L'esposizione, Rothko a Firenze, nella sede di Palazzo Strozzi, è una delle più grandi mostre mai dedicate a Mark Rothko, maestro molto discusso dell’arte moderna. A cura dello psicologo Christopher Rothko, suo figlio, e di Elena Geuna, rappresenta un progetto concepito appositamente per celebrare il legame speciale tra Rothko e Firenze.
Oltre a Palazzo Strozzi questa mostra si estende a due luoghi fiorentini particolarmente cari all’artista: il Museo di San Marco, dove cinque sue opere sono esposte in altrettante celle affrescate dall’Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, con due opere in dialogo con lo spazio progettato da Michelangelo. In questa parte della mostra soprattutto vediamo come l’artista traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva. Per capire quanta importanza Rothko desse all’Italia tutta, citiamo le parole del figlio:
L’Italia è l’unico luogo dove non era restio ad andare e che, anche da lontano, continuò a stimolare la sua immaginazione.
Tre sono stati i viaggi in Italia, nel 1950, 1959 e 1966. Essi hanno confermato e ampliato quanto Rothko aveva colto dai tanti esempi magnifici visti sui libri e nei musei di New York. Analizzando con attenzione le opere del Rinascimento italiano, riconobbe che gli artisti si ponevano le stesse sue domande strutturali, tecniche ed artistiche.
Il percorso espositivo
Il percorso espositivo concepito a Palazzo Strozzi permette di ripercorrere gli stili della sua produzione: dagli anni Trenta e Quaranta, caratterizzati da opere figurative e in dialogo con i linguaggi dell’Espressionismo e del Surrealismo, fino agli anni Cinquanta e Sessanta, che si distinguono per le celebri tele create attraverso ampie campiture cromatiche capaci di coinvolgere profondamente lo spettatore.
La mostra presenta oltre 70 opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia, provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA) e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington DC.
Mostre in onore di Mark Rothko
Dopo la morte dell’artista sono state fatte poche mostre, anche se importanti. Ricordiamo, risalendo nel tempo, quella di Parigi del 2023-24 con 115 tele esposte, quella di Roma del 2013 e quella di Venezia –Biennale 1970 – mostra commemorativa della morte dell’artista, avvenuta in quell’anno. Ultima in ordine di tempo, Rothko a Firenze, si distacca dalle precedenti perché permette di approfondire ciò che Rothko stesso dichiarava, ovvero la potente ispirazione che, a Firenze, gli aveva dato per alcuni suoi quadri la visione di Angelico al Museo di San Marco e di Michelangelo al Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. Quadri scelti di Rothko sono stati posizionati nelle due sedi fiorentine, per attualizzare il confronto fra antico e contemporaneo.
Le iconiche tele degli anni Cinquanta e Sessanta
Dopo le prime sale di Palazzo Strozzi, con gli inizi della produzione pittorica, fra cui quella mitologico-classicista mai apparsa, a detta degli esperti, in precedenti mostre, ci appaiono le iconiche tele degli anni Cinquanta e Sessanta, composte da ampie campiture di colore sovrapposte, le opere più caratterizzanti di questo artista. A un primo sguardo, la comprensione di queste ultime può essere di competenza solo di un artista, che è esperto nella manualità delle pennellate, nella difficoltà di sovrapporre i colori, così da essere in grado di distinguere quando le sovrapposizioni sono incerte da quando c’è la volontà di creare uno sfumato.
A un osservatore non artista arriva la parte dell’opera che Rothko, detto con le sue parole, dipingeva, essendo interessato ad esprimere solo emozioni umane. E sosteneva pure: Non si dipinge per gli studenti di disegno o per gli storici, ma per gli esseri umani, e la reazione in termini umani è la sola cosa che dà soddisfazione.
Anche l’osservatore può partecipare alle emozioni del pittore perché, secondo Mark, un dipinto non è l’immagine di un’esperienza, è un’esperienza.
Dipingere la spazialità nella tela
Quello che aiuta, nel comprendere questo artista, sono frasi da lui stesso dette per spiegare le sue intenzioni nel dipingere. Sono frasi chiare, probabilmente perché ha lavorato 25 anni come insegnante.
Egli afferma di dare vita, attraverso il colore, a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela. La grande dimensione della stessa aiuta a generare nello spettatore la percezione di spazio. Ma anche una certa modalità di stendere il colore che dà profondità al piano della tela. Raccomanda di guardare a lungo il quadro, per riuscire ad entrare nel suo spazio. Per rendere più chiaro questo concetto fondamentale, Rothko ha portato degli esempi di pittori di epoche lontane dalle sue. Giotto, per lui, è un esempio di capacità di creare lo spazio.
Nel dipinto La fuga in Egitto quello che rende il quadro tridimensionale è il colore pastoso, usato sia per le rocce in primo piano sia per quelle dietro, senza che i piani più lontani vengano schiariti per rincorrere un effetto prospettico. Ancora più chiaro è l’esempio che porta di Raffaello Sanzio che, nel quadro La scuola di Atene, pur usando la prospettiva lineare, non riesce a produrre in chi guarda la spazialità avvolgente che interessa Rothko.
Noi siamo per l’espressione semplice del pensiero complesso
Con questa frase l’artista rivela la generosità del suo vivere, il coinvolgimento con gli altri cui era abituato fin da piccolo, in Lituania, che non faceva ancora parte dell’Unione Sovietica. Allora, le varie etnie presenti comunicavano tra loro e la differenza era vissuta come arricchimento. Questo modo di pensare non l’ha abbandonato nel corso della vita, anche se, come ebreo e come immigrato, è stato discriminato negli Stati Uniti e, prima, nella sua terra. Cosa che spinse suo padre ad abbandonarla quando lui aveva solo 10 anni.
Scrivere o dipingere?
Aveva un dono naturale per la scrittura. La scrittrice Annie Cohen-Solal, nella biografia intitolata Mark Rothko, riparare il mondo (Einaudi), afferma di aver letto un libriccino di poesie bellissime, da lui scritte in tenera età in lingua ebraica.
Inoltre Rothko sentiva forte il dovere di aiutare il mondo, di aiutare gli altri. Sapeva il russo e il tedesco, ma l’aver scelto l’Ebraico per scrivere le poesie attesta che era la lingua principale per lui. Ipotizzo quindi che essersi buttato nella pittura fosse un modo di poter soddisfare l’esigenza di continuare a comunicare quando si è trovato in terra straniera. La biografia ci descrive un uomo ben diverso dal genio introverso e asociale. Ha invece combattuto la segregazione che la società xenofoba e nazionalista degli Stati Uniti riservava ad un ebreo immigrato. Ed è riuscito a conquistarsi un posto tramite l’arte che ha praticato con passione e dedizione durante tutta la vita. Tanto da scegliere di darsi la morte a 67 anni, quando la sua malattia, un aneurisma complicato da enfisema, non gli permetteva più di dipingere.
L’arte di Rothko ha prodotto centinaia di pagine di congetture
Le mostre di Palazzo Strozzi richiamano sempre un grande pubblico. Penso a coloro che non hanno mai provato a dipingere. L’idea che, con un po’ di esercizio, sia facile per chiunque fare un quadro come la maggioranza dei quadri esposti attraverserà la mente di molti. Saranno sicuramente attratti dall’accostamento di colori, spesso pieni di luce. Ma da questo a vedere spiritualità e poesia nelle tele create attraverso ampie campiture cromatiche, sembrerà loro un argomento che riguarda la critica. Che però si contrappone all’artista stesso, classificando le sue grandi tele come astratte, mentre Mark affermava perentoriamente che i suoi quadri non sono astratti.
Scrive nel catalogo il figlio: “Scrivere di Rothko equivale sempre ad azzardare congetture” e, più avanti, parla dei molti taccuini in cui si trovano “brandelli di idee” sull’Arte appuntati dall’artista. Insiste che, basate su questi, sono state pubblicate centinaia di pagine di congetture.
Di tutto ciò che è stato detto o scritto sul significato della poetica di Rothko, il più convincente appare quello ipotizzato dallo psichiatra ed artista Domenico Fargnoli, che, in un suo intervento, non ancora pubblicato, relativo alla creazione artistica basata sulla Teoria della Nascita dello psichiatra Fagioli, tenutosi all’IIF di Napoli, sostiene che Rothko probabilmente ricercava le immagini del primo anno di vita.
Immagini che si formano per ogni bimbo nel periodo preverbale e che alcuni artisti fanno apparire in modo originale nelle loro opere, attraverso una ricerca costante. Nel caso di Rothko, sicuramente appassionata.















