande talento. Aziz e Derya. Hanno una figlia adolescente che cercano di guidare come possono nel labirinto contemporaneo, sempre alla ricerca di una chiave per indovinarne gli umori e le inquietudini. Alzi la mano chi ha risolto il problema.

Lavorano in un teatro di Stato e vivono ad Ankara, la capitale. Solo che ad Ankara il film non si poteva girare; vedremo presto il perché. Quindi, fin dall’inizio, siamo chiamati ad accettare la convenzione per cui Berlino ne farà le veci. Un po’ come se la città tedesca fosse a sua volta un’attrice che interpreta il ruolo di una città turca. Il linguaggio teatrale si può sempre estendere per necessità contingenti, altrimenti che Teatro è. La maschera si ripropone quando la famiglia è costretta a trasferirsi a Istanbul, qui per l’occasione interpretata da Amburgo, a casa della madre di Aziz.

Alcune deviazioni dal protocollo che il governo turco impone ai suoi cittadini pesano come macigni sui due teatranti, recidivi di idee che inneggiano alla pace in Palestina e del rifiuto di arruffianarsi i politici della città con saluti ossequiosi. Per questa colpa ricevono lettere gialle di carta intrisa nei guai e subiscono il contagio di un ceppo della peste. Quello che ti rivoluziona la vita che tu volevi rivoluzionare con i tuoi testi teatrali e con l’audacia delle tue interpretazioni sulla scena.

Il vituperio statale si abbatte sulla coppia, subdolo, mascherato anch’esso da apparati giudiziari asserviti, impersonati da fantocci con la toga, tutto un teatro di travestimenti che servono opportunamente al potere per mettere i protagonisti all’angolo. È inevitabile che i due vacillino e che la figliola amplifichi il disagio che respira in famiglia con la sua sana ribellione al mondo degli adulti. Pur nella sua giovanile incoscienza, è proprio lei a rivelare fino a che punto sia grave la ferita di tutti e quanto incida sulle decisioni da prendere.

Secondo me non c’è neanche bisogno di trasferirsi sulle rive del Bosforo per sentire il sapore di una virata paurosa nel campo delle dittature di sistema che stanno in agguato davanti alla porta di casa. Possiamo dire sinceramente di non sentirla dalle nostre parti questa puzza retrograda?

Ho letto critiche deliranti su questo film, autorevoli cantonate. Di fronte alla progressiva crisi della coppia, hanno sentito il dovere di parteggiare per Derya, la protagonista femminile, tacciando Aziz di maschilismo solo perché si ostina a difendere un’opera teatrale che esplicita la situazione politica e non rinuncia a portarla in scena, sia pure per poche decine di spettatori.

Credo che l’autorevole non abbia mai messo piede su un palcoscenico e quindi gli sono scappate di bocca delle ignoranze. Basta ricordare che le avanguardie teatrali russe dei primi del Novecento hanno proiettato le rivoluzioni estetiche che avrebbero nutrito tutto il Teatro del secolo scorso lavorando con fervore dentro cantine muffite. Va bene, si dirà, erano altri tempi. Vero. Ma uniformarsi al pacco regalo di una soap opera facendola diventare una visione realistica, dati i tempi e le difficoltà del budget familiare, e rivendicarla come una posizione matura, più degna di quella del povero cristo che si esibisce per cento spettatori, è un vero insulto a chi ancora si prodiga in una professione di fede nelle idee.

Però il sistema ha tentacoli sottili e finisce per accalappiare anche quelle che una volta erano forse intelligenze deste. Votare per il primato della sopravvivenza, non importa quanto sia grosso il boccone da mandare giù, è legittimo. A me piace pensarla diversamente.

Non ho nulla contro il nulla delle soap opera, i due nulla si elidono e fanno del bene al cestino della spesa. Il pil deve pur andare avanti. Mi fermo però, come fa Aziz, a osservare quel cielo in movimento, quelle nuvole che scorrono oltre il tetto trasparente di una roulotte di prim’ordine, messa a disposizione della bella attrice Derya rinata alla sua professione.

Mi intrattengo con l’idea che sia una promessa di cambiamento, un’epifania di rinascita anche per chi è rimasto indietro rispetto ai canoni del presente, alle pertinenze del mondo che corre a tutta manetta, col motore ingrippato da un pragmatismo senza ispirazione.

Le divergenze in una coppia non ci obbligano a prendere posizione, sono effetti collaterali del tentativo di amarsi e non hanno bisogno delle nostre superflue elucubrazioni. Aziz e Derya fanno del loro meglio per far fronte al Moloch che li sta schiacciando. Nel tentativo di salvare la propria dignità e la propria autonomia, qualcosa va inevitabilmente perduto.