Sono il signor Wolf, risolvo problemi.

È Alessia Donati, risolve problemi.

Fra la Los Angeles di Pulp Fiction e la Genova del Teatro Carlo Felice pare ci sia qualche differenza e la coordinatrice della GOG (Giovine Orchestra Genovese, presidente Nicola Costa, direttore artistico Pietro Borgonovo) non si trova a rassettare scene del crimine come Harvey Keitel nel film di Tarantino, ma vedersela con il sistema dello spettacolo in Italia è, comunque, un’impresa per genti risolute.

Oltre cento concerti di musica da camera all’anno, rassegne e cicli a non finire e in ogni dove, la difficoltà di instillare nella gioventù l’ipotesi della Classica: è lampante che per Alessia Donati prodigarsi per la cultura non è solo una professione. E che sorriso.

Per svago, suona il clarinetto nella Filarmonica di Cornigliano.

Pochi mesi fa, “per il suo costante e qualificato impegno nella diffusione della cultura musicale, con particolare attenzione ai giovani e alle realtà educative del territorio”, la giuria del Premio Pericu le ha assegnato il riconoscimento dedicato alla memoria di Giuseppe Pericu, sindaco della città dal 1997 al 2007, che realizzò la modernizzazione della Superba in modo colto.

Sei diplomata in pianoforte?

Il mio babbo era pianista, organista, direttore di coro e ha provato a insegnare pianoforte ai figli. Mio fratello non aveva forse neanche iniziato e mia sorella interrotto: “Mi sgridi già abbastanza come papà, ci manca che mi sgridi anche come maestro”. Col fatto che ero la terza e anche la più docile, la più brava, la più tranquilla, ho continuato. Dopo il diploma ho suonato ancora un paio d'anni, fatto un po' di perfezionamento, poi ho smesso.

Ancora docile?

Mi sa. In particolar modo nell’ambito lavorativo. Di solito, se non sono d’accordo, rimugino tantissimo, mi lamento e sbuffo, però poi faccio quello che mi si chiede. Nelle relazioni personali un po' meno.

Dai subito l'impressione di essere fattiva e capace. Te lo riconosci?

Direi di sì. L’attitudine al lavoro, ad arrivare da tutte le parti, mi viene dall’educazione avuta da mio padre e mia madre e, sicuramente, da Floriana Muri che mi ha formata qui in GOG, dove sono entrata nel 2000 con un passaggio naturale da abbonata a… dietro la scrivania. Floriana all'epoca era un po' la segretaria generale e aveva il controllo di tutto. Non è sempre un bene: la difficoltà a delegare significa scoppiare di lavoro, di responsabilità, di pensieri. E non è nemmeno corretto, in un ambiente piccolo, siamo cinque dipendenti: basta fare quella ci penso io. Anche perché nel 2000 c’erano tra i 50 e 60 concerti all’anno - la bellissima stagione al Carlo Felice - e le attività per le scuole.

Ora?

Cento, centoventi concerti. Una caterva. È molto malato il sistema.

Spiegaci.

Ti obbligano a fare sempre di più per avere i contributi. Più recite, più pubblico, più tutto. Una rincorsa continua a discapito, non tanto della qualità perché al Carlo Felice, è ovvio che la Stagione sia all’altezza, ma della riflessione, di una progettazione a lungo raggio che vada oltre al consueto. È veramente difficile, senza considerare che questo avviene anche nella prosa, nell'opera, nella sinfonica. Al Teatro Nazionale di Genova hanno quattro sale e, alle volte, con quattro spettacoli contemporanei, si fanno concorrenza da soli. Noi, almeno, abbiamo la fortuna di essere l'unica società concertistica di un certo livello a Genova.

Il pubblico e la musica da camera.

Devo dire che c'è. E anche molto attento ed esigente. Non ce n'è tanto come prima, la pandemia è stata uno spartiacque che ha cambiato le abitudini. È indubbio che molte persone anziane, il pubblico della musica da camera è anziano, dopo la pandemia non sono tornate a uscire la sera per sentire il concerto.

Nel 2012 abbiamo festeggiato i cento anni dell'associazione e avevamo 1200 abbonati anche perché in cartellone c’erano tutti gli artisti più grandi. Poi, piano piano, gli abbonati hanno iniziato a diminuire, anche perché non potevamo permetterci di fare ancora quelle stagioni. Siamo arrivati a poco meno di 1000 prima della pandemia. Ricordiamoci che le interruzioni sono state due e la seconda proprio il colpo di grazia perché anche quelli che avevano provato a ritornare in sala si sono scoraggiati. Allora, e non è un cedimento, ma un allargare le possibilità, abbiamo creato carnet di abbonamenti ridotti: a cinque, otto, dodici concerti. Ci sono tantissimi spettatori fissati con la musica barocca, altri che non valicano il primo Ottocento, altri assolutamente interessati all’avanguardia. Andare incontro a tutti i gusti è l'unica strada.

Per fortuna abbiamo sempre lo zoccolo duro degli abbonati che ci seguono sempre, ma bisogna pensare a quando non ci saranno più.

Come ci pensate?

Sicuramente con le attività per i bambini e per i ragazzi.

È più facile entrare negli istituti tecnici. Nei licei, se non sono musicali, gli studenti seguono meno. E andiamo soprattutto nelle scuole medie. Con Irene Cerboncini, soprano, siamo state in una di Bolzaneto. Irene aveva declamato le arie con la voce normale, poi cantato in voce Mozart, Verdi, Mascagni. Con Mozart i ragazzini ridacchiavano, un po' imbarazzati, ma alla fine con l’aria di Santuzza da Cavalleria erano a bocca aperta, piantati lì, e la guardavano come fosse un’aliena. Non avevano mai sentito un soprano che canta a due metri da te e ti posso assicurare che gli rimarrà impresso per la vita.

Da due anni a questa parte facciamo laboratori musicali per i piccolissimi, dai 3 anni, cercando di agganciare anche i genitori: infatti non devi avvicinare soltanto i giovanissimi, ma quella fetta di pubblico che va dai 30 ai 60 che non viene perché sta mettendo su famiglia, sta lavorando, ma soprattutto perché non è educato all’ascolto. Educando il figlio, cerchi di coinvolgere il papà e la mamma. Però è un lavoro molto lungo. Ci vorrebbe quel famoso tempo di riflessione, del quale parlavo, per coltivare la fantasia e sperimentare qualcosa di innovativo. E ci vorrebbero i soldi.

Soldi, idee, tempo e non centoventi concerti all'anno.

Soddisfazioni?

Questi laboratori per i bambini che stiamo facendo in spazi un po' decentrati suscitano l’interesse dei genitori che ci chiedono di farne di più. E MAPS - Percorsi Artistici sull'Alta Via dei Monti Liguri, progetto stupendo dell'estate scorsa.

Ce lo racconti?

È nato da un'idea di Francesco Bagnasco, un giovane musicista genovese, che ha l’ensemble Genova Sinfonietta. Anzi, non mi piace dire giovane musicista: musicista. Aveva fatto l’esperimento di portare l’ensemble vicino a un rifugio dell'Alta Via dei Monti Liguri, con un successo strepitoso, e ha proposto alla GOG di farlo assieme. Noi ci siamo buttati. Il nostro direttore artistico dice sempre: “Dobbiamo fare Vivaldi, Le quattro stagioni, nei centri commerciali, in qualsiasi posto” e quindi avere un ensemble da sfruttare per far arrivare la musica ovunque, gli piace tantissimo.

L'idea era quella di fare i concerti in posti accessibili anche con la macchina per persone che non possono camminare ma, soprattutto, con trekking più o meno facili, così acchiappavamo gli iscritti del CAI. Il programma era popolare: a ogni tappa una Stagione di Vivaldi. Inoltre c’erano laboratori teatrali esperienziali nel pomeriggio. È stato bellissimo. Lo abbiamo fatto sopra Imperia, sopra Savona, anzi Varazze, un po' in provincia di Genova verso la Val d'Aveto e poi sopra Spezia, alle Cinque Terre.

Replicherete nel 2026?

Cercando di ridurre un po' i costi: lo rifaremo non in quattro province, ma soltanto in due, e il sabato e la domenica attaccati affinché la produzione sia meno dispendiosa. Sembrava che la Regione ci desse chissà che… Abbiamo un po' sforato il budget, non ti dico poi la fatica per parlare con gli uffici comunali ad agosto, un disastro. E la promozione, soprattutto lontano da Genova, è stata dura. D’altronde l’esito del bando era uscito solo il 30 di giugno. Tuttavia MAPS - Percorsi Artistici sull'Alta Via dei Monti Liguri, ha rinvigorito l’ufficio: partire in pulmino con i musicisti era molto divertente e proprio bello fare le camminate con le persone raccontando il programma che avrebbero ascoltato.

image host Alessia Donati raggiante, sullo scalone di Palazzo Ducale a Genova, grazie anche alla vicinanza del Maestro Maurizio Pollini.

Pensi che i giurati del Premio Pericu ti abbiano scelta perché hanno osservato un impegno non esibito, ma molto incisivo?

Non lo so (si schermisce, minimizza, infine, con sforzo, ammette qualcosa n.d.r.). Mi occupo della GOG dal ’99, in maniera molto attiva, ed è indubbio che, dall’esterno, la gente non se ne accorga tanto, però quando inizia a entrare negli uffici se ne rende conto e io sono un riferimento per tante persone, dal consiglio di amministrazione ai colleghi. Caspita, comunque, il Premio Pericu a me! Sono contenta, orgogliosa. Bellissimo riceverlo perché Giuseppe Pericu è stato un sindaco veramente eccezionale che ha trasformato Genova in città culturale per gli abitanti, non turistica, sebbene il turismo sia stato agevolato.

Va di moda premiare una donna?

In generale, vedendo le faccende dal mio punto di vista femminile, noto che si ritiene la cura una cosa specifica delle donne. Il che dà pure un po’ fastidio. Cura della famiglia…

… cura della GOG.

Ma sono soddisfattissima ed è stato bello, preparando il discorso di ringraziamento, ripensare al mio percorso.

Ti godi i concerti che contribuisci a organizzare?

Sì. Ho bisogno di un minimo di tempo di decompressione perché passo dalla biglietteria alla sala. Di solito succede che mi perdo il primo quarto d’ora, ma il secondo tempo me lo godo sempre. È vero che il concerto, che sarebbe la cosa più entusiasmante del nostro lavoro, purtroppo passa quasi in secondo piano.

Riesci a immedesimarti nel pubblico? A non fissarti su eventuali imprecisioni del musicista?

Mi riesce sicuramente più di prima. Quando suonavo il pianoforte pativo tantissimo. Vabbè, tutti quando studiano rendono 100 e poi al concerto, se va bene, la metà. Quando ero abbonata, magari se c'era un programma che avevo studiato, mi immedesimavo nel pianista. Adesso mi immedesimo nel pubblico. Perché è il mio lavoro, e il pubblico ti sorprende sempre. Tu pensi che magari un programma sia troppo difficile oppure troppo lungo, e il pubblico segue. È più avanti dei nostri pensieri su di lui.

Ogni tanto capita anche che io non ne possa più. Tipo all'ennesima volta che sento: voglio vedere le mani del pianista; non voglio stare seduto vicino a quello; quest'anno non avete messo abbastanza Bach; quest’anno avete messo troppo Bach; certo che Martha Argerich non la chiamate mai; il biglietto è troppo caro.

Il momento musicale più memorabile della tua vita?

Le serenate per archi di Dvořák. Mi hanno proprio aperto il cuore, avrò avuto 13 anni, ero ancora in Conservatorio.

Ma come faccio a rispondere?

Domanda abituale quanto assurda, infatti. Passiamo oltre: perché suoni in una banda?

Il clarinetto mi è sempre piaciuto e, nel 2009, ho chiesto a una ragazza che conosco di darmi lezione. L’avrebbe fatto, ma nella Filarmonica di Cornigliano. “Madonna, la banda”, pensai.

Brivido?

(Ride n.d.r.) Ricordavo i concerti delle bande. Non stonati: stonatissimi, inascoltabili. Però… ci sono andata e, i primi tempi, obbligavo i miei amici a venirmi a sentire. Mi piace da matti suonare insieme e creare qualcosa di bello. Mi piace il fatto che ci siano le trascrizioni d’opera, pot-pourri spassosi, mi piace la duttilità che serve per farle con una banda di fiati.

Anche se non c'è la grande tradizione delle bande del Sud e del Trentino, a Genova queste sono concentrate nei quartieri periferici, popolari e industriali dando vita a un esperimento sociale riuscitissimo: piccoli e grandi che suonano insieme. Piccoli e grandi che suonano insieme. Il nostro trombettista, il signor Sicco, ha 84 anni e il ragazzino, ultimo arrivato, 14. La timpanista Marinella, 82. Alle prove il Maestro ogni tanto si arrabbia per gli sbagli o c’è chi dice, col tipico accento genovese: “Sono 50 anni che faccio lo stesso errore”. E i sax che suonano fortissimo.

Insomma, è troppo divertente.