Era il 13 settembre 2022 quando Masha Amini, una ragazza curdo-iraniana di 22 anni, fu arrestata dalla tristemente nota polizia morale di Teheran perché dal suo hijab, il velo con cui le donne in Iran sono costrette a coprirsi quasi interamente il viso, fuoriusciva una ciocca di capelli. Picchiata selvaggiamente durante il percorso verso il carcere, morì dopo tre giorni di agonia in seguito ad un colpo alla testa che le aveva causato un'emorragia cerebrale.
A niente valsero le giustificazioni del regime, che cercarono di nascondere l'omicidio dando colpa ad un infarto: la morte di Masha Amini fu la goccia che fece traboccare il vaso. Un vaso ormai colmo di discriminazioni sociali, violazioni dei più elementari diritti civili e maltrattamenti verso le donne, che da sempre sopportano il peso maggiore di uno spietato governo teocratico che perseguita la popolazione.
La protesta dilagò in poche ore e si arrestò solo dopo mesi e una crudele repressione che costò centinaia di morti e migliaia di feriti e arrestati. Altre proteste finite nel sangue si erano viste a partire dal 1979, anno stesso dell'insediamento di Khomeini, ma nessuna fino a quel momento aveva rappresentato una vera minaccia per il regime.
Un'altra rivolta affogata nel sangue è avvenuta in questi ultimi mesi: migliaia di dimostranti uccisi con mitragliatrici e fucili, caccia ai feriti negli ospedali, confessioni forzate, familiari costretti a pagare per avere il corpo del congiunto ucciso. Nonostante il blocco di Internet, imposto dai tiranni, immagini raccapriccianti con distese di morti sono arrivate ai nostri occhi. Il pianto delle madri e le impiccagioni giornaliere di quanti erano stati rinchiusi in carcere non sono bastati a interrompere il silenzio imbarazzante dell'Occidente sulle condizioni di vita atroci di un'intera popolazione e del sacrificio imposto in maniera ancora più brutale e spietata alla metà di questa popolazione: le donne.
Un film-documentario di Raha Shirazi, giovane regista iraniano-canadese, squarcia un velo sulla condizione femminile in Iran e sul movimento coraggioso delle donne che ha trasformato l'oppressione in ribellione. A war on women, prodotto con il patrocinio di Amnesty International, nelle sale cinematografiche per Filmclub Distribuzione, nasce da anni di ricerche di archivio e ci fa ascoltare le voci di madri, attrici, prigioniere, attiviste ed esiliate che ripercorrono cinquant'anni di resistenza femminile mentre sullo schermo scorrono immagini girate clandestinamente in Iran.
Stiamo rompendo i muri dell'ignoranza con i nostri corpi.
Sottolinea Goldhifteh Farahani, l'attrice iraniana forse più nota a livello internazionale, fuggita dal suo Paese nel 2008. Lei è una delle sette donne intervistate nel film, che racconta la sua esperienza e come, da ragazza, volesse trasformarsi in un uomo per avere maggiore libertà. Sono percorsi personali e politici di tante protagoniste della rivolta che, indipendentemente dalla classe sociale e dall'età, non si sono mai arrese e che sono determinate a rompere quel silenzio che le isola dalla scena internazionale. “In Occidente devi essere una vittima per diventare una notizia”, dice Masih Alinejad, giornalista e attivista. “Se sei una guerriera o un'eroina non ti vedono”.
La regista Raha Shirazi ha voluto raccontare al mondo la resistenza delle donne iraniane. Lei stessa esule, vissuta lontano dal proprio Paese dall'età di 10 anni, non poteva restare spettatrice.
Il film è nato - spiega - dall'incontro tra qualcosa di profondamente personale e qualcosa di profondamente politico. Dal bisogno di restituire una memoria, ma anche di creare uno spazio di ascolto.
In una situazione di gravi violazioni umane che riguardano tutti i cittadini iraniani, perché ha focalizzato il suo film solo sulle donne?
Il rapporto che la Repubblica islamica ha con il potere si manifesta innanzitutto attraverso il controllo delle donne e dei loro corpi. Grazie a questo il regime non controlla soltanto le donne, ma anche la famiglia, lo spazio pubblico, l'educazione, la moralità e, in ultima analisi, l'intera società. Per questo il film si concentra sulle donne. Non perché siano le uniche vittime delle violazioni dei diritti umani in Iran. Al contrario, tutti gli iraniani ne subiscono le conseguenze. Ma la condizione delle donne ci permette di comprendere in modo molto chiaro il funzionamento di questo sistema di potere.
Perché le donne sono le più colpite dal regime teocratico?
Molte delle leggi su cui si fonda il sistema sono costruite attorno al controllo dei loro corpi, dei loro comportamenti e della loro presenza nella società. Parlo di cose molto concrete: dall'obbligo del velo alle discriminazioni legali, dalle restrizioni nell'ambito del diritto di famiglia alle limitazioni dell'autonomia personale, fino alle numerose restrizioni sociali e politiche che influenzano la loro vita quotidiana. In molti casi le leggi non proteggono le donne, ma vengono utilizzate per limitarne la libertà.
Quando è cominciata la battaglia delle donne e perché?
Da generazioni le donne iraniane lottano per l'accesso all'istruzione, per la partecipazione alla vita politica e sociale, per l'uguaglianza davanti alla legge e per il diritto di decidere del proprio futuro e del proprio corpo. La battaglia delle donne ha radici che risalgono a più di un secolo fa, almeno alla rivoluzione costituzionale del 1906. Ogni generazione ha ereditato questa lotta e l'ha portata avanti a modo suo, adattandola alle sfide del proprio tempo. Quello a cui abbiamo assistito nel 2022 non è stato l'inizio di una nuova storia, ma il proseguimento di una storia molto più lunga.
Come era la situazione in Iran negli anni dello scià e perché Khomeini è stato salutato inizialmente come un liberatore?
Durante gli anni dello scià l'Iran ha vissuto un periodo di significativa modernizzazione, sviluppo economico ed espansione di alcuni diritti per le donne, diritti che le donne stesse avevano contribuito a conquistare attraverso anni di lotta e mobilitazione. Allo stesso tempo, però, l'Iran era uno stato autoritario. L'opposizione politica era fortemente repressa, la censura era diffusa e molti cittadini non avevano la possibilità di partecipare liberamente alla vita politica del Paese. L'opposizione allo scià riuscì ad unire gruppi molto diversi tra loro: religiosi, laici, studenti intellettuali, lavoratori, nazionalisti e movimenti di sinistra. Khomeini divenne il simbolo di questa opposizione e molte persone proiettarono su di lui le speranze per il futuro del Paese.
Quando si capì che Khomeini aveva instaurato una vera e propria dittatura teocratica in cui le donne avevano un posto di poco superiore agli animali?
Già nel marzo del 1979, a poche settimane dalla rivoluzione, molte donne scesero in piazza per protestare contro l'introduzione del velo e contro i primi segnali di restrizione dei loro diritti. Le donne avevano già capito che le promesse di libertà, giustizia e partecipazione che avevano animato la rivoluzione rischiavano di trasformarsi in nuove forme di controllo ed esclusione. Per questo considero le proteste del marzo 1979 un momento fondamentale, non solo perché le donne difendevano i loro diritti, ma perché stavano anche difendendo il futuro democratico dell'intera società iraniana.
Raha Shirazi è una regista e produttrice iraniana.
Lei quando ha lasciato il Paese e cosa si ricorda di quegli anni?
Avevo 10 anni quando la mia famiglia prese la dolorosa decisione che ci ha portato prima all'immigrazione e poi all'esilio. Ricordo mia madre dire che se voleva un futuro per le sue figlie non poteva più rimanere in Iran. All'epoca ero una bambina e quindi non comprendevo pienamente ciò che stava accadendo attorno a me. I miei ricordi non sono fatti di analisi politiche, ma di sensazioni e frammenti: la paura, le conversazioni a bassa voce, gli adulti preoccupati, gli amici e i familiari che partivano o sparivano dalla nostra vita.
Anche sua madre e sua nonna sono state attiviste e incarcerate...
Sono state entrambe donne profondamente impegnate nella loro comunità e nella difesa dei diritti delle donne, anche se in modi diversi. Mia nonna collaborava con gli orfanotrofi, contribuiva a raccogliere fondi per l'istruzione delle ragazze e dedicava gran parte del suo tempo ad aiutare gli altri. Credeva profondamente nell'importanza dell'educazione, della solidarietà e della partecipazione civica.
Mia madre, invece, era un'attivista politica e apparteneva a un gruppo di opposizione. A causa delle sue idee e del suo impegno le fu impedito di proseguire gli studi universitari e di lavorare all'università. In seguito venne anche incarcerata. Entrambe parteciparono alle proteste dell'8 marzo 1979 contro l'introduzione dell'obbligo del velo da parte di Khomeini. E insieme a loro c'era anche mio nonno, uno dei pochi uomini che decisero di unirsi a quelle manifestazioni a sostegno delle donne. A War on Women nasce anche da questa eredità. La storia delle donne che racconto nel film ha attraversato anche la mia famiglia, la mia memoria, la mia identità.
Pensa che la religione islamica abbia una parte importante nei misfatti di questo regime?
Non penso che il problema sia l'Islam in sé. In Iran ci sono milioni di persone credenti, comprese molte donne che si oppongono al regime e che partecipano alle lotte per la libertà e la giustizia. Bisogna distinguere tra una religione e un sistema politico che utilizza la religione per esercitare e mantenere il potere. Quello che il film cerca di dimostrare è come una particolare interpretazione della religione sia stata utilizzata dallo Stato per giustificare il controllo dei corpi, delle libertà individuali e della vita pubblica.
La lotta delle donne iraniane non è contro la spiritualità o contro la fede. È contro un sistema che utilizza la religione come strumento di controllo e repressione.
Il sacrificio di molte donne, come anche di giovani uomini, potrà cambiare la situazione in Iran senza un aiuto esterno?
Io credo che il cambiamento reale debba nascere dall'interno dell'Iran, dalle persone che vivono quella realtà e che da anni pagano un prezzo altissimo per chiedere libertà e giustizia. Allo stesso tempo non credo che tutto il resto del mondo possa restare a guardare. Quando parlo di aiuto esterno non mi riferisco alla guerra o agli interventi militari, che spesso finiscono per colpire la popolazione. Parlo di solidarietà concreta, pressione politica, protezione per attiviste e attivisti, attenzione verso le persone incarcerate, documentazione dei crimini e rifiuto di normalizzare un regime che pratica una forma di apartheid di genere.
Il sacrificio di tante donne e tanti uomini ha già cambiato qualcosa in Iran. Ha cambiato la coscienza collettiva, ha rotto il silenzio, ha mostrato al mondo e al regime stesso che una parte enorme della società non accetta più di vivere in questo modo. Ma perché quel cambiamento possa trasformarsi in un cambiamento politico reale, serve anche che il mondo non volti lo sguardo. Il silenzio internazionale protegge sempre chi reprime, mai chi resiste.
Torniamo al film. Come ha scelto le donne che ha intervistato?
Per me era importante mostrare che questa lotta appartiene a tutte le donne, indipendentemente dalla loro età, dalla loro provenienza, dal livello di istruzione o dalla condizione sociale ed economica. Le forme che l'oppressione assume possono essere diverse, ma il sistema colpisce tutte le donne. E proprio per questo la loro lotta riguarda l'intera società. Sette donne e sette storie diverse che permettono di comprendere meglio la complessità dell’esperienza femminile in Iran.
Ci racconta la storia di alcune di loro?
Prendiamo Mahnaz Afkhami. Lei è stata la prima ministra per gli Affari Femminili dell'Iran e una delle figure più importanti del movimento per i diritti delle donne prima della rivoluzione. Nel 1979 si trovava a New York per un incontro alla Nazioni Unite quando le venne consigliato di non tornare in Iran. Il nuovo regime l'aveva accusata di 'corruzione sulla terra' e di 'guerra contro Dio', accuse che potevano portare alla pena di morte. Da quel momento è iniziata la sua vita in esilio, che continua ancora oggi.
La storia di Azam Jangravi è molto diversa. Lei appartiene ad una generazione successiva, cresciuta interamente sotto la repubblica islamica. A causa del suo attivismo e delle persecuzioni subìte fu costretta a lasciare l'Iran insieme alla figlia di 8 anni. Per riuscire a fuggire attraversò a piedi il confine tra Iran e Turchia, prima di ottenere successivamente aiuto in Canada. Sono tutte storie profondamente dolorose, ma anche straordinariamente coraggiose. Ognuna è diversa dall'altra. Io ho voluto creare lo spazio perché fossero loro a raccontarla direttamente con le loro voci, senza filtri.
Perché la scelta del documentario e non del film?
Perché volevo permettere al pubblico di incontrare direttamente queste donne. Le loro vite, le loro esperienze e le loro testimonianze possiedono una forza che nessun personaggio di finzione avrebbe potuto sostituire. C'era anche un'urgenza legata alla memoria. Molte delle immagini, dei racconti e delle testimonianze presenti nel film fanno parte di una storia che rischia continuamente di essere cancellata, dimenticata o distorta.
Il documentario mi ha permesso di preservare queste voci e di metterle in dialogo tra loro. Amo profondamente il cinema di finzione e non escludo che una di queste storie possa un giorno trasformarsi in un film. Ma in questo momento sentivo che la cosa più importante fosse creare uno spazio di testimonianza. Perché prima ancora di immaginare queste donne come personaggi era necessario ascoltarle come persone.















