La vita mi ha spinto sull'orlo dell'abisso, come tutti. Realizzando "Sirat", sono felice di essere saltato nell'abisso.

Sirat è il ponte sopra l’Inferno che ogni musulmano deve attraversare dopo la morte, largo per i meritevoli, sottile come un capello e tagliente come il filo di una spada per i peccatori. Non è una premessa formidabile per il titolo di un film?

A scriverlo, insieme allo sceneggiatore Santiago Fillol, è il regista francese di origini galiziane Oliver Laxe. Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes, girato in pellicola da 16 mm, prodotto tra gli altri da Pedro Almodovar, scandito dalla musica sotterranea di Kangding Ray, ambientato in Marocco tra squarci mozzafiato di deserto.

È molto raro che oggi si realizzi un’opera totalmente originale, questa lo è. Quindi va affrontata come un banco di prova, un confronto serrato, una sfida in cui si deve correre il rischio di fallire. Intanto non si può prescindere dalla multiforme intelligenza del suo ideatore e il corredo di una sua intervista è un percorso parallelo per accedere alla complessità del suo film.

C’è così tanto dolore nel mondo, e penso che l'arte - il compromesso del cinema - possa essere curativa. Siamo in un momento in cui dobbiamo contenere il dolore che ci circonda. Non importa la bandiera, non importa il genere, non importa la classe sociale. Voglio dire, siamo tutti distrutti. Sì, lo siamo. Abbiamo questo dolore che ci accompagna fin dall'infanzia - il dolore della nostra stirpe è sempre più forte1.

Un padre sta cercando sua figlia, è sparita da cinque mesi, fuggita dai legami sociali per rincorrere i rave party che si svolgono fuori dalla Spagna, oltre lo stretto di Gibilterra, in una zona franca e dilatata: la terra rossa del Marocco al confine con il deserto. Ad accompagnarlo c’è Esteban, il figlio minore, un ragazzino taciturno e sveglio, e Pipa, una cagnolina senza pedigree. Il loro furgone è parcheggiato sul limitare di un rave. Intanto si danno da fare a distribuire le foto della ragazza scomparsa ai partecipanti che danzano al ritmo bombato della musica, probabilmente alterati da qualche droga, dal desiderio di celebrare un’idea di libertà o, più semplicemente, di sparire in un’altra dimensione, ce ne dovrà pur essere una. E fermiamoci ad osservare questo rave.

I giovani e i meno giovani danzano con un senso di appartenenza che mi colpisce, celebrano qualcosa che li riguarda e che non mi esclude, ma mi risulta più misterioso di quanto immaginassi. Tra loro spiccano alcuni adulti con delle menomazioni, una protesi, un’amputazione, una bocca sdentata, a mitigare l’idea che siano fanatici invasati ricoperti della polvere del deserto, capaci solo di divertirsi. C’è molta attenzione da parte del regista a descriverli con rispetto e questo sguardo aiuta anche noi a resettare il puntuale meccanismo dei nostri pregiudizi.

Non lo sapevo, ma avvicinarmi alla cultura rave è stato una sorta di completamento della mia pratica spirituale nel Sufismo. Appartengo a una confraternita Sufi, andare ai rave - è qualcosa che sto imparando studiando psicoterapia della Gestalt - significava esplorare la mia ferita, danzare sulla mia ferita, celebrarla… In un certo senso, condivido la medesima ferita delle persone che inquadro. La stessa cicatrice. Sì, siamo tutti distrutti. E non lo dico in modo drammatico, voglio dire, è bello che la vita sia così ed è una sfida. Trascendere la ferita, o accettarla2.

L’arrivo di un plotone di soldati che scioglie il rave dà inizio a un nuovo viaggio, ancora più rischioso e profondo nel cuore del deserto. Luis, il padre, decide di aggregarsi ad alcuni irriducibili che s’inoltrano lungo sentieri impervi su due robusti autocarri per raggiungere un altro rave che, a quanto pare, avrà luogo in Mauritania. Forse anche sua figlia è diretta lì, basta questo per seguirli ad ogni costo.

E quel segnale di soldati in divisa, più tardi una colonna di automezzi, si ripete lungo la strada; riappare nei notiziari, è l’eco di un mondo da cui ci si allontana sempre di più, l’eco di una guerra e di una realtà storica da cui ci si vuole estraniare. La regia fa lo stesso con noi. Trascinati da questo manipolo di lucidi sballati, disposti a inerpicarsi lungo i fianchi di rocce rosse, quasi incandescenti sotto il sole, perdiamo poco alla volta i nostri riferimenti e veniamo risucchiati e proiettati oltre.

Oggigiorno la maggior parte dei registi dà troppo peso alle immagini. I filmaker mettono troppa retorica, troppo ego, troppo. Vogliono dire, vogliono narrare cose, le immagini vengono semplicemente strumentalizzate per comunicare qualcosa. Quindi arrivano morte. Sono morte… Sono stanche. Hanno sete, non hanno tutti gli strati - simbolismo, archetipi collettivi - che ha l'immagine3.

Non c’è molto spazio per i dialoghi quando un deserto di pietre si trasforma in una sfida ai tuoi limiti, devi solo chiederti come superare la prossima curva, come attraversare un imprevisto corso d’acqua e non sprofondare nel fango, come non precipitare nel nulla. E se questo accade, perché un incidente rompe l’illusione che tu sia veramente diretto da qualche parte, verso un obiettivo, allora devi attraversare quel dolore, trovare la forza di percorrere una via che era prevista solo per te, e che solo tu puoi riconoscere.

Ricordo quando chiesero a Jung “credi in Dio?” E lui rispose: “Non credo in Dio, lo conosco”. Sono una di quelle persone che pensa non ci sia nulla che non si muova per una ragione perfetta, una ragione millimetrica, intelligente, creativa. Quindi, sì, anche la cosa peggiore, il dolore peggiore, il peggior incidente che possa capitarti nella vita, come accade in questo film, può essere una grazia per te, una benedizione4.

A parte Sergi Lopez, che è il corpo e la sembianza del padre, tutti gli altri che partecipano al viaggio non sono attori professionisti, sono personaggi che vengono dai rave, reclutati per la loro intrinseca appartenenza allo spirito del film. E sono quello che devono essere, sé stessi, grazie a Dio. Non credo si potesse fare di meglio. Ritengo sia un ulteriore indizio della profonda integrità del regista e del suo lavoro.

Penso che “Sirat” sia così rischioso perché solo qualcuno che non ha paura di morire, che non ha paura di fallire può fare questo film. Anche il fallimento può essere un dono, questo film potrebbe essere l'ultimo. Voglio dire, la vita ha la capacità di ricordarmi di essere umile. I miei film sono estremi5.

Mi viene spontaneo pensare che la critica, la recensione, il quaquaraqua dei social non si possano applicare a certe imprese. Si dovrebbe avere quanto meno il coraggio di misurarsi con il coraggio di chi le ha compiute e poi rifiutarle in toto, oppure condividerle, facendo in modo che perfino dalla scrittura trapeli un gusto, un sapore da onorare e diffondere perché ha il potere di risvegliare la nostra coscienza.

Dhawq significa gusto, è un concetto spirituale del Sufismo, il gusto, è davvero immanente, ma trascendente allo stesso tempo. Quando immagino delle immagini, quando le immagini sono dentro di me, c'è un dhawq, c'è un sapore, e mi piace. Non so, è colorato. È come se provassi soddisfazione nell'esplorare queste immagini, quando cerco le location è lo stesso6.

Mi limito a restare sull’ultima di queste immagini, che naturalmente non rivelo perché potrei essere perseguibile per legge. Una chiusa che naturalmente rimanda ad altro, sempre in movimento, sempre lungo il binario della vita che non si arresta e soprattutto della Storia che non si arresta e dalla quale, rave o perfino deserto, non c’è possibilità di fuga.

Appartengo a una generazione che sa che questo mondo non è sostenibile: non ci identifichiamo con esso. Mi sono trasferito in Marocco a 23 anni - era come se in Europa ci fosse già un odore di marcio. Sirat parla di questa folle idea che ora c'è in Europa di fare pace con la guerra, quella di Gaza è un'ipotesi estrema – ma molte persone l’hanno avvertita, l’hanno sentita mentre guardavano il film7.

È candidato come Miglior film internazionale e Miglior sonoro alla 98ª edizione degli Academy Awards.

Note

1-7 I pezzi di intervista a Oliver Laxe sono stati presi dall'intervista di Federico Pontiggia pubblicata su Cinematografo: Oliver Laxe, “sono un jihadista”.